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I gatti dell’Ebola: leggende e cospirazionismo nelle epidemie del Congo 

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    Redazione
  • 9 minuti fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Giovedì 21 maggio 2026, in un ospedale alla periferia di Bunia, nel nord-est del Congo, un gruppo di tassisti in moto si è presentato ai cancelli di un ospedale per reclamare il corpo di un collega morto. Volevano dargli sepoltura secondo i riti della comunità, ma il personale medico si è opposto: il paziente era deceduto a causa del virus Ebola, e il corpo – altamente contagioso anche dopo la morte – non poteva essere consegnato in sicurezza. La situazione è degenerata rapidamente: la folla ha attaccato gli operatori, ha dato fuoco alle tende del centro di trattamento, e il cadavere causa dello scontro è finito tragicamente carbonizzato all'interno di uno dei padiglioni in fiamme.


La stessa scena si è ripetuta la sera dopo nell’ospedale della città di Mongbwalu: una piccola folla ha dato fuoco a una tenda allestita da Medici Senza Frontiere che ospitava i sospetti malati di Ebola. Diciotto persone, potenzialmente infette, sono scappate e non sono state più localizzate.


Questi episodi non sono un'anomalia. Sono, al contrario, un copione che si ripete ogni volta che il virus riemerge nelle foreste equatoriali dell’Africa centrale: l’incontro tra la risposta medica all'epidemia e un sistema di leggende, teorie cospirazioniste e credenze popolari su questa malattia spesso degenera in violenza. 


Punizione divina, maledizione o invenzione?


Con oltre mille casi tra Congo e Uganda, il focolaio, rilevato a partire dal 24 aprile 2026, è considerato dall’OMS un’emergenza sanitaria di interesse internazionale. Ma, accanto ai dati epidemiologici, si è sviluppato un universo narrativo parallelo in cui il virus non è un agente patogeno zoonotico, ma una montatura dei medici per fare soldi, l’effetto di una maledizione, una punizione divina o una malattia portata dai bianchi.


Per capire meglio le voci sull’epidemia in corso, si può guardare a quelle che furono descritte nel 2019 da Masumbuko Claude Kasereka e Michael T. Hawkes in un articolo della rivista Pathogens and Global Health. La ricerca si era svolta in occasione dell'epidemia del 2018 nel Nord Kivu, tramite dei focus group, cioè, piccoli gruppi di discussione in cui ci si interrogava sull’origine dell’epidemia, sulla modalità di trasmissione e sul come farvi fronte; a questa prima esplorazione qualitativa era seguito un questionario più strutturato, esteso a 286 persone. Le voci sull’Ebola si erano rivelate ricche di sfumature, ma con una certa coerenza interna, e soprattutto con effetti concreti sul comportamento delle persone.


Il gatto e la zia strega


Tutto, in quella epidemia, sarebbe cominciato da un gatto. Ecco, ad esempio, alcune delle voci raccolte dai ricercatori:


«Questa è la storia dell’Ebola, raccontata dalla comunità di Mangina. All’inizio del mese di maggio 2018, due gemelli, di circa trent’anni, si sono ammalati dopo aver mangiato il gatto della loro zia. La zia era arrabbiata e li aveva stregati. Hanno vomitato sangue e sono stati portati in ospedale, dove sono morti due settimane dopo. Altri cinque membri della famiglia sono morti. La comunità era arrabbiata e ha cacciato la strega». 
«Stregoneria… Guarda, per esempio, questa epidemia a Mangina, con il gatto. Il gatto che uccide le persone».
«Mangina si comporta come un piccolo villaggio, una famiglia. Quindi un pettegolezzo si diffonde da un angolo all’altro. E tutti eravamo convinti che fosse la zia molto arrabbiata». 
«All’inizio, pensavamo che questa fosse una malattia anormale, frutto di stregoneria, sulla base di questa storia dei gemelli».

I ricercatori hanno trovato questa narrazione talmente sorprendente da averla usata come titolo del loro studio: The cat that kills people (“Il gatto che uccide la gente”). Nel sondaggio condotto su 286 membri della comunità, comunque, solo il 6,3% dei partecipanti citava cause soprannaturali (stregoneria, magia) all’origine dell’Ebola, a fronte di un 53% di persone che accusava gli animali selvatici della foresta (pipistrelli, scimmie…) e un 38% che affermava di non conoscerne l’origine. I membri del primo gruppo erano in genere anche quelli più disponibili ad affidarsi a guaritori tradizionali, un dato che forse riflette una concezione più “metafisica” sulle malattie. 


Tra le concezioni errate più diffuse, il 56% degli intervistati era convinto che l’Ebola si trasmettesse per via aerea, il 71% che si potesse prevenire evitando i morsi delle zanzare e il 49% per mezzo di bagni di acqua calda e sale. 


Sincretismo medico


Curiosamente, gli intervistati che indicavano cause magiche all’origine della malattia non erano statisticamente meno inclini alle pratiche di prevenzione o ad accedere a ospedali e centri medici “scientifici”. Stregoneria e virologia non si escludevano a vicenda; semmai, coesistevano e si sovrapponevano, integrandosi in quello che i ricercatori hanno definito "sincretismo medico", un fenomeno già osservato in occasione di altre epidemie. 


Il parallelo più vicino viene dalla Tanzania, dove studi precedenti avevano documentato un atteggiamento simile verso la malaria: le persone credevano che pratiche di stregoneria potessero causare "una malattia che assomiglia alla malaria", oppure interferire con il normale decorso rendendo la malattia invisibile ai test ospedalieri. Al tempo stesso, molti erano convinti che la malattia fosse curabile attraverso la medicina occidentale, e si rivolgevano ai guaritori tradizionali soltanto dopo il fallimento delle cure prescritte o dopo aver visitato l’ospedale più volte. 


Nel caso dell’Ebola, però, la malattia è altamente letale e non esiste una terapia risolutiva. Come osservato in uno studio condotto in un campo di sfollati interni del Congo, la logica sottostante è di questo tipo: se la medicina occidentale non guarisce, forse il guaritore tradizionale può avere successo dove il medico ha fallito.


Complotti ospedalieri


Una delle frasi più dense di significato raccolte dai ricercatori nei focus group è stata pronunciata da un operatore sanitario di comunità: "l’Ebola lascia la foresta e si nasconde nell'ospedale." È una sintesi precisa, e non del tutto sbagliata, della traiettoria epidemiologica del virus, che nell’epidemia del 2018 ha visto molti casi di trasmissione nosocomiale.


La frase però ha anche un significato simbolico: l'ospedale, anziché essere lo spazio della guarigione, diventa nella percezione popolare il luogo del contagio, della morte, dell'abbandono. I focus group traboccavano di voci simili: "Poche persone vengono in ospedale. La gente ha paura del centro". "Meglio non andare in questi ospedali. Se mi sento male, preferisco comprare medicinali in farmacia". Un'infermiera anestesista spiegava come bastasse una voce, anche infondata, per svuotare in pochi minuti un centro sanitario dai suoi pazienti.


Queste voci hanno conseguenze pratiche: il 40% dei decessi per Ebola, nell'epidemia del 2018, avvenne fuori dalle unità di cura, in contesti domestici. Il 16% degli intervistati dichiarava che non avrebbe portato un familiare infetto nei centri di trattamento per l’Ebola. Il 20% avrebbe nascosto il malato alle autorità.


Per contro, i guaritori tradizionali erano percepiti come “meno pericolosi”. Nel sondaggio di Kasereka e Hawkes, il 55% dei guaritori tradizionali intervistati credeva di poter guarire l'Ebola, contro il 17% della popolazione generale. Le pratiche di alcuni di questi includevano bagni con acqua calda e sale, incisioni cutanee con applicazioni di erbe medicinali e assistenza a pazienti gravemente malati senza equipaggiamento protettivo: pratiche che davano luogo a un “circuito parallelo” di diffusione del virus, invisibile alla sorveglianza sanitaria ufficiale, alimentato da una combinazione di sfiducia nelle istituzioni e di credenze nelle pratiche tradizionali.


"Ebola Business": la cospirazione come risposta alla sfiducia


Accanto alle leggende di origine soprannaturale, un'altra narrativa diffusa era quella che vedeva il virus come un’invenzione, e le ONG e gli ospedali come attori che alimentavano la paura per profitto. Una teoria che circola tuttora: in una recente intervista alla BBC, Luc Malembe Malembe, un politico locale, ha spiegato: 


"Per una certa parte della popolazione, specialmente nelle aree remote, l’Ebola è un'invenzione degli stranieri. Non esiste. Credono che siano le ONG e gli ospedali a crearla per fare soldi, ed è tragico".

La frase Ebola Business (l’affare dell’Ebola) è un buon riassunto di questa sfiducia. Non si tratta di una convinzione priva di precedenti storici: le comunità dell'est del Congo hanno subito decenni di conflitti armati, di sfruttamento delle risorse e interventi esterni percepiti come predatori. La sfiducia nei confronti delle istituzioni, locali e internazionali, non è paranoia irrazionale, ma una risposta adattiva a una storia concreta. Questo non la rende meno pericolosa dal punto di vista epidemiologico, ma suggerisce che affrontarla con il solo debunking non sia sufficiente.


Che cosa raccontano le leggende sull'epidemia?


Il contributo più interessante di ricerche come quella di Kasereka e Hawkes non è tanto la catalogazione delle credenze errate, quanto la dimostrazione che queste credenze hanno una precisa funzione: riempiono un vuoto di spiegazione in contesti in cui la comunicazione istituzionale è debole o assente, danno senso alla sofferenza e offrono agentività in situazioni di impotenza totale.


La zia strega che maledice i gemelli è una narrazione volta a introdurre una causalità forte: qualcuno è responsabile, c'è una catena logica di eventi, la sofferenza non è casuale. Si tratta, in fondo, della stessa operazione che fa qualsiasi sistema esplicativo, compreso quello scientifico. La differenza, naturalmente, è che la risposta che suggerisce è sbagliata, e che può portare a conseguenze gravi, come la distruzione di centri medici o la decisione di sottrarsi alle rilevazioni sanitarie operate dalle autorità. Capire perché questo processo culturale attrae è però il primo passo per costruire una risposta sanitaria che non si limiti a correggere le false notizie, ma che entri in dialogo con il tessuto di significati in cui individui e comunità concrete vivono.


Come ha detto al Telegraph Gabriela Arenas, della Croce Rossa Internazionale: 


"Abbiamo imparato dal passato che le epidemie non si contengono con la sola risposta medica. Si contengono quando le comunità si fidano della risposta".

Immagine in evidenza: CDC/ Ethleen Lloyd, Public domain, via Wikimedia Commons


 
 
 

Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee (CeRaVoLC) - 2018

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