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Dove posso purrrtarla? - L’invasione dei gatti taxisti

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Nelle scorse settimane, in Sudafrica è comparsa una storia diventata immediatamente virale sui social del Paese: in un sobborgo di Johannesburg circolerebbe un taxi guidato da un gatto. Davvero, non stiamo scherzando. E non stiamo nemmeno parlando di un gattino tenero e dolce, ma di una storia sottilmente inquietante, a cui presto si sono aggiunte le testimonianze, i commenti e le reazioni di tantissime persone.


Cominciamo col dire che per “taxi”, in Sudafrica, si intende qualcosa di diverso rispetto ai nostri. Il taxi sudafricano è una specie di minibus, di solito a sedici posti, in cui quindi può capitare di sedere accanto a perfetti sconosciuti. È un mezzo di trasporto popolare, costa meno di quelli italiani, ed è molto utilizzato da tutti i segmenti della società (circa il 60% della popolazione usa regolarmente i kombis, come sono chiamati, e 14 milioni di persone - su circa 56 - ci sale ogni giorno). In un certo senso, potrebbero essere paragonati ai nostri bus, ma con un briciolo di incertezza in più: nell’immaginario collettivo sudafricano si tratta di veicoli insicuri, spesso vecchi e non sottoposti a revisioni, a volte guidati da brutti ceffi ai limiti della legalità: nel corso degli anni, la forte richiesta di questo servizio ha portato a vere e proprie guerre tra i gruppi che controllavano le tratte, con attentati, morti e agguati ai “guidatori” rivali (in quest’ottica vanno letti alcuni commenti alla nostra storia, come i sospetti di copertura o l’invito a non denunciare la cosa ai gestori del servizio).


La storia che ci interessa è iniziata il 23 novembre, quando un’utente sudafricana di Twitter, almeno all’apparenza molto convinta, ha inviato questo tweet, corredato di un apposito smile piangente:


Ehi gente, sapete del taxi da Fourways a Bree che è guidato da un gatto?

I luoghi citati sono entrambi quartieri di Johannesburg: Fourways nella zona settentrionale e periferica, e Bree in quella centrale. Nei tweet successivi la giovane che coi suoi messaggi aveva suscitato così tanta attenzione ha poi specificato che ad ottobre aveva già preso il taxi del gatto con un’amica, che in quell’occasione aveva chiesto sussurrando alla sua vicina di posto cosa stava succedendo, e che questa le aveva risposto “isalamuzi” (non sapeva bene cosa significasse, ma la donna le aveva parlato con tono tranquillo, come se avesse già preso prima quel taxi). Nei commenti, diverse persone suggerivano che la parola fosse in sesotho (“isalamusi”), e che con quel termine si intenda una sorta di magia fatta senza bisogno di contatto, come “prendere denaro dalle tasche di qualcuno per osmosi”, o far apparire una cosa per un’altra (in questo caso, scambiare l’aspetto del guidatore per quello di un gatto - o chissà, magari il contrario).


A questa prima esperienza (che vanta, al momento, 2600 risposte, 5800 retweets e oltre 9000 like) si sono affiancati, nei giorni successivi, diversi commenti e testimonianze da parte di persone che - a volte in apparenza più seriamente, a volte meno - sostenevano di aver avuto anche loro a che fare con il gatto taxista. Alcune risposte erano di questo tenore:


Sono stato su questo taxi. Roba spaventosa! Ho chiesto al tipo seduto accanto a me se davvero fosse un gatto perché pensavo di essere impazzito ma lui non ha detto nulla per tutto il viaggio. Apparentemente (dalla donna delle pulizie dove lavoro) il taxi non è reale e stavamo tutti correndo verso Bree.
Ragazza mia, sono stato in quel taxi due settimane fa e tremavo tutto quando sono sceso. Avevo un esame quella mattina e non sono riuscito a scrivere per la paura. Ho dovuto chiamare il mio ragazzo e lui si è messo a pregare per me perché, wow.

Secondo la versione più “accreditata” del racconto il taxi, un pullmino Toyota “Quantum” di colore marrone-amaranto, circolava fra le 18 e le 19 sulle strade fra Fourways e Bree, ma alcune segnalazioni sono arrivate da altre località del Sudafrica.


Nei discorsi circolati possiamo comunque identificare diversi filoni principali.


Tanto per cominciare, si scorge l’idea che l’aspetto metamorfico del guidatore fosse in realtà dovuto a una sorta di ipnosi esercitata sul malcapitato:


Sono stato una sola volta su quel taxi che va da Fourways a Bree. Ero con un tipo ubriaco e gli ho detto: ma dobbiamo sul serio farci trasportare da un gatto? Allora lui mi ha detto di rilassarmi e mi ha dato della birra nami ndaphuza e mi sono ritrovato fuori dall’auto che correvo verso Bree e bevevo urina.

Diversi utenti riferivano poi che durante l’esperienza non erano più riusciti a percepire il proprio battito cardiaco, a indicare che l’episodio si svolgeva in una realtà alternativa, vicina al mondo ordinario ma separato da essa: nello spazio ristretto del veicolo, in apparenza banale, a ben guardare tutto è possibile.


Alcuni utenti proponevano interpretazioni più razionalizzanti dell’esperienza; in particolare, che il conducente fosse normalissimo essere umano, ma che emettesse suoni strani durante la guida. L’ipotesi era corroborata da tweet di questo tenore (ora cancellato, ma leggibile qui):


Mia moglie ha usato il taxi due volte. La seconda volta è stato circa una settimana fa. Ha detto che sembrava che ci fosse un bambino che piangeva dentro quell’uomo (il guidatore). Finora non le avevo creduto.

Ma in alcuni racconti si percepisce anche - ecco un terzo filone - il sospetto di un’esperienza satanica, in cui la catmobile serviva a rapire ignare vittime per sacrifici umani:


Ero seduto davanti, confuso e spaventato! Quell’uomo continuava a trasformarsi da gatto ad uomo e viceversa. Poi mi ha chiesto perché stessi disturbando la sua missione. Pensavo di sognare. Mi ha detto di smettere di pregare dentro di me perché lo stavo disturbando. Subito gli ho chiesto di scendere dal taxi, ma lui mi ha detto di no e si è rifiutato di fermarsi! La signora accanto a me non diceva niente, come se non sentisse niente. Tutti gli altri passeggeri tranne me erano in un normale taxi condotto da un normale essere umano. Mi ha detto che sarei stato uno dei migliori sacrifici che aveva mai portato! E che per questo avrebbe ricevuto una grossa ricompensa. [...] Quando si è fermato per far scendere un passeggero sono balzato giù e mi sono messo a correre! A casa nessuno mi ha creduto e hanno pensato che me la stessi inventando. Mio padre e io alcuni giorni dopo siamo tornati dove il taxi mi aveva fatto salire con la speranza di beccare il tipo, ma non l’abbiamo più visto. Semplicemente, non mi credono! Sono rimasto traumatizzato diverse settimane. Non mi sono spaventato mai così tanto in tutta la mia vita.

Ad ogni modo, parecchi racconti erano incentrati sul carattere selettivo dell’esperienza: come ha fatto notare l’edizione sudafricana di Cosmopolitan, non tutti potevano constatare coi loro occhi la “trasformazione” del tassista in gatto. La cosa era possibile solo per i “prescelti”.


La mia esperienza, storia vera: il gatto è in realtà un uomo che si trasforma in gatto solo agli occhi di chi sceglie! Il guidatore è però un vero essere umano e il taxi è guidato da un uomo per tutto il tempo.

E così, alcune persone hanno raccontato di aver cercato chiarimenti e conferme dai vicini di posto, che non li avevano considerati o presi per matti. E, viceversa, altri utenti sono intervenuti raccontando che un vicino di posto dall’aria spaventata aveva cercato di chiedere qualcosa a proposito di un gatto, ma che non lo avevano considerato.


A queste testimonianze “a favore” si sono aggiunti, come era facile prevedere, diversi meme strafottenti, articoli di commento, appelli affinché le compagnie di taxi indagassero sulla misteriosa vicenda... Il 25 novembre le “testimonianze” dirette o indirette erano diventate dozzine, e la Municipalità di Johannesburg non resisteva a mandare anch’essa un tweet scherzoso in cui confermava, mostrandola, di aver rilasciato una patente di guida ad un gatto - ma di fare attenzione, perché era scaduta da più di due anni e quindi erano previste sanzioni pesanti!


Un’altra testata sudafricana, Briefly, lo stesso giorno affermava che ormai nel Paese era nata una nuova leggenda metropolitana, e che la storia era diventata una mescolanza di “seria preoccupazione e scherzi di dubbio gusto”. The South African la affiancava ad altre del folklore locale, come “la letale Pinky Pinky, la terribile Sheila dell’autostrada o gli infami uomini-uccelli di Eastern Cape” (qui un approfondimento su questi personaggi).


Lo stesso è avvenuto su altri quotidiani. Qualcuno intanto su Twitter aveva cominciato a parlare apertamente di “stregoneria” e a dichiarare la propria fiducia nella sua realtà. Molti altri messaggi dello stesso tenore potete leggerli qui.


La velocità di circolazione della storia sembra avere raggiunto il suo apice intorno a domenica 24 novembre, ed esser diminuita nel corso della settimana successiva. Malgrado il suo carattere paranormale, il racconto è riuscito ad imporsi all’attenzione di un buon numero di utenti del web e ad esser ripreso subito da parecchi media online.


Quanto accaduto nelle scorse settimane in Sudafrica mostra che l’improbabilità del contenuto di una leggenda metropolitana a fronte del senso comune non è sufficiente a impedirne la diffusione: la storia circola se trova un certo numero di persone disposte a condividerne e a metterne in comune le premesse (e, a ben pensarci, non è tanto più assurda rispetto alla vecchina del terremoto di Milano). Perché funzioni, è sufficiente che diversi utenti condividano un linguaggio e un quadro di riferimento (nel nostro caso, un concetto di magia in grado di generare allucinazioni e illusioni).


A prescindere dalla realtà soggettiva o meno dell’esperienza in sè, infatti, quello sviluppatosi è stato un intenso discorso collettivo sui temi della stregoneria, dell’ipnosi e del soprannaturale. Chi ha contribuito allo sviluppo di questo racconto ha dimostrato di essere in grado di riutilizzare motivi “tradizionali” delle leggende metropolitane (l’auto fantasma, il taxi “infestato”, i rapimenti satanici, ecc.) volgendoli in maniera funzionale ai linguaggi e ai bisogni comunicativi del Sudafrica del 2020.


In evidenza: la “patente rilasciata ad un gatto” dalla Municipalità di Johannesburg.

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