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5 leggende da un libro cult: Scary Stories to Tell in the Dark

Aggiornato il: 27 dic 2018


Articolo di Sofia Lincos


Alvin Schwartz (1927-1992) è stato uno scrittore americano particolarmente dedito alla letteratura per bambini. Popolarissimo nel suo Paese e nel mondo anglosassone, da noi i suoi libri non sono stati tradotti. Schwartz è l’autore di una trilogia di grande successo che pesca a piene mani nell’universo delle leggende contemporanee e nelle storie della tradizione popolare. Comprende poesie, canzoni, racconti e persino un gioco da fare ad Halloween. I tre volumi, usciti fra il 1981 e il 1991 e abbelliti dai disegni di un illustratore di altissimo livello, Stephen Gammell, s’intitolano Scary Stories to Tell in The Dark, More Scare Stories to Tell in The Dark e Scare Stories 3: More Tales to Chill Your Bones.


Si tratta di opere macabre pensate in modo speciale per i ragazzi, secondo una lunga tradizione anglosassone, come testimonia il successo dell’illustratore Edward Gorey (se non lo conoscete, recitate almeno una prece per i bambini di Gashlycrumb) o della serie Piccoli brividi, dello statunitense Robert L.Stine.


Come si vede, si tratta di libri usciti ormai da parecchio tempo. Ma sono diventati dei classici del loro genere e continuano ad essere ristampati e venduti in tutto il mondo. Un articolo apparso su Owlcation è un esempio recente del notevole impatto sociale che la trilogia di Schwartz ha avuto.


Dunque è comprensibile l’attesa che si sta creando in vista dell’uscita, prevista negli Stati Uniti per il 9 agosto del 2019 e da noi per il mese di ottobre, del film ispirato alla trilogia che reca il titolo del primo dei volumi.


Prodotto da Guillermo del Toro e diretto da André Øvredal, il film si annuncia interessante anche per un motivo specifico. L’American Literary Association aveva inserito i libri di Schwartz fra quelli sconsigliati per il pubblico dei giovanissimi, cui era diretto in origine, anche per l’effetto “da paura” delle illustrazioni di Gammell. Forse, anche per questo, la produzione del film in un primo momento aveva indicato come fonte d’ispirazione la controversa edizione “cofanetto” uscita per il trentesimo anniversario della serie libraria, in cui i disegni di Gammell erano stati sostituiti da quelli Brett Helquist.


Alla fine però, secondo quanto twittato a fine agosto da del Toro, si direbbe che le scene dovrebbero conservare lo stile di Gammell.


Nell’attesa del film, ecco alcune storie che abbiamo selezionato per voi dal primo libro della saga, Scary Stories to Tell in the Dark (quello del 1981).


1. L’alluce (The Big Toe)


Un ragazzino stava scavando nel giardino quando vide un alluce spuntare dal terreno. Cercò di raccoglierlo, ma il dito sembrava attaccato a qualcosa… Diede uno strattone, sentì un gemito e finalmente il ragazzo si trovò in mano l’alluce. Il ragazzo lo portò a casa e lo mostrò alla madre, che trovandolo morbido e paffuto decise di cucinarlo. Sì, avete capito bene, in questo racconto la donna decide di cucinare un pezzo di carne umana rinvenuto nel terreno. E potrebbe finire qui… Ma no, l’allegra famigliola si godette la cena e andò a dormire.


Quella notte però il ragazzo cominciò a sentire i passi di una persona che gli si avvicinava urlando “Dov’è il mio d -i-i-i-t-o?” Lo sentì sulla strada, lo sentì sulla porta, poi lo sentì sulle scale e all’ingresso della stanza. E sempre gridava: “Dov’è il mio d -i-i-i-t-o?” La porta allora si aprì, i passi arrivarono al letto del ragazzo… “Dov’è il mio d -i-i-i-t-o?” [Pausa enfatica. Saltare poi verso la persona accanto e gridare:] “CE L’HAI TU!”


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La storia fa parte del capitolo intitolato “AAAAAAAAAH!”, che raccoglie quelle storie in cui lo spavento deriva da un urlo improvviso o da una frase gridata al culmine di una narrazione già paurosa per conto suo; in pratica, l’equivalente orale dei jumpscares dei film horror. Anche la trama in sé, comunque, segue un tema che compare spesso nelle leggende popolari: quello del morto cui viene sottratto qualcosa - ad esempio un osso, un dente d’oro, un capo d’abbigliamento - e che successivamente ritorna dal regno dei più per riprendersi ciò che era suo.


Per i più curiosi, la storia è così diffusa che compare nella ATU, celebre classificazione dei motivi folklorici, con il numero ATU 366 (A Corpse Claims Its Property - Un cadavere reclama le sue proprietà). Alcune varianti possono essere lette qui, ma un esempio di racconto italiano sul tema è il celebre Un osso di morto dello scrittore scapigliato Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869). Altre due varianti, peraltro, compaiono nel secondo libro della serie di Schwartz, More stories to Tell in the Dark. In quel caso, gli oggetti sottratti sono rispettivamente un paio di monete d’argento usate per chiudere gli occhi della morta e un osso.

2. Gelido come l’argilla (Cold as Clay)


Un agricoltore aveva una figlia cui teneva moltissimo, innamorata di un altro contadino di nome Jim. Il padre però era contrario all’unione, così mandò la ragazza a vivere lontano, da uno zio. Presto Jim, separato dalla sua amata, morì di crepacuore, e il padre non ebbe la forza di dare la notizia alla figlia. Parecchie settimane dopo, una sera, qualcuno bussò alla porta dell’abitazione in cui abitava la giovane. Era Jim in persona, che le portava un messaggio: suo padre la rivoleva a casa. Pur stupita, la ragazza montò a cavallo dietro di lui, ma lungo il tragitto, stringendo Jim, si accorse che l’amato era gelido come l’argilla; così gli mise il suo fazzoletto intorno al capo…


Giunti alla casa del padre, questi restò allibito nel rivederla. Ma intanto, Jim e il cavallo erano spariti. Padre e figlia si misero alla ricerca dell’uomo e della cavalcatura, e subito trovarono il cavallo tremante di paura e tutto sudato. A quel punto, terrorizzato, il padre rivelò alla ragazza la morte di Jim. Insieme ai genitori del morto decisero di aprire la sua tomba e… scoprirono che il cadavere giaceva immobile nella bara, ma che intorno al capo aveva ancora il fazzoletto della ragazza.


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Questa storia potrebbe essere considerata una “parente” di leggende come quella famosissima dell’autostoppista fantasma (che per inciso compare anche nel secondo volume della serie, More Scary Stories to Tell in the Dark, sotto il titolo The Wreck) oppure di un suo antecedente, l’altrettanto famoso racconto del “fantasma al ballo”. In quest’ultima narrazione un uomo (in genere un soldato) accompagna una donna a casa dopo una festa danzante. Tornato il giorno dopo nella casa ove ha lasciato la giovane, scoprirà che questa in realtà era morta da parecchi anni. In parecchie versioni la veridicità della storia è garantita da un oggetto che l’uomo le ha lasciato la sera prima (ad esempio un fiore o un cappotto) e che viene ritrovato sulla tomba della donna.

Anche nella nostra storia, il fazzoletto rinvenuto nella bara serve come testimonianza inoppugnabile del fatto che non si era trattato di un incubo o di una visione, ma di un evento reale. Perché non crederci, allora?


3. Gli ospiti (The Guests)


Una giovane coppia, in viaggio verso la casa della madre di lui, cerca una stanza in affitto lungo la strada, perché ormai è sera tarda. Si fermano presso una casa in mezzo ai boschi e, pur non affittando camere, i due anziani proprietari si offrono di ospitarli. Dopo una fetta di torta, un caffè e un po’ di chiacchiere tutti vanno a dormire. Dal momento che i gentili vecchietti non vogliono soldi, prima di ripartire, al mattino presto, gli sposini lasciano ai padroni di casa una busta con del denaro sul tavolo di cucina.


Giunti alla tappa successiva, una cittadina non distante, i due coniugi entrano in un ristorante per fare colazione e raccontano al proprietario della gentilezza dei due anziani. L’uomo è sconvolto: i due, marito e moglie, sono morti da tempo nell’incendio che ha distrutto il loro cottage. Increduli, gli ospiti tornano sul posto della sera prima e trovano le rovine bruciate dell’abitazione e, in mezzo ai resti di quello che era il tavolo di cucina, la busta coi soldi che avevano lasciato al mattino…


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Nel suo Il bambino è servito (Dedalo, Roma, 1991) lo storico e folclorista Cesare Bermani ha documentato parecchi racconti imparentati con la vicende dei Guests di Schwartz. E’ il caso della testimonianza resa nel 1969 da un ex-guardiamarina in servizio a La Spezia (pp. 113-114), che nel 1932 sarebbe stato ospitato da due donne vestite di nero incontrate al cimitero, solo per scoprire, il giorno dopo, che entrambe erano morte e che quella casa era vuota; sul tavolo, però, c’erano ancora la bottiglia di gin e una tazzina da caffè di un servizio cinese con cui lo avevano servito la sera precedente... O, ancora, quella raccontata nel 1973 da uno studente di scuola media (p. 115), secondo la quale sette anni prima il suo maestro, a Ratisbona (Germania), aveva discusso con “due signorine” nel loro appartamento situato accanto a un cimitero, dimenticando lì il portasigarette. Anche stavolta, appreso che le donne erano scomparse da tempo, l’uomo era rientrato in quella casa e aveva trovato il portasigarette del giorno precedente. E così via, ad nauseam.


4. Posto per uno in più (Room for One More)


La notte in cui Joseph Blackwell andò a Philadelphia per un viaggio di lavoro, non dormì. Continuava a sentirsi agitato e andava di continuo alla finestra per guardare chi arrivava. A un certo punto, sotto la luce della Luna, vide (o gli parve di vedere?) un carro funebre seguito da molte, molte persone. Il conducente lo guardò e gridò: “c’è ancora posto per uno!”. Joseph lo guardò attonito, senza rispondere. Il conducente aspettò un paio di minuti e poi se ne andò. Il giorno dopo, ancora turbato dalla visione, Joseph visitò Philadelphia e i suoi nuovi uffici. Al momento di prendere l’ascensore, le porte si aprirono e l’uomo vide che la cabina era già piena di gente. Ma un passeggero dall’interno esclamò: “c’è ancora posto per uno!”. Joseph lo riconobbe: era il conducente del carro da morto della notte precedente. L’uomo rimase impietrito, mentre l’ascensore riprendeva la sua corsa. Ed era ancora lì, quando gli ingranaggi cominciarono a stridere e la cabina ad accelerare fino a schiantarsi in fondo all’edificio, uccidendo tutti quelli che trasportava.


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Questo racconto si basa su una leggenda che il folclorista Jan H. Brunvand chiama “Il cocchiere fantasma”. Secondo la sua Encyclopedia of Urban Legend (2001), le prime tracce di questo racconto risalgono agli anni ‘40 del secolo scorso. La storia fu infatti raccontata per la prima volta nel 1945 da uno studente dell’Università dell’Indiana e pubblicato sulla rivista Hoosier Folklore nel 1947. Il racconto di questa “premonizione sovrannaturale” accompagnata da un sogno cominciò a diffondersi in misura crescente negli anni ‘50-’60, tanto che la storia comparve anche nel 1961 in The Twilight Zone, serie tv popolarissima. Una piccola curiosità: oltre alla versione dell’ascensore ne esiste un’altra in cui l’uomo del sogno è invece il conducente di un taxi strapieno, che come il suo equivalente onirico offre al protagonista di salire su un carro funebre con la tipica frase “c’è ancora posto per uno!”. Ovviamente il veicolo finirà coinvolto in un incidente al quale nessuno dei passeggeri sopravviverà.


[Aggiornamento del 22 dicembre 2018, di S. L. - Dopo l'uscita di questo articolo, Paolo Toselli ha ricordato che sul numero 8 della nostra rivista, Tutte Storie, quindi già nel 1994, lo psicoanalista e parapsicologo Emilio Servadio aveva pubblicato alle pagine 1-3 l'articolo Una leggenda prolifica: il "caso dell'ascensore", in cui riconduceva questi aneddoti a leggende diffuse nelle pubblicistica metapsichica sui fenomeni paranormali almeno a partire dal 1892, quando ne parlò sulla rivista Light un celebre spiritista del tempo, il pastore anglicano William Stainton Moses. Servadio aggiungeva a quello di Moses numerosi esempi seguiti al primo, sempre riconducendoli a una sola cosa: il prodotto di fantasie sul paranormale "di cui non ci libereremo mai abbastanza presto, né abbastanza energicamente"].


5. L’abito da sera di raso bianco (The White Satin Evening Gown)


Per poter andare al ballo, una ragazza povera è costretta a prendere in prestito al banco dei pegni un bel vestito da sera di raso bianco. Lo ottiene per pochi dollari ed è così bella che tutti vogliono danzare con lei. Ad un certo punto, però, la giovane si sente poco bene ed è costretta a farsi riportare a casa. Il mattino seguente la madre la trova morta nel letto. Ignote le cause del decesso, quindi il corpo è sottoposto ad autopsia. L’esame rivela che la ragazza è morta avvelenata da un liquido usato per l’imbalsamazione dei cadaveri che le ha fermato la circolazione sanguigna. L’addetto al banco dei pegni confessa che l’abito gli era stato venduto da un becchino, che l’aveva utilizzato per vestire il cadavere di un’altra ragazza. L’aveva poi sottratto prima della sepoltura, per poterlo rivendere…


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Secondo l’Encyclopedia of Urban Legends di Brunvand, la storia del “Vestito velenoso” appare tra gli anni ‘40 e gli anni ‘50 del XX secolo, ma è descritta dalle fonti del tempo come leggenda già circolante nei decenni precedenti. Nelle prime versioni il “contaminante” è formaldeide, mentre nelle versioni più moderne si preferisce parlare più genericamente di “fluido per l’imbalsamazione”. Alcuni folcloristi hanno ricondotto questa leggenda a storie più antiche, come quella della tunica di Nesso, il centauro il cui sangue velenoso fu cosparso su un abito offerto a Ercole dall’ignara moglie Deianira che così provocò la morte dell’eroe. Però, in questo e in altri esempi della mitologia greca la morte del protagonista è causata ad arte da un nemico, mentre nella storia del vestito di raso la tragedia avviene quasi per un accidente, senza una chiara volontà di uccidere. Insomma, potrebbe succedere a chiunque (o quasi).



Paura, eh? Arrivederci a nuove occasioni, per altre leggende contemporanee tratte dal secondo e dal terzo dei volumi di Alvin Schwartz!

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