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I corvi della Torre di Londra



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Il 13 gennaio 2021 l’account Twitter della Torre di Londra ha annunciato una triste notizia: Merlina, uno dei loro corvi, non si vedeva in giro da settimane; era probabile che fosse morta. La notizia è stata ripresa su moltissimi giornali inglesi, e anche su alcuni italiani. Tutti ne hanno approfittato per ricordarne la leggenda: se i corvi lasciassero la Torre di Londra, la monarchia cadrebbe.


Se sul significato infausto di un’eventuale sparizione le versioni concordano, le storie che raccontano l’origine della diceria sono invece varie e frastagliate. Alcuni ritengono risalga al Medioevo, altri al regno di Carlo II d’Inghilterra (quindi al Seicento); i più si accontentano di affermare che la leggenda “esiste dalla notte dei tempi”.


A indagare al riguardo è stato Boria Sax, docente universitario americano di letteratura e autore di libri sui rapporti tra uomo e animale. Nel 2010, un suo articolo è stato pubblicato su Storytelling, Self, Society, rivista accademica della Wayne State University di Detroit. Si intitola “The Tower Ravens: Invented Tradition, Fakelore, or Modern Myth?” (Storytelling, Self, Society, vol. 6, n. 3, sett.-dic. 2010, pp. 231-240).


Nel suo studio, Sax parte da una delle varianti della leggenda più spesso ripetute, tanto da esser menzionata anche nel sito della Torre di Londra:


Carlo (II) un giorno stava guardando nel suo telescopio con Sir John Flamsteed (l’Astronomo reale) al suo fianco, quando alcuni corvi volarono sopra le loro teste e imbrattarono i telescopi. “I corvi se ne devono andare”, disse. “Ma Sire, porta grande sfortuna uccidere un corvo”, rispose Flamsteed. “Se lo farete, la Torre cadrà e voi perderete il vostro regno, che avete appena riconquistato!” Carlo, essendo un pragmatico, ci pensò per un momento e poi disse: “L’Osservatorio deve andare a Greenwich e i corvi possono restare nella Torre”.

A partire da allora, sei corvi con le ali tagliate sarebbero stati tenuti nel parco della Torre, mentre a Greenwich sarebbe stato aperto l’Osservatorio reale, quello da cui passa il meridiano fondamentale: un bel compromesso tra storia della scienza e superstizione, si direbbe.


Il racconto ha alcuni punti deboli - i corvi sono animali diurni, gli astronomi notturni - ma, soprattutto, manca di qualsiasi supporto storico: nessun atto o documento lega Carlo II a questa vicenda. C’è di più: non si trovano tracce di corvi nella Torre prima del Diciannovesimo secolo (e, in particolare, prima di due illustrazioni che risalgono al 1883). Questi animali probabilmente furono portati lì in epoca vittoriana: un periodo di grande interesse per le tradizioni antiche, le storie gotiche e per un Medioevo più o meno immaginario (e riletto, di solito, attraverso la lente degli ideali romantici). In questo revival, gli uccelli fungevano da simbolo vivente di antiche horror stories: i guardiani raccontavano ai turisti di come avessero dilaniato i cadaveri delle condannate a morte Lady Jane Grey e Anna Bolena, e di molti altri prima di loro.


Sax cataloga la storia dei corvi come un caso di invenzione della tradizione, termine usato dagli studiosi per indicare la distorsione della storia, nel tentativo di stabilire una connessione e una continuità tra il presente e un passato idealizzato (e posto comunque in un momento “fondativo”). Celebri invenzioni della tradizione sono, ad esempio, il kilt scozzese, considerato un indumento antichissimo ma in realtà creato nel Diciottesimo secolo, e la tradizione massonica (nata in realtà tra Scozia e Inghilterra nella prima metà del Diciassettesimo secolo, ma fatta risalire dal mito fondativo ai tempi dell’antico Egitto o alla costruzione del Tempio di Salomone). Riguardo ai nostri corvi, Sax spiega:


Come reazione agli sconvolgimenti della Rivoluzione Industriale, molti in Gran Bretagna provavano nostalgia per un modo di vivere più stabile, meno complicato e meno frenetico. Anche se l’Inghilterra guidava il mondo verso l’industrializzazione, l’Impero Britannico era dominato in gran parte da un ideale romantico anti-capitalista. [...] L’età Vittoriana fu un grande periodo di invenzione delle tradizioni, con la Gran Bretagna che che cercava di fondare il suo Impero attraverso la creazione di titoli altisonanti, uniformi e genealogie. Tutti questo sfarzo semifeudale doveva servire, almeno inconsciamente, a dare l’impressione che le complesse relazioni gerarchiche all’interno dell’impero fossero parte di un ordine eterno.

Così, nuove razze di cani vennero fatte risalire al Medioevo o a tempi ancor più lontani; usi, costumi e balli vennero ricondotti ai secoli precedenti. Persino la Torre di Londra è in parte frutto di questo fascino per l’antico: l’architetto Anthony Salvin (1799-1881), incaricato di restaurarla, ne ricostruì intere parti in stile neogotico, distruggendo le sezioni che giudicava troppo moderne. I corvi della Torre di Londra fanno parte di un grande movimento culturale che in quel periodo mirava alla riscoperta - e all’invenzione, se necessario - di mitiche radici antiche.


Quanto ai primi animali che popolarono la Torre, arrivavano quasi certamente dalle tenute del quarto conte di Dunraven, Windham Wyndham Quin (1841-1926). Suo nonno, il secondo conte di Dunraven, si era fatto l’idea di discendere da un antico retaggio celtico. Finanziò a lungo gli studi di Iolo Morganwg, un antiquario ed esperto di tradizioni celto-galliche, che si scoprì poi aver falsificato diverse pergamene e documenti di quel periodo. Morganwg convinse il conte che una delle loro dimore, il castello di Glamorgan, era stata la residenza di un antico re, poi identificato con il dio-corvo Bran. Per questo, i conti di Dunraven aggiunsero questi animali nello stemma di famiglia e cominciarono ad allevarli nelle loro tenute, come mascotte a ricordo del loro antico avo. Da lì, alcuni esemplari furono probabilmente regalati alla famiglia reale, perché fossero tenuti nella Torre.


Alla stessa conclusione di Sax è arrivato Geoff Parnell, storico ufficiale della Torre e membro dello staff dell’Armeria Reale di Londra. Anche per lui si tratta di una leggenda vittoriana, dal momento che le prime menzioni della presenza di questi animali risalgono alla seconda metà del Diciannovesimo secolo. Parnell ipotizza un’origine leggermente precedente a quella di Sax: secondo lui, i primi corvi potrebbero essere stati animali domestici di proprietà dei guardiani. Intorno al 1850, infatti, anche in Inghilterra era scoppiata la mania per questi uccelli, che venivano allevati come animali da compagnia: un effetto collaterale della popolarità della poesia The raven di Edgard Allan Poe (pubblicata per la prima volta nel 1845 sull’American Review).


Secondo Parnell, i conti di Dunraven sarebbero poi intervenuti a rimpiazzare gli animali quando i turisti avevano cominciato ad apprezzare la loro presenza.


All’epoca, però, non si parlava ancora di maledizioni antiche. La prima versione della leggenda che lega il destino dei pennuti a quello della monarchia è in realtà recentissima: risale al 1944. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i corvi erano considerati vere e proprie sentinelle che, gracchiando, avvisavano dell’arrivo di bombe e aeroplani, un po’ come le oche romane del Campidoglio. Il patriottismo ne fece personaggi amatissimi, veri paladini dell’orgoglio nazionale.


Un processo, insomma, simile a quanto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale con altri personaggi del folklore inglese: i Gremlins (accusati inizialmente di sabotare gli aerei in volo, ma poi arruolati dalla propaganda alleata) e il mostro di Loch Ness (i tedeschi affermavano di averlo ucciso nei bombardamenti, i britannici ribattevano che era ancora vivo e vegeto, resiliente alle bombe degli aerei dell’Asse).


Nell’articolo del 1944, non a caso, si raccontava di un recente blitz tedesco che aveva colpito la Torre. Erano sopravvissuti solo tre corvi, chiamati Gripp, Mabel e Pauline. Quando i primi due scomparvero, si corse subito ai ripari, facendo arrivare un nuovo contingente di corvi.


Tra le scoperte di Parnell, però, ce n’è una interessante: nei registri della Torre, lo studioso ha scoperto anche l’annotazione: “Non ne è rimasto nessuno”. A un certo punto, in mezzo al conflitto, i corvi erano infatti scomparsi; ma si rimediò presto al danno e quando, nel 1946, la Torre riaprì al pubblico, erano di nuovo al loro posto. Questa breve assenza non sembra aver avuto effetti sulla monarchia britannica: nonostante tutto, sono ancora lì.


E ci sono anche i corvi, amorevolmente curati dal loro Raven Master, protagonisti assoluti del merchandising della Torre di Londra e riprodotti su tazze, grembiuli, cartoline.


Proprio questo versante ha spinto Sax a considerare le leggende sui corvi come un esempio di fakelore, cioè di falso folklore creato intenzionalmente, magari a scopi commerciali - un termine coniato dall’americano Richard Dorson (1911-1981) nel suo libro del 1976 Folklore and Fakelore. C’è da dire, però, che la diffusione della leggenda ha preceduto probabilmente il suo sfruttamento, che i confini tra le interpretazioni plausibili (invenzione della tradizione, fakelore, mito moderno...) sono sfumati e che le categorie sono spesso intercambiabili.


Conclude Sax:


Sebbene nessun folklorista, ch’io sappia, l’abbia mai studiata, la Torre di Londra è un’enclave in cui le tradizioni orali sono vivissime. I Guardiani che conducono i tour alla Torre sono, come ogni buon narratore, molto attenti a come il pubblico reagisce, e pronti a cambiare la storia di conseguenza. Possono passarsi storie sul fantasma di Anna Bolena o di Enrico VIII tra uno e l’altro, così come prenderle dai libri. Alcuni possono diventare così presi dal proprio spettacolo da non esser più consapevoli di cosa è stato preso in prestito o di che cosa è inventato. Sono, in altre parole, non troppo diversi da coloro che si raccontavano storie in un villaggio medievale nelle lunghe notti invernali.

Immagine in evidenza: © User:Colin / Wikimedia Commons



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