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Deliziosi fegatelli umani


Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Il 28 maggio 2021 GenovaToday ha pubblicato una storia popolare ligure molto interessante, che ha qualche legame anche con le leggende metropolitane. Il racconto è tratto da un libro del 1919, Saggio di folclore spezzino dello storico locale Ubaldo Mazzini (1868-1923), uscito a puntate alcuni anni prima sulla rivista Archivio per l'etnografia e la psicologia della Lunigiana.


È la storia di Cataenin, la moglie del becchino. Il marito - racconta la leggenda - era un grande appassionato di fegatello, mangiava solo quella leccornia e si arrabbiava molto se in casa non ce n’era (un’alimentazione sana e bilanciata, diremmo oggi). Un giorno, il dramma: la donna gira tutte le botteghe della città, ma non trova traccia di fegatelli. Temendo l’ira dell’uomo, le viene un’idea:


[...] il giorno prima suo marito aveva seppellito un morto, avrebbe potuto andare di nascosto al cimitero, dissotterrarlo, e prendere un po' del suo fegato per il consorte. Così fece, e quella sera il marito non solo non si accorse di niente, ma si leccò pure i baffi complimentandosi con Cataenin per quel piatto così goloso.

La donna inizialmente ne è felice, poi comincia a sentirsi in colpa. E quella notte, insieme al rimorso, arriva anche il defunto:


A mezzanotte in punto, la donna fu svegliata da un gran baccano al piano di sotto. C'era qualcuno in fondo alle scale: «Cataenin, ridammi il mio fegato!». Era il fantasma del morto. La donna iniziò a tremare per la paura. «Cataenin, sono sul primo gradino, dammi il mio fegato... Cataenin, sono sul secondo gradino, dammi il mio fegato... Cataenin, sono sul terzo gradino». La donna era terrorizzata: la voce continuava il suo percorso. Sul quarto gradino, sul quinto, alla porta della camera, dentro la stanza... finché: «Cataenin, sono dentro il letto, dammi il mio fegato!». La donna gridò e morì di paura. Alla fine, il fantasma, si prese il fegato: quello di Cataenin.

In questa leggenda sono presenti motivi tipici delle leggende contemporanee, primo fra tutti, quello del cannibalismo involontario (nell'indice di Thompson è il G60 - Human flesh eaten unwittingly, cioè carne umana mangiata inconsapevolmente). L’uomo consuma a sua insaputa il fegato di un essere umano, e - come avviene praticamente sempre in queste storie - lo trova buonissimo, il migliore mai assaggiato.


Il motivo è presentissimo nel leggendario contemporaneo: tanto per citare alcuni esempi, è un tema che si ritrova nella storia dell’ebreo mangiato in maniera inconsapevole (riferita nel Quattrocento dall’umanista Poggio Bracciolini), nelle narrazioni di osti malvagi che servono pietanze a base di carne umana a ignari avventori, nelle vicende ottocentesche delle frittate di orecchie oppure - anche se non si tratta di cannibalismo in senso stretto - in racconti come l’ammiraglio sotto spirito (cadaveri conservati in botti e barili, a cui si abbevera qualcuno che non ne conosce il contenuto).


Un filone a parte e che dà sempre grandi brividi a chi si occupa di leggende contemporanee è quello delle ceneri della nonna. La riportiamo per come è raccontata in Il bambino è servito. Leggende metropolitane in Italia, di Cesare Bermani (Bari, Dedalo, 1991):


Questa leggenda risale all’epoca del Piano Marshall, quando c’erano i cibi americani, era arrivato il corned beef e le minestrine in polvere. Si raccontava che degli italo-americani avevano mandato ai parenti in Italia le ceneri della nonna. La nonna era morta in America, l’avevano fatta cremare, avevano messo le ceneri in una bella scatola e l’avevano spedita ai parenti in Italia perché fosse sepolta nel cimitero del paese d’origine. Con la scatola avevano mandato una lettera a parte, che è arrivata però in un secondo tempo. C’è questa scatola che viene dagli Stati Uniti, la aprono, c’è dentro questa roba e pensano che sia un regalo dei cugini e dei nipoti d’America. E fanno una minestra. Poi arriva la lettera e scoprono che erano le ceneri della povera nonna.

L’altro motivo presente nella vicenda di Cataenin è quello del morto che viene a riprendersi qualcosa che gli è stato rubato, che sia un gioiello, un dente d’oro o una parte del corpo. I folkloristi lo catalogano sotto il codice ATU 366 (A corpse claims its property) e gli esempi sono innumerevoli sia nei racconti popolari, sia nelle leggende metropolitane.


Alvin Schwartz, nella sua trilogia horror (Scary Stories to tell in the Dark, More Scary Stories to Tell in The Dark, Scary Stories 3) ne fa un ampio uso. Citiamo solo la prima, che si incontra nel primo volume: un ragazzo che scava in giardino taglia l’alluce a un piede che spunta dalla terra e lo porta a cucinare alla madre. Tutti gradiscono la pietanza, ma quella notte il morto entra in casa, raggiunge il “ladruncolo” nella sua stanza e gli chiede con voce cavernosa: Dov’è il mio d -i-i-i-t-o?


Altrove abbiamo raccontato anche una storia circolata sulla stampa torinese nel 1946, quella dell’osso di morto: a quanto pare un fantasma era andato nottetempo a riprendersi la sua tibia, raccolta da un medico sull’altopiano di Asiago. Verità o fantasie? La Stampa assicurava che fosse davvero successo; ma una vicenda molto simile era già comparsa in Racconti fantastici dello scrittore Iginio Tarchetti, addirittura nel 1869… Anche il folklorista Cesare Bermani, nel già citato Il bambino è servito. Leggende metropolitane in Italia (p. 137), aveva trascritto la testimonianza orale di un ragazzo del pavese:


Questa l'ho sentita dal mio amico Claudio di Cireggio, che ha 17 anni. I due nipoti di una ricca signora scoprono che essa sta per morire. Al dito indice della mano destra essa ha un anello che vale circa un miliardo. Morta la signora, i due le tagliano il dito e prendono l'anello. Un mese dopo il funerale, i due sentono suonare alla porta. Aprono, e sulla porta vedono una signora senza l'indice della mano destra. Le chiedono cosa vuole e la donna risponde: “Il mio dito”.

In alcune varianti è la stessa parte del corpo sottratta (e divorata) a fungere da fantasma, animandosi e rivelando il misfatto.


C’è tutto questo nella storia di Cataenin; ma non è l’unica ragione per cui il racconto ci ha colpiti. L’idea dello studioso spezzino Ubaldo Mazzini, che circa un secolo fa aveva trascritto la storia, era quella “di salvare da un completo naufragio questi ultimi avanzi dei documenti intimi della psicologia del nostro popolo antico, giacché ormai, per quel complesso di cause che sono più o meno comuni ad ogni località, tutto ciò va sensibilmente trasformandosi, quando non viene disperso addirittura”.


Dobbiamo ringraziarlo per la sua cura e, al contempo, rassicurarlo. Chi si occupa di folklore popolare ha spesso l’impressione di occuparsi di narrazioni in via d’estinzione, localissime, come fiori che crescono solo in un particolare terreno e che rischiano ad ogni momento di esser spazzati via dalla furia degli elementi. In realtà, è facile trovare racconti simili in luoghi lontanissimi, motivi ricorrenti, sorprendenti analogie. È quanto accade con la storia di Cataenin.


Avevamo già ricordato uno dei tanti racconti raccolti da Alvin Schwartz, quello dell’alluce tranciato al morto. Però, nel terzo e ultimo volume della popolarissima serie (More Tales To Chill Your Bones, 1991), ne compare un ancora più sorprendente, alla luce della leggenda spezzina di inizio Novecento.


Si tratta di Just delicious (“Davvero delizioso”) e racconta la vicenda di un omaccione ruvido, George Flint, e della sua timida moglie Mina. Ogni giorno, all’ora di pranzo, George andava a casa, dove Mina gli faceva trovare il piatto pronto. Era particolarmente goloso di fegato, così una volta si fermò dal macellaio e ne portò a casa una gran quantità, pretendendo che la moglie glielo servisse per cena. Mina gli raccontò che in chiesa era esposta la salma di una signora in vista della loro cittadina, ma George, come al solito, non l’ascoltò neppure.

L’uomo tornò al lavoro e Mina si mise a cucinare quel grosso fegato con cura ed amore:


Aggiunse verdure e spezie e lo lasciò a cuocere a fuoco lento per tutto il pomeriggio, proprio come piaceva a George. Quando le parve pronto, ne tagliò un pezzettino e lo assaggiò. Era delizioso, il migliore che avesse mai fatto. Ne mangiò un secondo pezzo. Poi un terzo. Era così buono che non poteva smettere di mangiarne.

Per farla breve, il fegato fece la fine del salame di Heine. Solo allora alla donna tornò in mente George e il suo caratteraccio:

Ben presto sarebbe rientrato. Che cosa avrebbe fatto quando si fosse accorto che Mina aveva mangiato tutto il fegato? Tanti uomini ne avrebbero riso - ma non George. Si sarebbe arrabbiato e sarebbe diventato cattivo, e lei non voleva che quelle cose accadessero di nuovo. Ma dove trovare un altro pezzo di fegato, a quell’ora tarda? Allora si ricordò della vecchia che giaceva in chiesa in attesa della sepoltura…
George disse che non aveva mai cenato così bene. “Mangia anche tu un po’ di fegato, Mina. È davvero delizioso”. “Non ho fame”, rispose. “Finiscilo tu”. Quella notte, dopo che George si fu addormentato, Mina se ne stava seduta nel letto cercando di leggere, ma la sola cosa alla quale riusciva a pensare era quello che aveva fatto. Poi le parve di sentire una voce di donna.
“Chi ha il mio fegato?”, chiedeva. “Chi ce l’ha?”. Era la sua immaginazione? Stava sognando? Ora la voce si era fatta più vicina. “Chi ha il mio fegato?, chiedeva. “Chi ce l’ha?”. Mina voleva scappare. “No, no”, sussurava. “Io non ce l’ho. Non ce l’ho io, il tuo fegato”
Adesso la voce era davvero vicina. “Chi ha il mio fegato?, chiedeva. “Chi ce l’ha?” Mina era inebetita per il terrore. Indicò George. “Ce l’hai lui”, disse. “Lo ha lui!”. Di colpo la luce si spense, e George urlò, e urlò, e urlò…

C’è qualche piccola differenza (il violento marito non fa il becchino, ed è lui ad essere oggetto della vendetta del morto, non la moglie...), ma la matrice sembra la stessa. Sì, caro Mazzini, la vicenda non è stata spazzata via dal tempo, puoi davvero dormire tranquillo nella tua La Spezia - sempre che pure tu non abbia qualcosa da tornare a reclamare…


Immagine in evidenza: Wikimedia Commons



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