Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee (CeRaVoLC) - 2018

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DELICATESSEN: QUANDO IL MACELLAIO PENSA CHE SIATE DEI BEI MAIALI/ pARTE 2°


Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo


Quelle che abbiamo raccontato nella scorsa puntata di questa piccola serie sulle salsicce umane sono storie caratteristiche delle tragedie che caratterizzarono la lunga guerra europea che fra il 1914 e il 1945 distrusse il continente e lo consegnò a dittature di colore opposto. Ma il tritacarne della produzione industriale produsse storie del nostro genere anche in realtà geografiche allora marginali rispetto ai modi “avanzati” di produrre e di organizzare la società.


Si può leggere come un segno delle tensioni fortissime legate al processo di decolonizzazione una voce che circolò nel 1959 nel Congo-Brazzaville, che aveva appena raggiunto l’indipendenza dalla Francia e che risentiva dei più gravi problemi politico-militari che il grande vicino, il Congo belga, stava cominciando a vivere proprio in quel periodo.


Il 14 settembre 1959 il parigino Le Figaro raccontava che l’importazione di carne di bue in scatola proveniente dalla Francia disposta dal nuovo governo congolese aveva generato un’ondata di dicerie a sfondo cannibalico. Sull’etichetta delle scatolette era rappresentato in bella vista un africano, e la cosa fu presa alla lettera da una parte dei congolesi. Quelle scatole, si diceva, contenevano carne di africano che poi era rivenduta dai bianchi agli stessi africani. La voce che girava, interessantissima, era che i bianchi ipnotizzassero i neri usando una specie di lampada elettrica e che poi, resili incapaci di reagire, li macellassero. La paura fu tale da suscitare manifestazioni xenofobe da parte di alcuni congolesi.


Otto anni prima, intorno al 22 febbraio 1951, in tutt’altra parte del mondo, in Colombia, era esplosa un’altra storia. Il quotidiano di Bogotà El Tiempo aveva annunciato che una donna del sobborgo di Fontibón, che oggi è inglobato nella capitale colombiana, il giorno 18 aveva trovato un alluce in una salsiccia. Il sindaco aveva fatto esaminare la salsiccia: conteneva sangue e tessuti umani. A quel punto la popolazione avrebbe tentato di linciare la proprietaria della salumeria, ma questa si era difesa sostenendo di aver acquistato le salsicce da un certo Arturo Garzon, che però aveva detto a sua volta di essere stato soltanto intermediario per il vero produttore, il fabbricante di salumi Antonio Celis. I giornali sostenevano essersi trattato di azioni deliberate condotte dai due uomini, spinti dal fatto che il bestiame in zona era stato decimato da una malattia.


Ma da dove arrivavano i cadaveri, si chiedeva da noi Stampa Sera del 24-25 febbraio?


Che qualcuno abbia voluto realizzare un facile guadagno macellando dei cadaveri caduti, chi sa come, in suo possesso? O che abbia voluto far perdere le tracce di un crimine, traendone al tempo stesso un vantaggio materiale? Forse un nuovo dott. Frankenstein si aggira per Bogotà? O si tratta del gesto sinistro di un pazzo criminale?

Ora è arrivato il momento di uscire dal XX secolo e cercare di capire, almeno per sommi capi, quanto queste storie, non sempre prive di qualsiasi fondamento storico, siano parte di un contesto leggendario vastissimo, di una struttura di credenze complesse, antiche.


Una storia che rientra a perfezione nel nostro genere e che è tuttora popolarissima a Venezia, è quella, forse sorta intorno al XVI secolo, come parecchie fonti più recenti asseriscono, di un certo "Biasio luganegher". Il riferimento è alla luganega, la variante di salsiccia fresca tipica dell’arco alpino e della pianura Padana: Biagio era infatti, racconta la leggenda, un macellaio, colpevole di realizzare pasti con carne di bambini. Non ci sono dubbi che questo racconto circoli davvero da secoli.


Dobbiamo al giurista e storico Eugenio Musatti (1844-1928), che conosceva bene la vicenda e che se ne occupò nella sua raccolta La critica storica e le leggende nazionali (Fratelli Gallina, Padova, 1901, pp. 148-150), alcuni chiarimenti su "Biagio Carnico". La cosa che colpì Musatti è che le compilazioni private note a Venezia come “Registri dei giustiziati” reiteravano almeno dal 1503 il nome di questo Biagio quale condannato a morte per aver dato in pasto ai clienti fanciulli da lui uccisi (e scoperto, secondo il topos ricorrente, perché uno dei commensali, un barcaiolo, si era accorto che nella zuppa nota come sguazzetto navigava un ditino…) senza però che si riuscisse a risalire al “vero” evento o a reperire fonti che ne parlassero in modo diretto. D’altro canto, che il punto di fronte alla chiesa di San Geremia, presso il Canal Grande fosse attribuito a questo “Biasio” risulta da una cronaca di fine ‘500 conservata in manoscritto presso la Biblioteca Marciana (collocazione: cii. VII, cod. 130). Il luogo è tuttora noto come "Riva di Biasio", come testimonia la fermata del vaporetto che porta il suo nome. Anche un'altra fonte, studiata dal bibliotecario Andrea Marcon nel 2016 per gli Atti dell'Accademia San Marco (il manoscritto Serie di tutti li Giustiziati che furono fatti Morire nell’Inclita Città di Venezia comminciando dall’Anno 727, conservato presso la Biblioteca del Seminario di Pordenone) menziona la condanna, ma pure Marcon dubita assai della realtà storica della nostra vicenda.


A parte opere teatrali come Biagio Carnico, pubblicata a Milano nel 1850 da Luigi Forti, sia Musatti per il XIX secolo, sia Cesare Bermani per la fine del XX testimoniano che la storia è folclore vivente per moltissimi veneziani. Come attestato dalle interviste orali di Bermani, diversi anziani la considerano un fatto “recente”, magari avvenuto al tempo dei loro nonni, non in un’epoca remotissima come i primi del XVI secolo, secondo la logica del “ben noto processo di avvicinamento temporale” (C. Bermani, Spegni la luce che passa Pippo, Odradek, Roma, 1996, pp. 226-227).


Il motivo dell’ostessa/orchessa è testimoniato nel Settecento italiano almeno da un’altra presenza nella cultura alta. Un grande polemista rimasto ai margini dell’Illuminismo, Giuseppe Baretti (1719-1789), nella seconda edizione delle sue Piacevoli poesie (Stamperia Reale, Torino, 1764) presentava il sonetto Sopra una ostessa, che comunque echeggia toni da satira estrema più che da cronaca nera, inserito com’è in una sequela di rime ridanciane e ironiche. Privo di dettagli di altro genere, descrive una strage familiare operata da una vera e propria strega, ma soltanto per esortare il viandante a non sostare in quell’osteria, se non vuol fare la fine degli altri: mangiato dalla padrona e dagli ospiti cui si è dati in pasto.


Il sonetto ci pare talmente dimenticato che vale la pena farvene digerire (ci pare il caso di dire) il testo completo.


O Passeggier, che sorte iniqua, e strana/ Condusse a questa Perfida Osteria, / Fa a mo’ d’un pazzo la più dritta e piana/ Strada fra i pie’ ti caccia, e vanne via./ L’Ostessa, quì, che pare la Befana/ Sappi, che è Strega, e attende alla Magia; / E agli ospiti mangiar fa carne umana,/ E dà poi loro ber sangue d’Arpia. / Son vent’anni, che al povero Marito/ Che de’ misfatti suoi sgridar la volle,/ Cavato il cuor, mangiosselo arrostito/ Avea due figlie, e tutt’e due mangiolle;/ A un nipotin, che a visitarla er’ito, /Schiacciò il capo d’un gran colpo di molle./ Dall’ossa le midolle/ Sol col guardo alle persone succia/ Spacciato è ognun, che nelle man le smuccia./ Come qualcuno alluccia/ E lo scorge un po’ grasso, e morbidotto/ La ne vuole assaggiare o crudo, o cotto./ Ma se magro è ‘l merlotto/ Non vuol delle sue carni empiersi il gozzo,/ Ne mangia il naso sol, quando l’ha mozzo/ Dietro il giardino ha un pozzo/ Ed in quel pozzo alla rinfusa caccia/ E teste, e pance, e schiene, e gambe, e braccia./ O passeggier ti spaccia,/ Fuggi, se viver vuoi, rivolgi il tergo/ A questo disperato, e tristo albergo.

Più in generale, in accordo con il gusto del tempo, nell’Ottocento europeo la cronaca dipinge la mostruosità del consumo di carne umana come il frutto della degenerazione del senso degli affari di commercianti (maschi, di norma), non di madri/spose degenerate, ma piuttosto di folli e lucidi affaristi nei cui confronti, sempre e comunque, le fonti sottolineano l’apprezzamento pubblico per la bontà dei prodotti serviti.


Chi la fa da padrona qui non è la psiche disturbata post-freudiana o l’ideologia anti-umana comunista o nazista che fosse, ma la voglia di arricchirsi come individui - l'avidità, che poi conduce alla perdita più profonda del limite che approda infine a una spaventosa regressione morale.


E’ proprio per questo che il 28 aprile 1878 il quotidiano parigino Les petits tribunaux titolando in prima pagina Saucisses de chair humaine dava il massimo risalto a una storia proveniente dalla Spagna. I toni erano già quelli del giornalismo di massa, del yellow journalism americano ancora agli albori ma che stava già diventando popolare Oltreoceano grazie agli eccessi da cronaca nera della Police Gazette di New York.


“Lo si diceva da parecchio, e noi abbiamo avuto il difetto di esitare a crederlo, ma pare decisamente che la carne umana sia un piatto dal gusto seducente”.

Toni popolareschi, che irridevano i vicini iberici (a provare la bontà della carne d’uomo non erano stati dei selvaggi, ma semplicemente degli andalusi) che avevano fatto la fortuna di un salumiere di Aranjuez, vicino a Madrid, che, secondo il quotidiano algerino Courier d’Oran vendeva pasticci e salsicciotti “fatti solo e soltanto usando delle persone”.


La clientela, numerosissima, vantava la bontà dei prodotti.


Questo commercio durava da un anno allorché si è saputo che José Romarès, questo il nome del salumiere, aiutato da un barbiere suo vicino, metteva in pratica il procedimento Billoir [il riferimento è un celebre caso giudiziario del tempo che vedeva al centro le pratiche autoptiche, N. d. A.] ma con dei perfezionamenti inauditi.

Il grosso dell’articolo era ripreso da un quotidiano di Montpellier, Le messager du Midi, che in realtà ne aveva già dato notizia il 27 marzo:


Da tre o quattro mesi in parecchi erano scomparsi da Aranjuez e dai dintorni senza che familiari e polizia riuscissero a capire che cosa gli era capitato. Intanto il barbiere si mostrava agli habitués con viso sorridente e tranquillo mentre Romarès serviva con gran abilità i signori e le signore suoi clienti, che aumentavano di giorno in giorno.
Il 20 febbraio scorso Francisco Andral entrava nella bottega del figaro spagnolo per farsi radere mentre suo fratello Stefano lo attendeva in un caffè nei pressi. Non vedendolo tornare quest’ultimo entrava dal barbiere, che in tono un po’ esitante e arrossendo leggermente gli annunciava che il suo cliente, sbarbato, stava per arrivare. Da quel momento Francisco non riapparve più. Messa in allarme, la polizia incaricava due dei suoi agenti più fedeli di approfondire il mistero.
Si finì per scoprire in uno dei saloni di Pedro Murena una trappola che precipitava le vittime del bandito spagnolo in una fossa dalla quale il suo complice, il salumiere, si procurava le acquisizioni delle bestie di cui necessitava il suo commercio.
José Romarès e Pedro Mureno [il cognome cambia nella finale, N. d. A.], aggiunge il “Messager du Midi”, oggi sono ai ferri e presto dovranno espiare davanti ai tribunali spagnoli i crimini atroci che hanno commesso.

Il 29 giugno dello stesso anno il quotidiano australiano Sydney Mail citando anch’esso il Messager du Midi riprendeva la storia di Aranjuez scrivendo che, “se vero”, allora


o gli abitanti di Aranjuez hanno un gusto singolarmente perverso, oppure la carne umana non è così impalatabile come si pensava fosse.

Il macellaio, d’altro canto, aveva avuto così tanto successo da meditare di ritirarsi dagli affari. Solo la sparizione di Andral aveva messo sulle tracce la polizia che aveva scoperto la cantina sotto la botola “col pavimento macchiato di sangue e certe altre prove che non lasciavano dubbi”.


In realtà, già il 21 aprile un quotidiano spagnolo, El Imparcial, aveva ironizzato sulla storia, priva di qualsiasi riscontro locale. Dettaglio interessante: per smentire la storia menzionava La Gazzetta d'Italia, che si pubblicava a Roma e che quindi nel frattempo doveva aver accreditato la vicenda.


Nell’articolo da noi dedicato a Charles Dickens vi avevamo spiegato dell’interesse della folclorista Jacqueline Simpson per il Circolo Pickwick e di come il nostro tema si trovi nel capitolo 31 del libro. Abbiamo anche fatto notare con dovizia di particolari che, a parte il Circolo Pickwick, lo scrittore usò l'argomento più volte, per lo più riconducendolo alle storie che gli narrava da piccolo la sua bambinaia, Mary Weller.


Dobbiamo a Charles Hindley (?-1893), una curiosa figura di studioso di letteratura e della cultura popolare inglese, se disponiamo di notizie soddisfacenti su un altro caso interessantissimo di fabbrica di salsicce umane che nella Londra del 1818, proprio nell’infanzia di Dickens, assunse connotati persino clamorosi. A questo scorcio di cronaca Hindley dedicò diverse pagine di un suo libro, The History of the Catnach Press (1878).


Questo James Catnach la cui attività Hindley ricostruì, fu uno dei precursori della stampa popolare del tempo, editore e autore di ballate. Il 1° giugno del 1818 Catnach fece uscire nella capitale britannica un opuscolo nel quale raccontava che poche sere prima in una macelleria londinese una donna aveva notato un corpo umano portatovi in un sacco e che poi era riuscita a raccontare quanto aveva scorto. Due poliziotti avevano ben presto ispezionato l’edificio e individuato due altri cadveri avvolti in sacchi di iuta.


La trovata di Catnach gli si rivoltò contro, perché i lettori, credendo che la storia fosse fondata, identificarono la macelleria come quella di un certo Thomas Pizzey, vi si radunarono davanti, vi entrarono in massa e causarono alterchi e disordini che ebbero per conseguenza un processo contro Catnach che, a quanto pare, per la sua invenzione subì sei mesi di carcere.


Ma, soprattutto, a metà XIX secolo in Inghilterra era popolare la storia, di origine francese, del personaggio di “Sweeney Todd”, un barbiere di Fleet Street, nel cuore di Londra, che nel suo negozio aveva una sedia che catapultava i clienti da lui scelti in una cripta posta sotto la chiesa di St. Dunstan, dove venivano sezionati a centinaia e rivenduti come prelibatezze per opera della sua complice, la signora Lovett.


La storia di Sweeney Todd ebbe enorme successo e imitazioni di ogni genere a partire dal racconto The String of Pearls, pubblicato per la prima volta a puntate nel 1846-47 e il cui autore rimane incerto.


In realtà, come l’Inghilterra della prima metà del XX secolo, la Francia della seconda metà del secolo non rimase indenne dalle storie sul commercio osceno di salsicce umane. Il 21 luglio del 1893 Le Radical di Parigi annunciava:


Un crimine orribile. Un bambino ucciso e venduto come pasticcio. Due arresti.
Togliamo dai giornali di Lille il racconto d’un crimine spaventoso commesso presso Wattrelos (dipartimento del Nord).
Lille, 19 luglio.
I gendarmi di Wattrelos hanno arrestato un macellaio, Louis Grimonprez, dell’età di ventisette anni, e la sua amante, Flore Lésy, ventun anni, entrambi abitanti nel paesino di Petit-Paris. Ecco i fatti mostruosi dei quali Grimonprez è accusato: nel febbraio scorso la sua amante, giunta a termine di una gravidanza partorì un bambino. Grazie a certe precauzioni e a una sua assenza prolungata aveva potuto dissimulare la gravidanza e tenere nascosto il parto.
L’amante prese l’esserino, lo portò a casa sua e lo uccise tenendolo sulle ginocchia e spezzandogli la schiena. Per sbarazzarsi del corpo offrì al suo domestico, Pierre Tanghe, 50 franchi per gettarlo in un canale, ma questi rifiutò. Allora il macellaio promise al domestico 50 franchi se l’avesse aiutato a sbarazzarsi del cadavere, ma di nuovo Tanghe rifiutò.
E qui si aggiunge un dettaglio orribile. Se si deve dar credito alla rivelazioni fatte alla Gendarmeria, Grimonprez avrebbe gettato il bambino in un calderone, l’avrebbe fatto cuocere e poi… non si conosce il seguito, ma, anche se la cosa ci pare inverosimile, ci faremo eco della voce che corre con insistenza in quel comune. Come tutti i macellai del paese, Grimonprez vendeva pasticcio e… vi avrebbe utilizzato il bambino.
Pierre Tanghe avrebbe sorpreso il padrone nella sinistra operazione (perlomeno così dichiara e il racconto che esponiamo non è altro che la sua stessa dichiarazione alla Gendarmeria) e Grimonprez lo avrebbe minacciato a più riprese di ucciderlo se avesse rivelato il crimine.
Da lì a qualche giorno, insorto un litigio fra il padrone e il domestico, quest’ultimo, un po’ per vendetta, un po’ per timore di essere coinvolto, denunciò il macellaio e l’amante alla Gendarmeria.

Ci sono altri segni che voci di questo genere nella Francia di fine XIX secolo dovevano essere più comuni di quello che noi siamo in grado di attestare con fonti precise.

La Revue des traditions populaires francese, nel suo n. 3-4 dell’anno XI (marzo-aprile 1896) in un articolo dell’etnologo Alfred Harou (1847-1911) spiegava che a Parigi, nel quartiere di Saint-Sulpice, si raccontava di un altro macellaio che aveva usato bambini per le sue salsicce ma che era stato arrestato dopo la scoperta di un ditino in un insaccato, e pure di una casa demolita in rue des Marmousets, nella quale avrebbe abitato un salumiere che riceveva i cadaveri attraverso una cantina contigua a quella di un barbiere che tagliava la gola ai clienti e poi gli passava la materia prima.


Come annunciato per lo Sweeney Todd londinese, cui somiglia, quest’ultima leggenda francese ha un’origine piuttosto remota. La leggenda del macellaio di rue des Marmousets e del barbiere sembra esser stata raccontata in Francia almeno dagli inizi del XVII secolo, visto che figura in Le Théâtre des antiquitez de Paris, una cronaca pubblicata nel 1612 dal priore Jacques du Breul (1584-1614), che alla pagina 84 riportava:


Da tempo immemorabile corre voce che nella Città di Parigi, alla via des Marmourets, vi fosse un macellaio assassino che, avendo ucciso in casa sua un uomo, aiutato in questo da un suo vicino Barbiere che gli radeva la barba, dalla carne di quello ne faceva pasticci che si trovarono migliori degli altri, visto che la carne dell’uomo è più delicata, a causa del cibo, rispetto a quella degli altri animali. E che essendo tal cosa stata scoperta, il tribunale del Parlamento ordinò, oltre che la punizione del Macellaio, che la sua casa fosse rasa al suolo e inoltre che una piramide o colonna fosse eretta nel suddetto luogo in memoria ignominiosa di questo fatto detestabile. Della quale restano ancora parte e porzione nella suddetta via des Marmourets.

Per tornare ad Alfred Harou, l’etnologo nel suo saggio del 1896 si soffermava ancora più a lungo su un racconto simile localizzato a Jahay, presso Liegi, in Belgio, aggiungendo che dopo la condanna del reo - l’ennesimo barbiere tagliagole - la zona intorno alla casa era sovente oggetto delle apparizioni di un fantasma bianco che inseguiva le persone brandendo un rasoio enorme…


Un altro parallelo lo si rinviene ancora in Francia, a Besançon, dove una tradizione simile, in cui troneggia sempre il ditino ritrovato negli impasti, è descritto dallo scrittore e studioso di cultura popolare Charles-Émilien Thuriet (1832-1920) nel suo Traditions populaires du Doubs (E. Lechevalier, Parigi, 1891, pp. 62-63).


La leggenda era comunque trans-culturale e poteva alludere anche ad altre tensioni culturali e religiose: il 19 settembre 1868 il quotidiano madrileno La esperanza pubblicò un articolo nel quale riportava una corrispondenza de El Eco Nacional dal Marocco secondo il quale nella cittadina di Mequinez era stato scoperto l’esercizio di un musulmano che cucinava le polpette specialità maghrebina, il kefta, usando la carne di prostitute ebree povere, l’ultima delle quali, lasciata chiusa in casa per un po’ dal commerciante, era riuscita ad attirare l’attenzione dei passanti. In un sotterraneo erano state scoperte ventisette teste di donne, i loro resti.


Il caso (e molte altre questioni relative al cannibalismo, qui solo in parte rilevanti per noi, ma che certo leggerete con interesse) è stato presentato e discusso da José Manuel Pedrosa, dell’Università spagnola di Alcalá, folclorista e studioso di leggende metropolitane, in un articolo uscito nel 2015 sulla rivista Hesperia. Anuario de filología hispánica.


[2 - continua]

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