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Quella fogna di alligatore. Tra leggenda, cultura pop e cronaca


articolo di Paolo Toselli


“Qualcuno di voi si ricorda la storia degli alligatori domestici?” A questa domanda che apriva il film Candyman diretto nel 1992 da Bernard Rose, una ragazza rispondeva: “sì, quando diventavano troppo grossi la gente li buttava nella tazza del cesso e tirava la catena. Oggi vivono nelle fogne. Alcuni sono lunghi anche nove metri”.


Quale migliore sintesi per “la leggenda per eccellenza della megacittà” come la definisce Cesare Bermani nel libro Il bambino è servito (Bari, Dedalo, 1991), o, se vogliamo, “una delle più stupide storielle popolari”, com'è stata bollata da due erpetologi statunitensi in un volume del 1973.


La vicenda degli alligatori famelici che si sono adattati a vivere nelle fogne di una grande metropoli, di solito New York, assumendo una colorazione biancastra e diventando ciechi a causa dell'assenza di luce, negli ultimi decenni è stata più volte smentita, ma sono in molti a continuare a crederci. Così è diventata la più rappresentativa delle leggende metropolitane, celebrata in cartoni animati, fumetti, libri per bambini, romanzi, canzoni e film.


E’ reperibile proprio in questi giorni in tutte le edicole il numero 362 del fumetto Martin Mystère intitolato Sewer Gator (soggetto di Mirko Perniola, disegni di Paolo Ongaro) dove il detective dell’impossibile si deve confrontare con la classica leggenda urbana appurando che forse la storia contiene un fondo di verità.


Tempo addietro, sfogliando la collezione del Corriere dei Piccoli gelosamente conservata sin dai tempi della mia infanzia, mi sono imbattuto nella storia intitolata “L’alligatore di Denver” a firma di Piero Selva, pseudonimo del noto giornalista e scrittore Mino Milani, autore della celebre rubrica “Realtà romanzesca”.


Sinceramente non avevo ricordo di quel racconto, pubblicato sul numero del 31 agosto 1969 sotto una sorta di rubrica intitolata “Cronache della paura e del coraggio”. Fui pertanto ben impressionato nel constatare che l’autore riproponeva, ambientata nel 1968 nella metropoli del Colorado anziché a New York, la classica leggenda metropolitana (definizione inesistente all’epoca) del “mostro” che viveva nelle fogne. In conclusione al racconto, che occupava tre pagine del settimanale, vi era la spiegazione dell’accaduto. Quattro anni prima la famiglia Simpson era andata in vacanza in Florida e i giovani figli avevano fatto di tutto per portare a casa un piccolo alligatore acquistabile per pochi dollari. Ma quando Ally, questo il nome dato al cucciolo, era diventato lungo mezzo metro, il babbo “


lo sistemò testa in giù nella tazza del water e diede lo sciacquone cinque o sei volte: insomma, fino a quando Ally non fu scomparso.

Questa potrebbe essere la prima volta che la leggenda dell’alligatore nelle fogne compare in forma scritta in Italia, tuttavia è da annoverare una citazione antecedente.


Nel capitolo “Milano ctonia” a firma dell’editore Mario Spagnol, pubblicato nell’antologia Guida ai misteri e segreti di Milano (Sugar editore, 1967) compare questa considerazione: “


Un mondo sterile, senza vita; niente alligatori albini, come - dicono – nelle fogne di New York; neppure ratti o pantegane; vi si sperde, al più, qualche avventurosa anguilla.

Altra citazione vecchiotta nel romanzo Acqua dell’editore-scrittore Mario Monti (Bompiani, 1969). Nella terza sessione ambientata a New York, dove l’autore aveva trascorso la sua giovinezza, si può leggere:


Dapprincipio invocai con tutte le mie forze potenze oscure che aprissero le fogne di New York e guidassero gli alligatori bianchi là dentro per fare a pezzi (ruggendo) vestiti di seta, ingoiando collane, ingozzandosi di gambe e di braccia colanti.

Anche la terza arte non ha resistito al fascino della citazione. Tra i primi casi nostrani di contaminazione musicale, il brano della Premiata Forneria Marconi Su una mosca e sui dolci, contenuto nell’album Passpartù del 1978, che inizia così: “Strani coccodrilli sono nelle fogne di New York…”.


Ma risaliamo indietro nel tempo: a diffondere e dar legittimazione alla leggenda come oggi la conosciamo, con molta probabilità fu il libro pubblicato oltreoceano nel 1959 The World Beneath the City ("Il mondo sotto la città") a firma del giovane scrittore Robert Daley.


Il volume, dedicato a New York, includeva un capitolo intitolato esattamente “Alligatori nelle fogne” con un'intervista a un uomo, Teddy May, che si presentava come sovrintendente alle fogne cittadine. Era il 1935 quando i suoi colleghi riferirono di aver visto gli alligatori. Teddy era incredulo, finché non vide coi suoi occhi un'intera colonia di queste bestiole che viveva tranquilla sotto le strade della città più trafficata al mondo. Nessuno riusciva a capire come erano arrivati lì. La teoria più plausibile - riferita nel libro - era che un cucciolo importato dalla Florida e acquistato come animale da compagnia, col passare del tempo fosse divenuto troppo ingombrante per continuare a vivere nella vasca da bagno, e saziarlo era sempre più costoso. Cosicché, nottetempo, il papà, all’insaputa dei figli, prese l’animale, corse in strada, alzò un tombino e lo infilò nella fogna.


Secondo quanto narrato da May, alcuni mesi dopo gli alligatori erano spariti: qualcuno ucciso dal veleno per topi, qualcun altro trasportato dalla corrente in mare, altri, infine, annegati o periti sotto i colpi di fucili e pistole utilizzati dagli stessi ispettori fognari nel corso di veri e propri safari nelle fogne.


Tutto vero? Teddy May era stato sì impiegato alla società fognaria, ma come semplice operaio che a fine carriera era diventato caposquadra. Era molto noto tra i colleghi e si dilettava a raccontare storie fantasiose (Jan Harold Brunvand, To Good To Be True, W. W. Norton and Co., 1999).


Coincidenza vuole che, a dar retta ad un articoletto del New York Times, un episodio emblematico sarebbe avvenuto esattamente nel febbraio 1935. Due ragazzini intenti a spalare la neve in una botola ad Harlem, si imbatterono in un alligatore lungo un metro e 80 cm. Trascinato fuori l’animale, avevano finito con l’ucciderlo dopo che quello aveva tentato di azzannarli (The New York Times, “Alligator found in uptown sewer”, 10 febbraio 1935).


Più che temerli, gli abitanti di New York oggi sembrano considerare gli alligatori che popolerebbero il sottosuolo come fonte d’orgoglio. Da alcuni anni, ogni 9 febbraio viene celebrato l'"Alligators in the Sewers Day". Lo storico locale Michael Miscione, che ha lanciato l'evento in occasione del 75° anniversario del ritrovamento del 1935, afferma di averlo promosso non per ridicolizzare la storia, ma per sottolinearne la veridicità: "Il concetto degli alligatori nelle fogne cittadine è un grande mito, ma, dopo aver fatto una piccola ricerca su di esso, ho scoperto che ha anche una consistente base di realtà."


Di fatto, alligatori recuperati dalle fogne sono annoverati come fatti di cronaca in tempi ancor più lontani, anche se questi episodi non riguardano la città di New York. Ad esempio, secondo quanto riferito dall’Oklahoma City Times del 16 settembre 1917, ripreso da numerosi altri quotidiani statunitensi, a Pittsburgh, George Moul, un dipendente del Bureau of Highways and Sewers, mentre stava effettuando dei lavori di disostruzione di una fogna cittadina, sollevando un tombino si era trovato di fronte il muso di un alligatore di circa un metro, che, una volta estratto, aveva portato a casa sua. Nessuno sapeva spiegarsi come l’animale fosse giunto lì, 1500 km a nord della Florida.


Quattro anni prima, a Shreveport, in Louisiana, all’ora di pranzo un alligatore era sbucato da una fogna in pieno centro cittadino creando panico tra i passanti. Quando stava per entrare in un grande magazzino era stato freddato da un poliziotto che gli aveva sparato. La bestia era lunga più di un metro e mezzo (The Sea Coast Echo, 8 novenbre 1913).


Misurava invece solo una trentina di centimetri l’alligatore sonnecchiante ritrovato nell’inverno 1915 a Greensboro, North Carolina, da un gruppo di operai mentre giaceva sul fondo melmoso di una condotta fognaria (The Leavenworth Echo, 10 dicembre 1915). Ancor più curioso, il ritrovamento di un alligatore all’ingresso di un condotto fognario a Richmond, in Virginia, nel 1924. L’animale era stato rivendicato da una ragazza che asseriva di averlo ricevuto in dono da cugini abitanti in Florida: avendo fatto perdere le sue tracce da quasi un anno si era ipotizzato fosse vissuto per tutto quel tempo nelle fogne (Evening Star, 8 novembre 1924).


E, per restare in tema, impossibile non citare “la disavventura di un cucciolo di alligatore”, come sintetizzava il titolo di un lungo articolo pubblicato sull’Evening World del 13 febbraio 1891 (notare che abbiamo fatto il salto dal XX al XIX secolo). Secondo quanto riferito da un giornale locale, un importante cittadino di Ocala, in Florida, aveva espresso il desiderio di possedere un piccolo alligatore da tenere in casa per mostrarlo ad alcuni amici che sarebbero arrivati dal nord. E così fu. Il cucciolo, dal comportamento gioviale, si comportava come un animale domestico, tant’è che aveva imparato a rispondere quando veniva chiamato per nome: Enoch.


Col passar del tempo però le sue dimensioni erano aumentate e i proprietari avevano deciso di lasciarlo libero di girare nel giardino intorno alla casa. Ma un giorno Enoch facendo un balzo perse l’equilibrio e cadde all’interno di un condotto fognario. I suoi proprietari, accortisi della scomparsa, la notte stessa iniziarono ricerche che però risultarono infruttuose. Sei mesi dopo, un operaio addetto alla disostruzione di una fogna rimase col braccio incastrato in una sorta di morsa. Con l’aiuto di un collega riuscì a recuperare la “cosa”: un alligatore di un metro e venti che continuava a sbattere le palpebre come se non fosse abituato alla luce. Era Enoch, riconosciuto da un nastro azzurro che la padroncina gli aveva messo al collo.


Certo che si tratta proprio di una bella storia, e qualcuno potrebbe sottolineare - troppo bella per essere vera. Tra l’altro questa narrazione contiene già alcuni elementi tipici della futura leggenda.


Comunque sia, una delle prime segnalazioni di un alligatore catturato vivo nelle fogne di una città americana, in questo caso Macon, in Georgia, risale addirittura all’autunno 1873 (Watertown Republican, 5 novembre 1873). Qualche anno dopo anche i quotidiani italiani riferirono di una “nuova moda americana” citando un articolo del New York World. Come si può leggere, ad esempio, su Il Piccolo della sera del 14 settembre 1886, le signore, in luogo di condurre con loro al passeggio dei cagnolini portavano dei piccoli alligatori giovanissimi provenienti dalle paludi del mezzogiorno e acquistabili, proprio a New York, a uno o due dollari.


Recentemente una giovane signorina della buona società passeggiava nella Lexington Avenue conducendo legato a una catenella d’argento uno di quei piccoli alligatori lungo 14 pollici, il quale aveva un collare d’argento con incisovi il nome della sua gentile padrona.

Per tornare al connubio fogne-alligatore, lo ritroviamo nelle cronache di inizio Ventesimo secolo anche per tutt’altro motivo.


Secondo quanto riportato dalla stampa locale della Florida, nello Stato si era diffusa la prassi di utilizzare alligatori di media taglia per disostruire le reti fognarie. Sembra che l'idea fosse venuta al capitano B. R. King, sovrintendente dell’acquedotto di Fort Meade, che aveva introdotto nei condotti intasati un esemplare di poco più di un metro, con una fune legata alla coda e alcune catene collegate alla fune. L’esperimento era riuscito, con un notevole risparmio economico (El Paso Herald, 14 gennaio 1915). Il sistema parve funzionare, tant’è che due anni dopo, anche un ingegnere del dipartimento fognario della città di Trenton, nel New Jersey, ne propose l’introduzione (The Bridgeport Evening Farmer, 24 aprile 1917).


A questo punto parrebbe plausibile che alligatori “abbandonati” siano veramente sopravvissuti nelle fogne, anche se nessuno sembra avere ritrovato famelici esemplari giganteschi, tanto più albini, come narra la leggenda. Oppure, come è riportato in un’opera di una certa importanza per la letteratura contemporanea americana quale “V” di Thomas Pynchon. Nel romanzo, uscito nel 1963 e ambientato a metà anni ’50, uno dei protagonisti, Benny Profane, ex-marinaio che dopo essersi trasferito a New York vive di lavori occasionali, incontra un gruppo di giovani portoricani che gli parla degli alligatori che vivono sotto la città. Come c’erano arrivati? Esattamente come diceva la leggenda. Benny viene ingaggiato come cacciatore di quei grossi animali, ciechi e albini. Uno dei capitoli descrive Benny che dà la caccia a un alligatore.

Su Pynchon e gli alligatori, qui potete leggere la traduzione di un ottimo studio del folklorista Kenneth A. Thigpen uscito nel 1979 su Southern Folklore Quarterly, (vol. 43, pp. 93-105).


Tornando in Italia e a tempi più recenti, in un articolo promozionale pubblicato su La Stampa del 31 agosto 1976 a proposito del film documentario Savana violenta di Antonio Climati e Mario Morra, si poteva leggere:


i due autori della pellicola sono stati bravi, ma il loro fiuto e la loro abilità è stata riconfermata ancora quando si sono recati a New York dove hanno avuto modo di registrare una specie di “Safari nelle fogne cittadine.
Fare questa caccia nelle fogne della metropoli americana ha dell’incredibile poiché si tratta di una caccia vera e propria per uccidere spietate e immonde bestie che emettono suoni cupi e asmatici. Sono quei rettili e coccodrilli che i newyorkesi si scambiano in dono e che dopo un po’ buttano nelle toilette perché stanchi del giocarello o perché esso è diventato troppo ingombrante: essi non solo sopravvivono alle alte temperature del sottosuolo, ma crescono anche di proporzioni fino ad assumere mostruosi e terrorizzanti aspetti per gli operai addetti alle fogne i quali se non stanno attenti rischiano di finire nelle loro fameliche bocche.

Ma come! La pellicola in questione, del genere “mondo-movie” - noto anche come shockumentary - dimostrerebbe la realtà della leggenda?

L’episodio del coccodrillo è solo uno dei molti trattati nel film e dura pochi minuti. All’alba quattro operai scendono nelle fogne sollevando un tombino in una via deserta di New York, muniti di maschere a gas e di torce per illuminare i canali sotterranei. Camminano nell’acqua putrida catturando un serpente mezzo addormentato (un piccolo boa brasiliano, secondo la voce fuori campo). Poi notano strane tracce e chiedono via radio l’intervento di una squadra dei vigili del fuoco che, giunta sul posto, attrae la curiosità di un folto gruppo di persone. Nel frattempo gli operai estraggono dal fodero un fucile.


Dalle acque emerge la bocca spalancata di un alligatore.


Sparano due o tre colpi, ma non contro l’animale. Tirano su la besstia con una fune legata al collo non senza ostentare un po’ di fatica. Secondo il commentatore si trattava di "un caimano di circa tre metri".


Dopo avero coperto con un telo, lo portano in superficie dallo stesso tombino da cui erano entrati, di fronte alla folla, contenuta a malapena da alcuni agenti di polizia mentre qualcuno scatta fotografie. Si vedono anche delle cineprese professionali. Il caimano, con gli occhi bendati per proteggerlo dalla luce - come non trascura di precisare il commentatore - viene deposto sul lettino di un’ambulanza, dove gli somministrano dell’ossigeno “per rimetterlo dallo shock”.


Poi si cambia argomento.


Che dire? E’ perlomeno curioso che una storia del genere, che avrebbe comporato il coinvolgimento delle forze dell’ordine e la presenza di numerosi testimoni, non trovi riscontro in nessun servizio giornalistico dell’epoca, a differenza di tutti quelli prima riportati. Ma, dopotutto, la pellicola appartiene a quel genere cinematografico dove a brani ripresi dal vero, venivano afficanti altri di pura invenzione o di "ricostruzione".

Come è altrettanto curioso che, esattamente un mese prima del suddetto articolo promozionale, il 28 luglio, su Stampa Sera un breve articolo di fonte Ansa annunciasse l’inizio della lavorazione negli Stati Uniti di un nuovo film dell’orrore con protagonista


un coccodrillo che da piccolo viene scaricato da un water e che è costretto a vivere nelle fogne uscendo allo scoperto per vendicarsi quando avrà raggiunto una dimensione di nove metri.

La pellicola, intitolata semplicemente Alligator, diretta da Lewis Teaque e ambientata non a New York ma a Chicago, sarà distribuita oltreoceano solo quattro anni dopo, per poi sbarcare nelle nostre sale nell’estate 1981.


In questo bailamme di storie tra il vero, il fantastico e il verosimile, caratteristica comune a tutte le leggende metropolitane, non potevamo esimerci dal ricordare un aneddoto risalente alla metà degli anni ’90 del secolo scorso. In una puntata del Maurizio Costanzo Show, uno degli ospiti regolari della trasmissione col ruolo di opinionista-spalla del conduttore noto come “il viaggiatore” - al secolo Melchiorre Gerbino, uno dei fondatori della storica rivista underground Mondo Beat - raccontò che, quando viveva a New York, aveva partecipato ad una vera e propria battuta all’interno dei condotti sotterranei con tanto di imbarcazione attrezzata e di fucili da caccia.


La preda: il fantomatico coccodrillo delle fogne.



Illustrazione in evidenza: Carlos y Alberto (Messico, XX secolo), scultura di fibra di vetro.

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