Il mistero delle ragazze URLANTI
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Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo
Siamo a Ketereh, una cittadina dello stato del Kelantan, in Malaysia. È un venerdì mattina del luglio 2018 e, sebbene sia il giorno festivo settimanale – siamo in un paese a larghissima maggioranza musulmana – la locale scuola secondaria è aperta.
Siti è una ragazza di diciassette anni. Così racconterà quanto le capitò quel giorno parlando alla BBC, che ne trasse un ottimo resoconto, pubblicato un paio di settimane dopo a firma della corrispondente Heather Chen.
Ero seduta al mio banco, ero assonnata, e ad un certo punto ho sentito un colpo secco e deciso sulla spalla. Mi sono voltata per vedere chi era, e la stanza è diventata buia. Sono stata colta dalla paura. Avevo un dolore lancinante alla schiena e la testa ha cominciato a girarmi. Sono caduta a terra. Prima che me ne rendessi conto, ero finita nell’altro mondo. C’erano scene di sangue, di orrore e di violenza. La cosa più spaventosa era un volto di pura malvagità. Mi inseguiva, ma non potevo scappare. Ho aperto la bocca, cercavo di gridare, ma non uscivano suoni. Poi sono svenuta.
Nel giro di pochi minuti, o perché avevano visto direttamente la scena, oppure perché la notizia si era propagata tra le aule, molte altre studentesse adolescenti – trentanove, a fine giornata – avevano cominciato a urlare. Una di loro diceva di aver visto la stessa “sagoma nera” che aveva descritto Siti. Alcuni predicatori erano stati chiamati in fretta e furia per presiedere a delle preghiere collettive, perché l’interpretazione subito emersa era che in quella scuola ci fosse una presenza satanica (in arabo شَيْطَان, Shayṭān).
Discutendone con la BBC, il sociologo della medicina Robert E. Bartholomew, il più noto esperto di MPI (Mass Psychogenic Illness, disturbo psicogeno di massa), ha inquadrato la vicenda in un contesto culturale più ampio. La Malaysia, ha spiegato Bartholomew, già da parecchi anni era diventata una specie di capitale mondiale degli episodi di panico collettivo. Un tempo quegli episodi colpivano più le fabbriche, ma in tempi più prossimi a noi si erano manifestati soprattutto nelle scuole e negli ostelli studenteschi, privilegiando in nettissima maggioranza il sesso femminile. In quel paese, questi eventi riguardano in larga misura il gruppo etnico malese (i malesi costituiscono il 60% circa della popolazione della Malaysia).
Nel caso di Siti, la ragazza che, come a volte è possibile fare, è stata identificata come involontario innesco della trasmissione del panico, è emersa in maniera netta la condizione di intenso stress psichico che stava sperimentando la ragazza nel periodo precedente l’episodio. Era in vista dell’esame per il diploma, e, come lei stessa ha sottolineato, mangiava poco e dormiva anche meno ormai da settimane.
Parecchi, nella zona, hanno riferito ai giornalisti il clima di spavento di quella giornata. Molte ragazze, dopo aver visto cosa capitava ad altre, vennero portate via, perché avevano preso a lanciare urla. Alcune scalciavano.
L’istituzione scolastica non rimase inerte. Un misto di assistenza psicologica e di riunioni di preghiera aveva cercato di mitigare l’impatto dell’episodio – molte ragazze avevano parlato di un vincolo molto forte creatosi subito fra le protagoniste dell’evento – e, soprattutto, di prevenirne il ripetersi. Vista la frequenza degli episodi malaysiani, nel 2019 Robert Bartholomew ha persino consigliato alle autorità del paese di avviare un programma nazionale d’informazione per la gestione immediata dei casi futuri.
Del resto, e su scala assai più vasta, già nell’aprile del 2016 molte scuole dello stato del Kelantan erano state colpite da casi analoghi: in una scuola di Pengakalan Chepa, sintomi del tutto simili a quelli del 2018 si erano manifestati in un centinaia di studenti e anche in alcuni insegnanti. Anche in quel caso, alcune delle ragazze avevano descritto “un’ombra nera” che vagava per la scuola. Siccome una ragazza diceva di aver visto per alcuni istanti la figura di una donna anziana fra i ceppi di alcuni vecchi alberi presenti nel cortile della scuola, la direzione li aveva fatti sradicare, ritenendo che le visioni degli spiriti fossero favorite dalle presenza delle radici degli alberi tagliati – una convinzione diffusa, nel folklore malese.
Molti sintomi di questo genere sono trattati con successo anche da guaritori assai stimati nella religiosità islamica malese – è il caso di Zaki Ya, intervistato a suo tempo dalla BBC, una figura che combatte i jinn, le entità soprannaturali dell’Islam. Una facoltà di teologia islamica di Pahang, invece, negli ultimi anni ha iniziato a vendere a caro prezzo un kit contro episodi di possessione simili a quelle delle scuole che abbiamo visto: comprende acido formico e spray al peperoncino, tutte cose che i jinn temono.
Peraltro, le testimonianze di quei giorni dicono che il meccanismo di stress, paura e tensione si è ripetuto in parte pure fra altre figure femminili delle famiglie delle ragazze colpite: risate isteriche, urla, tremori, svenimenti si sono manifestati in diversi casi nelle abitazioni delle ragazze colpite. La madre e la sorella maggiore di Ina, per esempio – un’altra delle giovani che frequentavano la scuola – la sera dell’episodio hanno riacquistato la calma soltanto dopo l’intervento di un ustaz, un altro tipo di guaritore assai stimato in quella parte della Malaysia.
Considerato anche il contesto in cui questi episodi si verificano – vige in quelle località un’applicazione particolarmente stretta della shariʿa – pure lo studioso di diritto islamico Afiq Noor, anche lui malaysiano, è stato chiaro: si tratta di eventi destinati a ripetersi.
Immagine in evidenza: generata con Microsoft Bing Image Creator




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