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Marie Bonaparte: quando la psicoanalisi studiava le leggende di guerra

  • Immagine del redattore: Redazione
    Redazione
  • 22 apr
  • Tempo di lettura: 6 min


L’ultimo arrivato nella collana Biblioteca di Psicoanalisi di Mimesis Edizioni è un piccolo gioiello: si tratta di Miti di guerra. Catastrofi, sogni, profezie, prima, meritoria traduzione italiana, dovuta a Linda Valle, di Mythes de guerre, di Marie Bonaparte (1882-1962), la cui edizione originale risale al 1946 e che qui è accompagnata dalla prefazione dello psichiatra e psicoanalista Maurizio Balsamo


Marie Bonaparte è figura di prima grandezza nella storia della psicoanalisi dei primi decenni del Novecento. Paziente e poi allieva di Freud, oltre che principessa di Grecia, fu colei che salvò la vita al suo maestro dalle persecuzioni naziste permettendogli l'esilio londinese. Ed è grazie a questa donna, pronipote di Napoleone I, che oggi è possibile leggere gli scritti del padre della psicoanalisi, salvati dall’oblio grazie alla sua opera. Ma a Bonaparte si debbono anche teorie controverse sulla sessualità femminile e sulle opere di Edgar Allan Poe, rilette in chiave strettamente psicoanalitica. 


Fu al termine della Seconda guerra mondiale che Bonaparte pubblicò Mythes de guerre. Il suo intento era quello di esaminare alcune delle dicerie in circolazione durante gli anni del terribile conflitto dal punto di vista di una mitologia inquadrata nell’ottica freudiana, ma anche in quella del comparativismo religioso di Frazer e del suo Ramo d’oro


Anche se alcune delle sue analisi risentono oggi più che mai dell'interpretazione psicoanalitica classica, il loro valore come indice del clima del tempo è tuttora elevato: si tratta di una delle prime raccolte sul campo di fake news e dicerie collettive, una piccola "capsula del tempo" che permette di conoscere alcune fra le voci e le profezie che circolarono tra il 1938 e il 1945 circa il futuro immediato dell’Europa e del mondo. Voci raccolte da Marie Bonaparte con la convinzione che gli psicoanalisti fossero “troppo abituati a prendere sul serio le produzioni dell’immaginazione umana, anche quelle apparentemente più folli”, per non considerare quelle narrazioni degne di nota e portatrici di significato. E questo, a cominciare dalla prima fra quelle prese in esame: la leggenda del morto nel veicolo, uno dei motivi folklorici classici di maggior rilievo per chi si occupa del leggendario contemporaneo.  


Profezia di guerra con sacrificio umano


La prima e per il nostro sguardo più interessante fra le leggende prese in esame da Bonaparte è quella che oggi – anche grazie ai suoi studi – è un classico delle leggende di guerra: il cadavere nell’auto. La psicoanalista ne raccolse una trentina di varianti, la cui diffusione andava da Parigi a Città del Capo. Un esempio tra i tanti, quello ascoltato nel 1940 o nel 1941 da Sir Herbert Stanley, all’epoca governatore della Rhodesia Meridionale (oggi Zimbabwe):


“Due signore si stavano recando in auto a Salisbury da una fattoria vicino a Marondera (un luogo situato a poco meno di 50 miglia da Salisbury sulla strada per Umtali) e [...] avevano incontrato un vecchio europeo, malvestito e sporco che camminava lungo la strada. Si erano fermate e gli avevano offerto un passaggio. Lui aveva accettato e aveva chiesto di scendere nei sobborghi di Salisbury. Si era offerto di pagare, ma siccome le donne si erano rifiutate, aveva detto: – Bene, vi darò allora una buona notizia. Entro dodici mesi Hitler sarà morto. Le donne erano incredule, e allora lui aggiunse: – Vi dirò anche un’altra cosa. Prima della fine di questa giornata, ci sarà un morto nella vostra auto. E con questo si separarono. Le signore fecero le loro commissioni, pranzarono al Grand Hotel e tornarono a casa. A Salisbury incontrarono un’auto incidentata e fu chiesto loro di portare un ferito all’ospedale della città. Così fecero, e quando arrivarono all’ospedale si accorsero che l’uomo era morto. (Lo avevano messo sul sedile posteriore dell’auto; entrambe erano sedute davanti). La mia fonte mi ha assicurato che si trattava di una storia vera e che conosceva le signore in questione. Non ho chiesto i loro nomi”.

Nelle versioni elencate da Bonaparte, per lo più provenienti della coalizione antinazista, il locutore della profezia varia: può trattarsi di una zingara, di un mendicante, di un marinaio, ma anche di santa Teresa di Lisieux, di una bambina o di un semplice viaggiatore di passaggio. In tutte è comunque presente una profezia, di solito quella della fine imminente della guerra o quella della morte di Hitler, anche se sono presenti varianti che hanno per protagonisti altre figure di rilievo (da Mussolini, di cui si vaticinava l'assassino nel 1939, sino al dittatore greco Metaxas). Bonaparte segnala che in Germania circolava una storiella analoga che preannunciava l’imminente trionfo dell’Asse, se non addirittura l’assassinio del primo ministro britannico Chamberlain o di quello francese Daladier. In tutte, comunque, la veridicità della profezia viene garantita da un’altra, che spesso riguarda un morto – di solito un passeggero occasionale oppure un ferito che viene trasportato nell'automobile.


Bonaparte rilegge questa storia alla luce della mitologia comparata e della psicoanalisi e suggerisce che, davanti al caos della guerra, l’Io collettivo vada incontro a un processo regressivo che fa riemergere forme di pensiero magico e arcaico. In quest'ottica, il cadavere nell'auto assume il ruolo di un sacrificio umano necessario: la morte dello sconosciuto passeggero funziona da pegno per ottenere un bene più grande, cioè la fine del conflitto o la morte del dittatore-nemico. 


Al di là di queste interpretazioni, chi si occupa di storia orale e di leggendario contemporaneo non potrà che apprezzare l’estrema ricchezza e varietà delle voci che grazie a Bonaparte sono sopravvissute. Abbiamo trovato deliziosa questa variante, circolata in Normandia subito dopo la Pentecoste del 1940:


“Un professore di matematica ottiene risultati molto precisi con i suoi calcoli. Aveva già annunciato, sbagliando di un solo giorno, l’invasione della Norvegia e dell’Olanda. Poi, per divertirsi, predice al suo portiere che avrebbe avuto un incidente in una data precisa. E dopo aggiunge: – A partire da oggi Hitler ha solo sei settimane di vita. L’incidente al portiere accade: viene investito da un’auto.”

Profeti e veggenti lasciano qui il passo a calcoli matematici che prevedono il futuro con impeccabile certezza: una scienza esatta quasi indistinguibile dalla magia.


Bromuro, spie e carri armati di latta


Il volume edito da Mimesis è una miniera d'oro anche per altri tipi di folklore bellico. Tra le storie che Bonaparte registra e commenta, per esempio, compare anche quello della donna sul tram che profetizza la fine della guerra, già in circolazione durante la Prima guerra mondiale. Nell’occuparcene, avevamo notato che in quel caso la veridicità del pronostico era garantita dal fatto che il veggente indovinava l’esatta quantità di denaro posseduta da uno dei presenti. Ma nelle pagine di Bonaparte c’è anche il mito del vino al bromuro: la classica convinzione, diffusa tra i soldati francesi, ma anche tedeschi e inglesi, che l'Intendenza aggiungesse sostanze chimiche al cibo per spegnere i loro istinti sessuali e tenerli calmi.


Egualmente interessante è la storia del “carro armato di latta”, che per Bonaparte rappresenta un meccanismo di difesa dalla paura, attraverso la messa in ridicolo della potenza bellica avversaria:


“Un inglese viaggiava recentemente in Renania (o sulla frontiera della Slovacchia o dell’Ungheria), in una splendida Rolls-Royce. A una curva della strada, si trova improvvisamente faccia a faccia con una colonna di carri armati tedeschi. Sta andando troppo veloce per poter frenare in tempo; l’auto sta per scontrarsi con un carro armato; l’automobilista chiude gli occhi, credendo che sia giunta la sua ultima ora; avviene l’impatto… L’inglese riapre gli occhi; che sorpresa vedere la sua Rolls-Royce intatta, mentre il carro armato tedesco giace in pezzi sulla strada. Il materiale dei carri armati tedeschi, fatto di legno e latta, è proprio scadente.”

E che dire, poi, della storia delle “spie travestite da suore”, raccolta nell’estate del 1940?


“Una suora, a Vitry-le-François, faceva l’elemosina alla stazione per le opere di guerra, quando improvvisamente qualcuno si accorse che aveva le mani un po’ mascoline. L’hanno guardata con sospetto, fino a riconoscervi un tedesco. La polizia ha cercato di portarlo via, ma non ci è riuscita; la folla l’ha ucciso sul posto”.

Bonaparte affronta però anche letture più articolate, come quella di ciò che per lei è una dimostrabile continuità tra il mito norreno e germanico di Sigfrido e l’ideologia nazista e la propaganda antisemita diffusa sui giornali francesi collaborazionisti durante l’occupazione tedesca del 1940-44.


Nonostante siano passati ottant'anni, le analisi di Bonaparte sono tuttora rilevanti e, in certi casi, assolutamente adeguate. Per la studiosa le dicerie non sono “errori”, ma "allucinazioni di vita" necessarie per gestire l'angoscia collettiva. In un'epoca dominata da complottismi e narrazioni virali, Miti di guerra segnala in modo efficace che la leggenda metropolitana è uno delle modalità attraverso la quale l'essere umano dà senso al caos degli eventi. E Χάος, oggi, ne abbiamo in abbondanza.


 
 
 

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