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Dickens, gli oscuri racconti di Natale (e le salsicce umane)

Aggiornato il: 7 gen 2019


Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo


Visto che il clima natalizio ancora non è del tutto dissolto, disturbiamo l’atmosfera festiva con alcuni raccontini di uno dei grandi scrittori dell’Ottocento, uno che di racconti da feste e di famiglie se ne intendeva. Racconti in cui le leggende metropolitane (e, per inciso, anche il mito delle salsicce umane di cui parleremo più a lungo in altri articoli) ricorrono a piene mani!


Il riferimento, quasi scontato, è a Charles Dickens.


Dickens è lo scrittore del Natale par excellence: la sua produzione in materia è tale che alcuni lo considerano un po’ colui che ha rilanciato questa festa nel mondo anglosassone, dopo un lungo periodo in cui l’austerity protestante aveva cercato di portare in secondo piano i festeggiamenti dal sapore un po’ pagano. Se tutti conoscono il lato luminoso di Dickens, quello delle storie zuccherose a lieto fine, degli orfani che si scoprono eredi di ricche famiglie e degli avari che si ravvedono e invitano a pranzo i lavoranti nel giorno di Natale, in pochi conoscono il suo lato oscuro. Dickens aveva una certa passione per i racconti trucidi, per le storie folk e per le vere e proprie leggende metropolitane, che collocava un po’ a casaccio in mezzo ai suoi romanzi e racconti.


Un esempio proviene da un racconto natalizio intitolato The Holly-Tree, che ha per protagonista un uomo intenzionato a cercar fortuna in America dopo aver scoperto che la futura sposa ha una tresca col suo migliore amico (la storia, inutile dirlo, finirà bene, con la scoperta che il presunto tradimento non sussisteva e conseguente matrimonio tra i due… Dopotutto è pur sempre un racconto di Natale). In quel momento di disperazione, l’uomo si ritrova bloccato dalla neve in un triste albergo, alla vigilia di Natale, e qui si mette a rievocare tutte le locande che hanno fatto parte della sua vita. La prima è particolarmente interessante per noi:


I miei primi ricordi di una locanda risalgono ai tempi dell’asilo; di conseguenza, tornai indietro a quei tempi per avere un punto di partenza, e mi ritrovai sulle ginocchia di una donna giallastra con occhio da pesce, naso aquilino e una tunica verde, la cui specialità era il triste racconto del proprietario di un albergo lungo la strada, i cui visitatori scomparvero inspiegabilmente per parecchi anni di seguito, finché non fu scoperto che scopo della sua vita era quello di trasformarli in tortini. Per volgersi ancor meglio a questo ramo della produzione, aveva costruito una porta segreta dietro la testiera del letto, e quando l’ospite (satollo per il tortino) cadeva nel sonno, questo perverso padrone entrava di soppiatto con una lanterna in una mano e un coltello nell’altra, gli tagliava la gola e ne faceva tortini; per il qual scopo aveva posto dei calderoni, che bollivano costantemente, al di sotto di una botola; e preparava i suoi pasticci nel cuore della notte. Ma nonostante tutto non era insensibile ai pungoli della coscienza, dal momento che non andava mai a dormire senza che lo si fosse sentito mormorare, “troppo pepe!”, il che fu tra l’altro la causa del suo essere condotto di fronte alla giustizia.

Anche i due successivi racconti della bambinaia, rievocati dal protagonista del racconto, riguardano osti assassini. Il primo concerne un ladro cui una giovane taglia le orecchie nel corso di una rapina; la donna finirà per sposare un albergatore la cui curiosa caratteristica è quella di non volersi mai togliere il cappello… (ricorda un po’ la storia del nastro al collo, non credete?) Come avrete già immaginato, la donna una notte finirà per toglierglielo scoprendo che l’uomo non è altri se non il rapinatore di tanti anni prima, che l’aveva sposata con l’obiettivo di vendicarsi.


L’ultimo racconto fra quelli rievocati all’Holly Tree Inn riguarda invece una locanda in cui il padrone aspetta che gli ospiti si addormentino per ucciderli e derubarli di tutti i loro averi, almeno fino a quando un uomo non riuscirà a sfuggire alla sorte grazie al suo cane, dapprima chiuso in una stalla dal proprietario dell’albergo.


Queste storie dovevano far parte del repertorio di leggende metropolitane in circolazione all’epoca. La figura della baby sitter appassionata di questi racconti probabilmente non è finzione letteraria: diverse volte nel corso dei suoi libri Dickens rievocherà le storie della sua bambinaia, Mary Weller, una vera e propria fucina di “sentito dire” di quel periodo. La prima storia di osti assassini, quella dei pasticci di carne, è poi d’interesse speciale perché dovette essere raccontata al piccolo Charles intorno al 1817; la descrizione della porta segreta e della botola con i calderoni che bollono di continuo precede alcune storie simili che diventeranno un vero e proprio cliché nel corso dell’Ottocento.


Mary Weller non era specializzata solo in storie di locande spaventose, ma aveva probabilmente tutto un suo repertorio che propinava al futuro scrittore. In un altro libro compare ad esempio la storia del carpentiere Chip, che aveva venduto l’anima al diavolo per una pentola di ferro, uno staio di chiodi e un topo parlante, come avevano fatto tutti i suoi avi prima di lui. Con il passare del tempo Chips cominciò a attirare sempre un maggior numero di topi, che si ritrovava fin nelle scarpe e nelle tasche dei vestiti. Perso il lavoro, Chips divenne marinaio, ma i topi rosicchiarono la sua nave fino a farla affondare. E quando Chips, stremato, riuscì a tornare a riva, lì trovò un topo gigantesco che rideva...


Un altro cavallo di battaglia della bambinaia di Dickens era la storia di Captain Murderer, una variante della storia di Barbablù (che per i folcloristi fa parte di un’intera famiglia di fiabe note sotto il nome di The Robber Bridgegroom). Nella versione dickensiana, il tema del cannibalismo è preponderante: il protagonista è un ricco signore che sposa compulsivamente diverse donne, ognuna delle quali viene uccisa e cucinata dopo circa un mese di matrimonio. La perversione di Captain Murderer arriva a ordinare alle mogli di stendere la sfoglia per il pasticcio di carne nel quale finiranno e a fare oscure battute durante la cerimonia di nozze (“come si chiama questa pianta?” “Si chiama guarnizione… per l’agnello della casa!”). La storia finisce quando la sorella di una delle scomparse decide di farsi sposare a sua volta… E quando le viene chiesto di preparare una grande sfoglia di pasta per il pasticcio di carne capisce tutto e pensa bene di avvelenarla. La donna finisce anche lei uccisa e cucinata, ma l’assassino muore e le spose sparite sono vendicate.


La folclorista inglese Jacqueline Simpson ha avuto il merito di esaminare con cura le leggende metropolitane che abbondano nelle pagine del Circolo Pickwick, il primo degli scritti importanti di Dickens, uscito a puntate fra il 1836 e il 1837.


Il libro racconta curiosità e bizzarrie rivelate da una serie di viaggi attraverso l’Inghilterra dei primi decenni dell’Ottocento. Simpson si è occupata delle leggende che compaiono tra le sue pagine nell’articolo Urban Legends in The Pickwick Papers, uno studio pubblicato nel 1983 sul Journal of American Folklore (vol. 96, n. 382, pp. 462-470).


Anche qui, ritorna il tema del cannibalismo: nel capitolo 31 i protagonisti del Circolo Pickwick rabbrividiscono passando davanti a una casa definita la sausage factory, in cui, si narra, lo stesso fabbricante di salsicce è finito nella macchina e la moglie, ignara di tutto, dà da mangiare il tutto a un vecchio gentiluomo, che finisce per trovare alcuni bottoni del defunto all’interno della salsiccia.


Simpson sottolinea che nel racconto dickensiano ogni personaggio finisce per esser punito: il fabbricante della macchina super-efficiente per fare salsicce, che finisce triturato; la moglie, che arriva a vendere, ignara, la carne del marito risucchiato nella macchina, e il vecchio gentiluomo, che cerca carne di qualità al di fuori dei circuiti autorizzati e finisce per cibarsi dell’orrore.


Per Jacqueline Simpson, la storia doveva essere di dominio comune ai tempi di Dickens. E, tutto sommato, il plot sembra ricalcare alcune leggende moderne di “cannibalismo involontario” citate da Jan H. Brunvand nella sua Encyclopedia of Urban Legends (2012), come quella dell’operaio caduto all’interno di una macchina per la fabbricazione degli hot dog (ma c’è anche una variante con la Coca Cola), la cui scomparsa viene scoperta solo quando il prodotto è ormai stato venduto in tutti i supermercati…


Non è l’unico caso di “contaminazione” presente nel Circolo Pickwick. Qualcosa di simile compare anche nel capitolo 19, quando il signor Weller (omonimo della bambinaia di Dickens, a quanto pare) durante un pic-nic loda il pasticcio di vitella, soprattutto quando si conosce “la signora che l’ha fatto” e dunque si è sicuri che per farlo non è stato usato un gatto:


Una volta stavo di casa con un pasticciere, un uomo molto per bene, e anche bravo che non c’era il compagno; vi faceva pasticci da ogni sorta di cose. "Quanti gatti che ci avete, signor Brooks!" dico io, quando facemmo un po’ d’amicizia. "Ah" dice lui "non c’è male" dice. "Vi debbono piacere assai i gatti" dico io. "Anche agli altri piacciono" dice lui, facendomi l’occhietto; "però non sono di stagione in inverno, vedete" dice. "Non sono di stagione!" "No" dice lui "quando i frutti son giù, i gatti vanno a male". "Come, che volete dire?" dico io. "Che voglio dire?" dice lui. "Che non sarò mai della cricca dei macellai per far alzare il prezzo della carne" dice. "Signor Weller" dice poi stringendomi forte la mano e bisbigliandomi all’orecchio "fate conto ch’io non ve l’abbia detto, ma è il condimento che fa tutto. Tutti i pasticci son fatti con questi nobili animali" dice indicando un bel gattino rosso "ed io gli acconcio per bistecca, per vitella, per rognone, per tutto quel che si vuole, secondo la domanda; ed anzi" dice "posso mutare un pezzo di vitella in bistecca, o una bistecca in rognone, o l’uno e l’altro in montone, in meno di cinque minuti, secondo i prezzi che fa la piazza e secondo i gusti!"

Un ulteriore passaggio del Circolo Pickwick che sembra riecheggiare temi leggendari appare nel capitolo 2, quando il conducente di una carrozza avvisa i viaggiatori di non sporgersi troppo:


— La testa, la testa, badate alla testa! — gridò il loquace viaggiatore, mentre la diligenza passava sotto l’arco del cortile. — Un orrore; non si celia mica. L’altro giorno per la più corta. Cinque bambini e una madre. Un pezzo di donna, capite. Mangiando biscottini, non badò all’arco. Crack! Che è, che non è? I bambini si guardano intorno. Spiccato il netto il capo della mamma. Col biscottino in mano e senza più bocca per mangiarlo. Un capo di famiglia a terra. Orribile, spaventevole.

La Simpson paragona la donna con la testa staccata di netto mentre ancora stringe in mano i biscotti che stava mangiando a un episodio descritto da Procopio di Cesarea intorno al 550 nel capo III del libro primo della Guerra gotica: a Ildebaldo viene tagliata la testa con una tale rapidità che, secondo l’autore, il re goto stava ancora tenendo in mano il suo cibo quando il suo capo toccò terra.


Da parte nostra, possiamo aggiungere che questo racconto ricorda un po’ la storia del motociclista che continua a guidare per diversi metri anche quando una lamiera caduta da un camion gli amputa di netto la testa, o, in alternativa, la voce diffusa durante l’ultima guerra mondiale qui raccontata da Paolo Ferrari (L’Aeronautica italiana: una storia del Novecento, Franco Angeli, 2004, p. 234):


Spesso tra noi bambini si raccontava che, durante il primo vero bombardamento avutosi su Novara, quello del 24 ottobre 1942, lo spostamento d'aria avesse portato via la testa a un carrettiere che però aveva continuato a guidare il carretto per forza d'inerzia. Era certo un'immagine radicata nella tradizione folklorica, riadattata a "voce" contemporanea, senza riscontri nella realtà cittadina.

Il lavoro di Jacqueiline Simpson purtroppo si limita al Circolo Pickwick e non comprende tutte le altre opere di Dickens; tra una storia natalizia e l’altra, invece, sembrano emergere racconti e leggende che aprono uno squarcio sul folclore dell’Ottocento. Ecco spuntare, ad esempio, una processione di morti dalle pagine di Canto di Natale, un medico bendato portato in un luogo segreto da Racconto di due città o un’autocombustione umana spontanea (SHC) in Casa desolata.


Storie che un giorno qualcuno, appassionato di leggende d’epoca, forse raccoglierà.



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Appendice: Il fabbricante di salsicce

(Da Il circolo Pickwick di Charles Dickens, a cura di Federigo Verdinous, Fratelli Treves Editori, 1930, cap. 31.)



Avevano fatto un certo cammino, il signor Pickwick avanti sprofondato nei suoi pensieri, e Sam dietro con una fisonomia piena della più invidiabile e tranquilla noncuranza di tutto e di tutti, quando questi, sempre sollecito di comunicare al suo padrone ogni sua privata informazione, studiò il passo fino a raggiungere il signor Pickwick, e accennando ad una casa, davanti la quale si trovavano a passare, disse:
— Pizzicagnolo numero uno, questo qui, signore.
— Così pare, all’aspetto, — disse il signor Pickwick.
— Fabbrica di salsiccie.
— Davvero?
— Davvero! altro che davvero, signore. Gli è qui, benedetto voi, che ebbe luogo la sparizione misteriosa di un rispettabile negoziante, quattro anni fa.
— Non volete mica dire che ei fu assassinato, Sam? — esclamò il signor Pickwick guardandosi intorno con una certa apprensione.
— No davvero, — rispose il signor Weller. — Magari lo potessi dire! Cento volte peggio. Egli era il padrone di questo magazzino ed aveva inventata la macchina a vapore a moto perpetuo per la fabbricazione delle salsiccie, che s’avrebbe ingoiato una lastra se glie l’accostavate un po’ soverchio e ne avrebbe fatto salsiccie in meno di niente come se si fosse trattato di un bambino di latte.
Se ne teneva molto della sua macchina, e questo si capisce; e se ne stava giù a vederla muovere, e se la guardava fino a che dalla troppa gioia lo pigliava la malinconia. Gli era in somma un uomo felice, avendo cotesta sua macchina e due bambini ch’erano una grazia, se non fosse stato per la moglie, che era una vera strega. Gli stava sempre alle costole, lo punzecchiava, lo intronava, fino a fargli scappar la pazienza. "Vi dirò io come sta la cosa, cara mia" le dice un bel giorno; "se non la smettete" dice "non son chi sono se non me la batto per l’America; e questo è tutto".
— "Voi siete un furfante disutilaccio" dice lei "ed io mi congratulo tanto con gli Americani del bell’acquisto che faranno". Dopo di che seguita a svillaneggiarlo per mezz’ora buona, e poi scappa nella retrobottega, strilla come un’oca spennata, dice che la vogliono far morire, e si fa pigliare da una convulsione che le dura tre ore di fila, una di quelle convulsioni che son tutte strilli e calci. Fatto sta che il giorno appresso non si trova più il marito. Dalla cassa non avea preso nulla, nemmeno il soprabito s’avea messo; sicchè all’America non ci era potuto andare. Passa un giorno, passa una settimana; e non si vede.
La moglie fa attaccar dei cartelli dove dice che se torna, gli perdonerà ogni cosa; una bella generosità, visto ch’ei non avea fatto nulla. Si pesca in tutti i canali, e per due mesi di fila, tutte le volte che si tira fuori un cadavere, lo si porta regolarmente alla pizzicheria. Nessuno però era il buono, sicchè si diè per fatto che l’omo avea preso il largo, e la moglie seguitò lei a tener la bottega per conto suo. Ora ecco che un sabato sera si presenta un vecchietto che pareva avesse un diavolo per capello, soltanto che capelli non ne aveva, e dice: "Siete voi la padrona di qua?" — "Sì, sono io" dice lei.
"Ebbene signora" dice lui "io son venuto a posta per farvi sapere che io e la mia famiglia non abbiamo mica intenzione di affogare per nulla; ed inoltre, signora mia" dice, "mi permetterete di osservare che siccome voi non adoperate la carne di qualità superiore nella manifattura delle vostre salsiccie, credo che ne potreste trovare allo stesso buon mercato dei bottoni". — "Bottoni, signore!" dice lei. "Bottoni, signora" dice il vecchietto, aprendo un pezzetto di foglio, e facendo vedere una ventina o una trentina di mezzi bottoni. "Bel condimento per le salsiccie i bottoni di calzoni, signora." — "Ah! i bottoni di mio marito!" dice la vedova, incominciando a venir meno. "Come!" grida il vecchietto, facendosi pallido come un cencio di bucato. "Ora capisco" dice la vedova; "in un accesso di rabbia e di delirio ei si è lasciato ridurre in salsiccie!"
- E proprio così avea fatto, signore, — aggiunse il signor Weller fissando l’inorridito signor Pickwick, — o forse era stato pigliato nella macchina. Comunque stesse la cosa, il vecchietto, che era sempre andato matto per le salsiccie, scappò dalla bottega in uno stato da far compassione, e non se n’ebbero mai più notizie!
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