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Alcune leggende urbane sui jeans

Aggiornato il: ott 29


articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


A metà anni ‘70 del secolo scorso, per quanto possiamo sapere da ricordi di varie persone, in Italia giravano diverse storie che avevano per motivo i “danni da blue jeans”.


Probabilmente dicerie e voci malevole sul capo di abbigliamento “ggiovane” per eccellenza fecero la loro comparsa in Italia sin dagli anni ‘50, ma non ne sappiamo niente.


Certo è che intorno al 1975, per alcune adolescenti il rischio dell’indossare i jeans attillati era molto concreto: in occasione del ciclo mestruale provocavano dei dolori insopportabili. La stessa area - con effetti assai peggiori, però - concerneva i giovani maschi: quei pantaloni, in versione aderente, rendevano sterili.


Il 25 maggio del 1977 un deputato della Democrazia Cristiana, Emo Danesi, presentò alla Camera un’interrogazione al Ministro della Sanità per sapere se quello intendesse far conoscere ai consumatori i rischi che si correvano portando jeans stretti: a parte le infezioni femminili, una riduzione della fertilità maschile. Non siamo stati in grado di trovare tracce di una risposta alla richiesta. La diceria, comunque, era diventata di tale intensità da arrivare ai piani alti della politica. Già il 4 febbraio, su Stampa Sera, Luisella Re aveva pubblicato un’inchiestina fatta a Torino sulla “pericolosità” dei jeans: i coloranti utilizzati, l’eccessiva aderenza, eccetera. Sotto il titolo, l’occhiello che accompagnava il pezzo era privo di sfumature: “se vuoi essere impotente metti i pantaloni stretti”.


Le leggende sui jeans sono largamente centrate sulla sessualità ma - al contrario di molte altre voci - esse riguardano in misura analoga entrambi i sessi, mentre sovente ad essere più toccate da voci monitorie sui pericoli derivanti per quella sfera da indumenti, prodotti industriali, farmaci e alimenti sono le donne.


Ciò detto, sul rapporto fra maschi e jeans, un conto è asserire - ad esempio - che qualsiasi cosa che faccia salire la temperatura scrotale per lunghi periodi di tempo (dunque, anche intimo e pantaloni molto stretti) possa contribuire a diminuire ulteriormente la fertilità in maschi che già soffrono di oligospermia o di altri problemi di fertilità, un altro è ritenere per vera la leggenda urbana secondo la quale i jeans stretti di per sé farebbero diventare sterili o addirittura impotenti (oppure, rovesciando le prospettive, che i jeans stretti portati a lungo e di frequente possano essere un metodo contraccettivo!).


L’antropologo francese Franck Billé, dell’Università di Berkeley, si è occupato delle leggende urbane mongole, in specie di quelle relative alle preoccupazioni per l’annichilimento culturale del Paese, stretto fra i due colossi russo e cinese e la modernizzazione capitalistica occidentale. In un suo studio su quei problemi uscito nel 2009 sul Cambridge Journal of Anthropology scriveva:


Perlomeno già agli inizi degli anni ‘80 circolavano voci secondo le quali i jeans cinesi erano dannosi e indossarli poteva portare all’infertilità maschile, e questo anche se a quel tempo la maggior parte delle importazioni arrivavano dall’Unione Sovietica e dall’Europa orientale e solo una piccolissima proporzione di importazioni proveniva dalla Cina. Naturalmente, i jeans come indumento in alcuni casi sono stati considerati problematici nella misura in cui erano associati con l’America e quindi come rappresentanti dell’influenza capitalistica, ma io suggerisco che le cose potrebbero stare altrimenti, in specie se si considera che pure l’Unione Sovietica a quel tempo produceva jeans, sia pure meno alla moda degli altri.

Che l’elemento prevalente in questo caso non fosse quello anti-consumistico e di ammonimento ai giovani, ma piuttosto il timore della contaminazione allogena pare confermato dal fatto che anche i sovietici - tanto più in una società chiusa come quella comunista - erano proni a narrare leggende sui jeans. Secondo questa rassegna di voci diffuse negli ultimi decenni dell’esistenza di quel sistema


gli stranieri vendevano ai borsari neri jeans infettati dalla sifilide. Questi li rivendevano a cittadini ignari. Di solito nella cucitura c’era un pacchetto di pulci (pidocchi) che terrorizzavano i poveretti al primo lavaggio.

Come si vede, in queste versioni l’accento non cade sulla dannosità dell’indumento in quanto tale, ma sulla sua origine. Sono i jeans cinesi a far male, non quegli altri. In questo caso il discorso leggendario concerne le paure per le contaminazioni dovute a prodotti d’importazione ritenuti di qualità scadente o addirittura pericolosi (le proverbiali cineserie).


Anche se non connessa alle storie che trattiamo oggi, merita un cenno la leggenda del serpente nei jeans ha avuto larga popolarità fra gli anni ‘80 e gli anni ‘90. Una donna provoca incidenti ed equivoci a catena perché un serpentello s’infila nei suoi pantaloni e lei si agita e si contorce senza che nessuno capisca cosa sta succedendo.


Ma esiste anche il vero e proprio blue jeans killer. Ne parla già Jan H. Brunvand in The Choking Doberman (1984, p. 154). In questo caso è una teenager schiacciata a morte dai suo Levi’s! Per portare al massimo dell’aderenza la taglia skinny s’immerge in una vasca piena d’acqua finché i pantaloni non la comprimono fino alla morte. Punizione per la Levi’s: risarcimento colossale per la famiglia della vittima.


Come buona parte dei brand di successo, d’altro canto, la Levi’s è stata oggetto di dicerie di ogni genere sulla cattiva qualità dei suoi prodotti. Almeno dal 1985, ad esempio una voce originata negli Stati Uniti sostiene che i pantaloni non sarebbero fatti di cotone di buona qualità, com’è nella realtà, ma di tela di canapa.


Comunque, in tempi più recenti, Jan Brunvand, che per noi che ci interessiamo di leggende contemporanee è una specie di leggenda, nella sua Encyclopedia (edizione 2010) ha codificato il racconto che chiama degli Shrink-to-Fit Jeans al numero 04055 della sua classificazione, che raccoglie le leggende relative ad incidenti insoliti ed imbarazzanti.


D’altro canto, già nel suo primo libro, The Vanishing Hitchhiker (1981), Brunvand aveva discusso il problema dei jeans stretti presentando una variante del tipo “incidenti ridicoli a sfondo sessuale”:


...del “Cetriolo nei pantaloni in discoteca” ho sentito per la prima volta agli inizi dell’estate 1979. Un giovane svenuto in discoteca viene portato al pronto soccorso di un ospedale vicino. Lì scoprono che, per apparire più sexy di quanto era in realtà, si era messo un cetriolo (in altre versioni, una salsiccia) nella patta dei suoi jeans attillatissimi. Il vegetale aveva premuto forte a sufficienza contro un vaso sanguigno da bloccare la circolazione e provocarne lo svenimento. Quando la pressione era cessata, si era ripreso.

Questa fonte americana del 2018 rievoca i ricordi di una donna che nei primi anni ‘80 visse di persona la moda dei jeans super-attillati e il conseguente leggendario. A parte quella vista sopra ne menziona altre due:


  • una persona perde i sensi per l’ubriachezza, e gli amici pensano di divertirsi immergendola in una vasca d’acqua. Al mattino dopo la trovano morta: i jeans le hanno bloccato la circolazione sanguigna o le hanno rotto gli organi interni;

  • in un altro caso, una ragazza fa una nuotata con i jeans addosso: quelli gli si fissano addosso al punto che dev’essere portata al pronto soccorso per una dolorosissima rimozione.


Malgrado si tratti di una fonte recente, non è sufficiente ad allontanare la sensazione che questo gruppo di leggende sui jeans, seppure ancora vive, abbiano ormai il loro periodo di splendore alle spalle e che siano legate in modo inestricabile ai decenni fra il sesto e l’ottavo del XX secolo, quelli della trasformazione dei costumi sessuali, dell’irruzione sulla scena sociale e politica delle generazioni dei baby boomers post-Seconda Guerra Mondiale - tutti vestiti in jeans - e della mutazione finale dei pantaloni di tela ruvida in un capo firmato, dai costi elevati, ma ormai indossato da tutti, senza più alcuna connotazione politica o culturale.



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