Niente caramelle dagli sconosciuti: nascita di una leggenda nera
- Redazione
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articolo di Paola Frongia e Giuseppe Spanu
Non accettare caramelle dagli sconosciuti! Chi di noi non ha mai sentito questa raccomandazione dai propri genitori? È solo una frase di buon senso, oppure è legata a un episodio accaduto sul serio? Per rispondere, è necessario fare un salto indietro fino agli ultimi decenni del XIX secolo, cioè, al periodo che vide la città di Filadelfia diventare il teatro di un crimine che sconvolse gli Stati Uniti.
Caramelle per un bambino
Era il 1° luglio del 1874: Charley Ross, un bimbo di quattro anni dal visino paffuto incorniciato da lunghi boccoli biondi, giocava nel giardino di casa insieme al fratello Walter di sei anni, quando una carrozza si fermò davanti al cancello della loro abitazione. Non era la prima volta che capitava. Già da qualche giorno, i due uomini a bordo del calesse avevano preso l’abitudine di scambiare qualche chiacchiera e di regalare caramelle ai piccoli Ross. Quel pomeriggio, si offrirono di accompagnare loro a comprare i petardi per la festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti, che cade il 4 luglio. I due fratelli ne furono entusiasti e accettarono l’invito. Dopo un breve tragitto, i due uomini diedero 25 centesimi a Walter per acquistarli. Non appena uscì dal negozio, il bambino si accorse che la carrozza era sparita e scoppiò a piangere, ma per fortuna un passante lo riportò a casa sano e salvo. Per la famiglia Ross cominciò l’incubo, non si sapeva che fine avesse fatto Charley, ma da lì a poco il suo nome sarebbe diventato noto in tutta la nazione.
Il 3 luglio, il padre Christian ricevette la prima lettera da parte dei rapitori: “Signor Ross, non si preoccupi per suo figlio Charley, l’abbiamo in pugno e nessuno potrà strapparlo dalle nostre mani. Dovrà pagare due volte prima di riaverlo, e anche un bel gruzzolo. […] Se tiene alla sua vita, non mandi nessuno a cercarlo: solo i suoi soldi possono tirarlo fuori vivo […] Non pensi che gli investigatori possano strapparcelo, perché è impossibile. Avrà nostre notizie fra pochi giorni.” Il contenuto della missiva, reso pubblico dai giornali, suscitò una tale indignazione nell’opinione pubblica, che i funzionari di polizia decisero di ricorrere a metodi senza precedenti: molte località furono rivoltate come un calzino; le proteste dei perquisiti non facevano che aumentare i sospetti. Queste operazioni consentirono di recuperare un’enorme quantità di refurtiva e di catturare parecchi ladruncoli, ma il bambino sembrava svanito nel nulla.
Qualche giorno più tardi, arrivò una seconda lettera, in cui si chiedeva di pagare un riscatto di ventimila dollari. Il punto è che i rapitori pensavano di avere a che fare con una famiglia ricchissima, ma in realtà avevano sbagliato i loro calcoli. il crollo della borsa del 1873 aveva devastato le finanze dei Ross: il signor Christian non poteva permettersi di sborsare una somma del genere, e anche per questo si rivolse immediatamente alla polizia. Fu il primo caso americano di rapimento di un bambino a scopo di estorsione.
Tutti i quotidiani, da una costa all’altra degli States, presero a occuparsi del caso. A tal proposito, un inviato del New York Herald scrisse: “Mai nella storia della ‘Città dei Quaccheri’ [1] si è verificata una circostanza che abbia monopolizzato a tal punto l’attenzione della stampa locale, né che abbia richiamato a Filadelfia un numero così elevato di corrispondenti provenienti da altre località. La sua importanza è tale […] che nessun aspetto della vicenda potrebbe sfuggire all’attenzione dell’opinione pubblica, né alcun dettaglio passare inosservato senza suscitare qualche commento.”
Nel frattempo, la polizia della Pennsylvania, dello Stato di New York, del New Jersey e l’agenzia investigativa privata Pinkerton e i servizi segreti avevano preso a seguire diverse piste, ma purtroppo nessuna portò a Charley.
Il 2 agosto George Walling, capo della polizia della città di New York, telegrafò al suo omologo di Filadelfia per informarlo di essere in possesso di importanti novità sui responsabili del sequestro. L’ufficiale di polizia di Filadelfia si recò dunque a New York, portando con sé le lettere ricevute dalla famiglia del bambino. Un informatore di Walling riconobbe in una di esse la scrittura di un certo William Mosher e descrisse sia quest’ultimo sia il suo compare Joseph Douglas, menzionando alcuni particolari che coincidevano con i ricordi del piccolo Walter. Si fece ogni sforzo per mettere le mani sui due malviventi, ma senza successo. Il 6 novembre, il signor Ross ricevette l’ultima missiva (precisamente la ventitreesima) da parte dei rapitori. Questa volta gli ordinavano di affidare il denaro a due parenti: qualcuno sarebbe passato a ritirarlo in un albergo di New York in cui avrebbero alloggiato. Gli chiesero anche di pubblicare sul New York Herald il seguente, laconico annuncio “Saulo di Tarso: Hotel Fifth Avenue, mercoledì 18; per tutta la giornata”; se avesse seguito le loro istruzioni, gli avrebbero restituito il bambino entro dieci ore. Il fratello della signora Ross e suo figlio partirono per la Grande Mela con il denaro e attesero a lungo nella camera d’albergo, ma non si presentò nessuno. Di Charley non si seppe più nulla.
Cinque mesi dopo, ecco una svolta imprevista. Holmes Van Brunt, come tanti newyorkesi facoltosi, possedeva una seconda casa a Bay Ridge, presso Brooklyn. Il 14 dicembre del 1874, la sua famiglia fu svegliata alle due del mattino dal rumore assordante dell’antifurto, perché qualcuno si aggirava intorno alla villa. Pioveva e faceva molto freddo. Il signor Van Brunt chiamò quattro uomini armati di fucile e dopo quasi un’ora, due intrusi saltarono fuori silenziosamente dalla cantina sul retro. Ne seguì una sparatoria, e uno dei ladri morì sul colpo, mentre l’altro, prima di esalare l’ultimo respiro, sbalordì tutti i presenti confessando:
“Mi chiamo Joseph Douglas e quell’uomo laggiù è William Mosher. Sto per morire ed è inutile mentire. Mosher ed io abbiamo rapito Charley Ross […] per fare soldi […] Mosher sa tutto del bambino […] Tornerà a casa sano e salvo fra pochi giorni.”
Il piccolo Walter riconobbe nel cadavere di Mosher l’uomo che guidava la carrozza e in quello di Douglas il signore che offriva le caramelle. Ma neanche questa volta la polizia riuscì a trovare il bambino. Nel 1876, il signor Christian pubblicò The Father’s Story of Charley Ross, the Kidnapped Child (La storia del padre di Charley Ross, il bambino rapito): userà il denaro ricavato dalla vendita del racconto e ogni centesimo del suo patrimonio per verificare qualsiasi indizio che potesse restituirgli l’amato figlioletto. Morì nel 1897, ridotto in miseria e senza avere avuto la gioia di poterlo riabbracciare.
Questa triste vicenda, che all’epoca ebbe un enorme impatto sull’opinione pubblica, sedimentò nell’inconscio collettivo degli americani la paura che altri bambini potessero fare la fine di Charley Ross. Con il passar del tempo la sua storia è stata dimenticata, ma il monito Don’t take candy from strangers (“Non accettare caramelle dagli sconosciuti”) si è sedimentato tra le famiglie statunitensi ed è stato tramandato di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Le parole, inutile dirlo, sono diventate proverbiali.
Più scherzetto che dolcetto
Negli Stati Uniti, se c’è un’occasione in cui i bambini potrebbero accettare volentieri caramelle dagli sconosciuti, quella è la notte di Halloween, perciò bisogna stare attenti ai vari psicopatici che, approfittando del tradizionale “dolcetto o scherzetto”, potrebbero rifilare ai più piccoli caramelle avvelenate. In realtà questo tipo di pericolo non esiste: è solo una leggenda contemporanea di cui il CeRaVolC si è occupato), tuttavia la stampa, riportando alcuni casi di cronaca legati a quella festività ha contribuito ad alimentare la paura, e ogni anno si teme che la notte del 31 ottobre possa succedere qualcosa di terribile. Come si è arrivati a tutto questo?
Le prime voci che le caramelle potessero contenere sostanze letali come colla, vernice o limatura di ferro risalgono alla metà del XIX secolo, ovvero a quando si iniziò a produrle su scala industriale. Sino ad allora, i dolciumi venivano realizzati a mano, in piccoli laboratori o nelle cucine domestiche; le caramelle industriali rappresentavano la diffidenza della gente verso i moderni metodi di produzione del cibo. Come ci si poteva fidare di un alimento preparato lontano dai propri occhi? E, soprattutto, qualcuno ci aveva lasciato davvero le penne? Secondo la professoressa Samira Kawash, autrice di Candy. A Century of Panic and Pleasure, in effetti si era verificato qualche caso di avvelenamento all’inizio del Novecento, ma si era trattato sempre di crimini con movente, commessi per vendetta o per eliminare dei rivali, che non avevano nulla a che fare con la produzione di massa. Per esempio nel 1904, una certa Rena Nelson, di Pierre (Dakota del Sud) aveva corretto le caramelle con dell’arsenico per far ricadere la colpa sulla moglie dell’amante.
A partire dagli anni Settanta del Novecento, con l’aumento della criminalità urbana, la leggenda delle caramelle avvelenate si legò soprattutto alla festa di Halloween. I sociologi Joel Best e Gerarld T. Horiuchi hanno esaminato le cronache di avvelenamento riportate dalla stampa tra il 1858 e il 1984 e non hanno trovato nemmeno un caso di un bambino morto per un “dolcetto o scherzetto” finito veramente male. Per lo più si trattava di tragedie sventate, in cui, per fortuna, i dolciumi contaminati non erano stati neanche mangiati, oppure di fatti avvenuti un po’ prima o un po’ dopo il 31 ottobre, ma ricondotti forzatamente a quella notte; infine, c’erano brutti scherzi orchestrati dagli stessi bambini, forse per attirare l’attenzione degli adulti. Per esempio, i genitori di un bambino che aveva trovato uno spillo in una caramella, accusarono un loro vicino di casa; vent’anni dopo quel bambino, ormai cresciuto, confessò di essere stato lui stesso l’autore del brutto “scherzetto”. Eppure ogni anno, si teme che le caramelle dei propri figli possano contenere veleno per topi o che le mele candite celino spilli o lamette da barba.
Ad alimentare questo sospetto contribuirono notevolmente alcuni episodi isolati, ingigantiti dalla stampa negli anni Settanta. Il 6 novembre del 1970 Kevin Toston, di soli cinque anni, morì per overdose di eroina dopo aver mangiato dolcetti raccolti durante la festa di Halloween. Secondo i giornali era stato uno squilibrato a rifilarglieli. Le indagini invece appurarono che il piccolo aveva ingerito l’eroina dello zio, ma che i suoi familiari l’avevano cosparsa sulle caramelle, in modo da poter dare la colpa a qualche sconosciuto. Come spesso accade, la smentita non ebbe lo stesso risalto mediatico della disgrazia e nel frattempo la falsa notizia fece il giro di tutto il Paese. Nel 1974 fu la volta di Timothy O’Bryan, un bambino di otto anni, morto dopo aver ingerito una caramella avvelenata con cianuro e potassio. Anche questa volta, si scoprì che il colpevole non era un estraneo, ma suo padre Ronald che, sommerso dai debiti, intendeva riscuotere una polizza assicurativa sulla vita del figlio. O’Bryan fu condannato a morte e giustiziato con un’iniezione letale nel 1984. Divenne noto come The Candy man (da non confondere con il serial killer Dean Arnold Corll) o come The Man who killed Halloween (L’uomo che ha ucciso Halloween).
Nell’autunno del 1982, ci fu un momento di panico più intenso. Verso la fine di settembre, sette abitanti di Chicago morirono di colpo dopo aver assunto del Tylenol, un analgesico da banco. Gli esami tossicologici rivelarono che qualcuno, che non fu mai scoperto, aveva aperto le capsule e ne aveva sostituito il contenuto con dosi letali di cianuro. Nonostante la società produttrice del farmaco avesse ritirato prontamente milioni di flaconi dal mercato, era accaduto qualcosa di assai inquietante: la paura che in occasione di Halloween potesse succedere qualcosa ai bambini si diffuse rapidamente in ogni angolo degli States.
Perché si continua a credere a queste storie e soprattutto a temere che la notte del 31 sia la più pericolosa dell’anno? Secondo Best, la paura che le caramelle di Halloween siano avvelenate è un surrogato di tutte le ansie che attanagliano la società contemporanea; incanalarle in un contenitore meno ingombrante e gestibile può aiutare gli adulti ad allontanare un senso di impotenza. A tal proposito chiosa con ironia: “Il 1° novembre […] date un’occhiata al tavolo durante la colazione e contate i nasi dei commensali. Se ci sono ancora tutti, potete rilassarvi e non preoccuparvi per altri 364 giorni”.
Caramelle stupefacenti in Italia
Gli italiani che hanno trascorso l’infanzia e l’adolescenza alla fine degli anni Settanta o nel decennio successivo, ricorderanno senz’altro che all’epoca le mamme avevano il terrore che qualcuno, all’uscita di scuola, potesse offrire ai figli caramelle “aromatizzate” con sostanze stupefacenti. Ma davvero gli spacciatori aspettavano la fine delle lezioni per iniziare i più piccoli alla droga? In base a ciò che è riuscito a ricostruire Spazio 70 [2] le prime cronache su questa paura apparse sui quotidiani risalgono alla seconda metà degli anni Settanta [3]. Per esempio, nell’aprile 1976 alcune testate riportarono la notizia che una ventina di studenti delle scuole medie di Gropello Cairoli (Pavia) era rimasta vittima di un’intossicazione causata da “caramelle con la droga”. Nemmeno la secca smentita da parte dell’ufficiale sanitario riuscì a tranquillizzare gli animi, e il timore che si potessero verificare altri casi simili si diffuse ben presto in tutto il Paese.
All’epoca le persone si affidavano per l’informazione ai telegiornali e alla carta stampata; perciò quando il Corriere della Sera, il 21 settembre 1978, informò i suoi lettori che attraverso queste caramelle i giovani venivano iniziati alla droga, è plausibile supporre che la storia abbia prodotto un certo effetto. Più tardi, nell’ottobre del 1984, la temutissima leccornia fu offerta a un bimbo di dieci anni di Adria (Rovigo) da una coppia di giovani all’uscita di scuola. Il piccolo aveva i sensi dopo averla ingerita, ma si era salvato grazie a una lavanda gastrica. Dalle analisi tossicologiche risultò che la caramella conteneva tracce di un potente psicofarmaco. Si trattava tuttavia di un caso isolato: gli spacciatori non regalavano certo dolciumi per trovare nuovi clienti.
A volte ritornano...
Certe storie possono anche sparire dalla circolazione per lungo tempo, ma spesso riemergono indossando l’abito più adatto alla moda del momento. Nel terzo millennio le caramelle stupefacenti sono tornate con le sembianze di teneri orsetti rosa, in realtà pericolosissime pasticche di Ecstasy. Nel 2017, è stato un post alquanto sgrammaticato a diffondere il panico sulle piattaforme social:
“Salve a tutti, oggi mi hanno mandato questa foto è segnalato che come potete vedere sembrano caramelle a forma di orsacchiotto, ma purtroppo così non è, sembra sia una nuova droga che si sta inserendo addirittura nelle scuole elementari x adescare i bambini, io personalmente sono rimasta letteralmente scioccata! Vi chiedo la cortesia chi ha amici con bambini sia alle elementari, che alle medie di far girare questa foto..è di avvisarli…grazie a tutti..stiamo arrivando davvero a livelli paurosi..dio mio!”
Nei gruppi WhatsApp e su Facebook c’era chi sosteneva di aver “ricevuto informative” dalle forze dell’ordine e non mancava chi affermava di averle viste con i propri occhi, all’uscita di scuola.
Gli orsetti malefici esistevano veramente, ma la foto [4] che circolava nei social non aveva niente a che fare con l’Italia. Nel 2017 era apparsa sul tabloid inglese The Sun, a corredo di un articolo che segnalava il caso di quattro adolescenti di Manchester finiti in ospedale dopo avere ingerito alcune pasticche di ecstasy a forma di orsacchiotto. Quei ragazzi, però, erano del tutto consapevoli di stare ingerendo droga, e non innocue caramelle. A tutto ciò si aggiunga che le pasticche hanno un costo piuttosto elevato: nessuno spacciatore le regalerebbe ai bambini, senza nemmeno sapere se sul serio sarebbero state utilizzate o meno. Per di più, le autorità italiane non hanno mai segnalato la presenza di questa nuova droga a forma di orsacchiotto nelle scuole. Insomma: la tragedia si è consumata quasi soltanto sul web [5].
Note:
[1] Filadelfia fu fondata nel 1682 dal teologo quacchero inglese William Penn, a cui il re d’Inghilterra aveva concesso il territorio che poi prenderà il nome di Pennsylvania per saldare un debito. Penn creò una colonia basata sulla libertà religiosa e sulla tolleranza, in cui trovarono rifugio i membri della Società Religiosa degli Amici (nome ufficiale dei Quaccheri), vittime di condanne e di arresti anche nella relativamente aperta Europa di area protestante, alla cui parte di Cristianesimo le loro chiese appartengono .
[2] Spazio 70 è un sito che si occupa di raccogliere e analizzare materiale relativo alla società per il periodo che va dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso.
[3] Si era nel periodo in cui in Italia la diffusione dell’eroina stava subendo un’impennata: ben presto si sarebbe avuta una vera e propria epidemia di overdosi mortali.
Immagine in evidenza: generata con Microsoft Bing Image Creator
