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Heinrich Heine e il salame omeopatico



Articolo di Sofia Lincos


Heinrich Heine: grande poeta e viaggiatore, tra gli scrittori più importanti dell’Ottocento, anello di congiunzione tra il romanticismo tedesco e il realismo... Ma anche uomo di spirito, in grado di sfruttare a suo vantaggio l’allora vivissimo dibattito sull’omeopatia - almeno a dar retta a questo aneddoto:


Un giorno che stava andando da Lione a Parigi con sua moglie, Heine fu incaricato dal violinista Ernst di portare un regalo al medico omeopatico R… Il regalo consisteva in una di quelle enormi salsicce arrotolate in fogli di stagno, che sono la gioia della gastronomia lionese. Non si volava ancora sulle ali del vapore, e i viaggi in diligenza non si facevano nell’intervallo tra un pasto e l’altro; e così la signora Heine cominciò a sentir fame. Cosa c’è di più naturale che tagliare un piccolo pezzo di quella salsiccia che profumava tutta la carrozza attraverso il suo triplo involucro? La signora Heine ne gustò un morso e la trovò eccellente; Heine fece lo stesso e non ne fu meno soddisfatto. Proseguendo ancora il viaggio per un giorno intero, la salsiccia diminuì ancora e ancora, e quando i viaggiatori raggiunsero Parigi non ne restava che un mozzicone. Heine comprese solo allora la gravità del suo misfatto e, poiché il suo appetito si era placato, cominciò a provare rimorso. Che fare per rimediare alla sua colpa? Prese il residuo di salsiccia e ne tagliò abilmente, con l’aiuto di un rasoio, una rondella diafana dello spessore di un francobollo. La mise in una busta e la mandò al dottor R… con questo biglietto: “Grazie alle vostre scoperte, si è constatato che un milionesimo di sostanza può produrre i più grandi effetti; ecco dunque la milionesima parte di una salsiccia che il signor Ernst mi ha lasciato per voi. Essa vi darà, se l’omeopatia è vera, lo stesso effetto di una salsiccia intera”. (Le Corsaire, 10 ottobre 1858)

Questo aneddoto circolò parecchio per tutta la seconda metà dell’Ottocento. Era autentico? Difficile dirlo. Quando il Corsaire scriveva, nel 1858, Heine era morto da due anni; il giornale parigino, che avrebbe cessato le pubblicazioni di lì a un mese, raccontava di averlo tratto da “una biografia di Henri Heine non ancora tradotta”. In una lettera del 21 agosto 1851, Heine confessa alla madre di non aver mai avuto una grande opinione dell’omeopatia, ma senza menzionare la vicenda della salsiccia. Tutto sommato, comunque, la veridicità dell’episodio importa poco: a partire da quegli anni, la storia di Heine e il salame omeopatico fece il giro di tanti quotidiani e di tante nazioni diverse. E, circolando, diventò leggenda, arricchendosi - come è normale in questi casi - di chiose, commenti e piccole variazioni sul tema.


Non è necessario tracciarle tutte: basti dire che in certe versioni la moglie di Heine scompare, e tutta l’azione è a carico dello scrittore (Le Pays, 27 novembre 1901). In un’altra il cronista commenta, maliziosamente, di non sapere se il “caro dottore” avesse gradito quella “imprevista estensione dei suoi principi” (L’Univers, 26 novembre 1901). Altre volte ancora, giungeva la stizzita risposta dell’omeopata:


“Santo Hahnemann!”, esclamò il dottore; “Quanto vorrei che Heine fosse malato e che io fossi il suo medico - e uno allopatico!” (Isabella County Enterprise, 28 gennaio 1880; Pontiac Gazette, 30 gennaio 1880)

In qualche occasione, la vicenda serviva per introdurre altre più gravi questioni: una rivista di veterinaria la usò per dire che se l’episodio fosse avvenuto in Italia, la commissione sarebbe stata portata a termine senza pirateschi “assaggi”. La ragione? Nel nostro Paese era in corso un’epidemia di trichinosi; chi mangiava una salsiccia, lo faceva a suo rischio e pericolo. Esiste inoltre almeno un caso il cui la storia venne raccontata proprio su un periodico di omeopatia, il British Journal of Homeopathy. Introducendo l’episodio, la rivista ne approfittava per tirare l’acqua al suo mulino: Heine - affermava - consultava qualche volta il dottor R…, che aveva conosciuto proprio in quell’occasione.


In Italia, è probabile che la storiella sia comparsa anche in un libro di Giovanni Battista Ughetti, Medici e clienti (Palermo, 1898).


Più interessante, invece, è capire come mai la vicenda di Heine e del salame abbia avuto un così grande successo. Certo, è divertente; ma non è solo questo. Il dibattito sull’omeopatia nell’Ottocento era vivissimo. Una parte del corpo medico aveva sposato con entusiasmo quella nuova pratica giunta dalla Germania; altri, ci vedevano solo un mucchio di fantasie. Consigliamo, per chi volesse approfondire, il libro di Paola Panciroli Duecento anni di omeopatia. Storia di un equivoco? (C1V, 2017).


Era un dibattito che non si svolgeva solo sulle riviste di settore: proprio come i moderni virologi in tv, i giornali ospitavano dibattiti anche accesi tra gli esponenti della comunità medica. L’omeopatia ebbe il suo momento pop, finendo al centro di commedie e opere teatrali: la più famosa, forse, fu La donna romantica e il medico omeopatico, di Giulio Pullè (1858). Ma non ci fu solo quella: in tutta Italia vennero rappresentate pièces come I graneli del dotor Pensaben (in piemontese, di Federico Garelli) e Una cura omeopatica: commedia in un atto di Eugenio Gajone. Su Il medico omeopata, una rivista dedicata a questa pratica, di recente è stata analizzata un’opera pubblicata a Firenze nel 1873 (e messa in scena un paio di anni prima): Stenterello medico omeopatico. Per l’autore questa breve farsa, che metteva in cattiva luce i seguaci di Hahnemann, faceva parte di un filone popolare incentrato proprio su questo tema, e che non lesinava colpi:


Nel massimo sviluppo dell´800 [l’omeopatia] ebbe un altro attacco, in questo caso indiretto e a livello… narrativo, scaturito da alcuni autori di commedie teatrali. [...] Quello che manca agli estensori nella realizzazione consapevole del lavoro è la capacità di procedere con un linguaggio preciso, pertinente, efficace e funzionale nei confronti del pubblico; e ancora, prelevano sommariamente elementi di nomenclatura del sistema Hahnemanniano ricollocandoli all’interno della trama e nel titolo del loro prodotto che si rivela così scritto in modo non conforme alla realtà.

In effetti la rappresentazione dell’omeopatia era spesso approssimativa, adatta a far divertire il pubblico: se ne isolavano pochi principi fondativi, per sfruttarli teatralmente. Un esempio lampante ci arriva da un’altra commedia, L’omeopatia (1836), di Narcisse Fournier. Qui il medico omeopatico Fritz-Back applica su larga scala il principio del Similia similibus curantur: “guarisce” dall’ingordigia un servo ghiotto di pasticcio di fegato ordinando di non dargli altro che quell’alimento per una settimana; cura una vedova inconsolabile spingendola a esagerare sempre più nei suoi atti di cordoglio. E così via, fino alla rivelazione finale: l’unico rimedio alle pene d’amore è l’eccesso dell’oggetto dei propri desideri, ovvero… il matrimonio. La semplificazione, qui, è evidente: a parte la legge dei simili, non c’è alcuna traccia di altri principi cardine dell’omeopatia, come la diluizione (anzi, si direbbe che nella storia venga applicato l’esatto contrario).


Non si deve pensare, comunque, che l’omeopatia fosse sempre bistrattata. Un esempio è il romanzo storico Teresina Rodi e un medico omeopatico all’epoca del colera in Bologna (Firenze, 1856), dell’avvocato Enrico Farné: qui il vero eroe della storia è Alfonso de Monty - ispirato al vero medico Alfonso Monti, che aveva curato le tre figlie di Farné, malate di colera. Sarà lui a risolvere ogni situazione con la sua intelligenza e con la nuova medicina, da lui impiegata a beneficio di tutta la città.


L’omeopatia era usata, all’epoca, per lo più dalle classi borghesi e nobiliari: era un vero e proprio status symbol, che definiva l’appartenenza di chi vi faceva ricorso. Eppure, era allo stesso tempo anche al centro della cultura popolare, sia in Italia sia altrove, oggetto di dibattito e protagonista di pièces teatrali, romanzi e riviste mondane. In tutto questo fermento, trovavano spazio anche aneddoti buffi, mots d’esprit e leggende metropolitane d’epoca.


Che dire, ad esempio, di questa bizzarra descrizione, che suona come una presa in giro delle dottrine di Hahnemann e che fu pubblicata nel 1843 sugli Annali medico-chirurgici?


Veste purgativa - In una città cospicua d’Italia vive un certo medico notus mihi nomine tantum, il quale, soffrendo abituale costipazione di ventre, vi rimedia assai agevolmente, indossando per un giorno la veste che egli portava in tempo dell’invasione Cholerica. Egli ne assicura che questa sua giubba opera alla maniera di un dolcissimo purgativo, conservando tuttora qualche atomo di contagio. Così egli serba la peste in casa e dalla peste medesima sa trarre tal vantaggioso partito! Gran frutto della dottrina Hanhemanniana! (T.M.)

Altre storie sono state raccolte più di trent’anni fa da un medico omeopata, Alberto Lodispoto, in un libro intitolato Storia dell’omeopatia in Italia (Edizioni Mediterranee, 1987). Il punto di vista è ovviamente quello di un sostenitore della pratica, ma l’elenco è abbastanza bipartisan: sono presenti sia satire anti-omeopatia, sia anti-allopatia, sia storielle tutto sommato neutre pubblicate dai giornali del tempo.


Un esempio tra i tanti… Protagonista della vicenda è una donna seguace delle teorie hahnemanniane, con un marito scettico e diffidente. Quest’ultimo, per smascherarla, butta via la medicina che era stata prescritta alla consorte e riempie la boccettina d’acqua. La donna in pochi giorni si sente meglio, e il marito le rivela la sostituzione. Ma anche così non riesce ad averla vinta: quel poco di sostanza rimasto attaccato alle pareti, rivelerà il medico, è stato sufficiente a causare la guarigione!


Lodispolo riporta anche un’interessante satira di segno opposto, che metteva alla berlina la medicina allopatica. In questo caso, il dottore finisce per diagnosticare un evidente caso di Tifomalariapneumotisitrichiartetanoatassiofreticosfenisia: quello che veniva preso di mira, stavolta, era l’uso dei paroloni incomprensibili, invocati fin troppo spesso dai sapienti del tempo per nascondere la mancata comprensione del vero problema.


Sul fronte contrapposto, invece, cominciò ben presto a circolare un’altra leggenda metropolitana, che se la prendeva con una delle derive più estreme dell’omeopatia di Hahnemann: l’olfazione. Secondo il medico tedesco e alcuni suoi epigoni, i rimedi omeopatici erano qualcosa di potentissimo: potevano addirittura agire a distanza, bastava solo odorarli e già il paziente ne avrebbe tratto beneficio. Ora questa tecnica non è più praticata neanche dai più ferventi seguaci della medicina alternativa; all’epoca, però, se ne discuteva molto. Per le riviste che si occupavano di allopatia era decisamente troppo. Così cominciò a circolare questo aneddoto:


Un certo medico, discepolo di Hahnemann, si dice che adoperasse assai spesso il metodo dell’olfazione. Un giorno che ne aveva fatto uso in un suo cliente, questi cavò dalla sua borsa una moneta d’oro, la passò velocemente sotto il naso del medico, e si licenziò dicendo: vi pago come voi mi avete curato. (Rivista omiopatica, 1886)

Curiosa l’evoluzione di questa storiella: in un primo momento, venne utilizzata dai medici allopatici per mettere in ridicolo l’olfazione. Un esempio di questo impiego è nella Gazzetta medica italiana del 23 maggio 1864: l’autore raccontava un aneddoto di cui garantiva “la storica autenticità”, e il paziente era nientemeno che… Honoré de Balzac, che paga la parcella sventolando 20 franchi sotto il naso dell’omeopata e mandandolo a fare una passeggiata. Morale della favola: Similia similibus pagantur.


Di tutto questo si lamentavano i giornali pro-omeopatia, che definivano l’aneddoto una farsa, una buffoneria, “inventata per coprire di un ridicolo completo la nostra dottrina”. Poi, in un secondo momento, la svolta: quel racconto era autentico, ne aveva parlato persino uno dei più rispettati seguaci di Hahnemann, il dottor Johann Wahle. Spiegava la Rivista omiopatica:


Il medico di cui qui sopra si narra l'aneddoto, non un discepolo di Hahnemann, ma fu lo stesso Hahnemann. E trattavasi di un infermo cronico che viaggiava per salute ed erasi recato a consultare il sommo Maestro. Il quale, dopo esaminatolo, vide talmente chiara ed imperiosa l'indicazione del rimedio che, tratto un caraffetto dalla sua busta e fattolo ad esso fiutare, ebbe a dirgli: “Voi siete guarito”. L’infermo che doveva essere alquanto bisbetico e lepido, tolta una moneta d'oro dal borsellino, l’avvicinò alle narici di Hahnemann dicendogli: “Voi siete pagato”. Questa narrazione da un pezzo correva per le bocche dei buontemponi, e più erano essi all’Omiopatia avversi, e con più compiacenza, credendo farle onta, la ripetevano e commentavano. Io, dubitando quasi della sua veracità, mentre un dì conversavo con quel valentissimo collega che fu il Dott. Wahle il quale ebbe sì a lungo goduto del consorzio e della familiarità di Hahnemann, e che qui in Roma tanto degnamente rappresentò l’Omiopatia, volli interpellarlo su tale proposito onde conoscere se vi fosse alcun che di vero in quella che molti riputavano una storiella dei malevoli. E l’ottimo uomo mi assicurò che il fatto era verissimo, ma che da me e dal pubblico esso era conosciuto soltanto per metà. “L’altra metà”, soggiunse, “ve la dirò io ed è questa. Quell’infermo, dopo 15 o 20 giorni dal fiuto ridicoleggiato, cominciò a sentire nel suo essere un mutamento insolito che accennava a meglio; nel secondo mese stava meglio assai, e nel terzo mese era effettivamente del tutto guarito. Ed allora non una ma più monete d'oro fece giungere ad Hahnemann in ricompensa della guarigione insperata ed in modo così semplice ottenuta”.

L’aneddoto anti-olfazione veniva attribuito al fondatore stesso, ribadito nella sua validità e rivendicato con forza.


Come il salame di Heine, si trattava di storielle che circolavano su entrambi i fronti: erano divertenti, piacevano, e ognuno poteva tirarle per la giacchetta, per ribadire la mancata comprensione dell’omeopatia da parte dei detrattori o l’assurdità della stessa.


Fu pure questo, il dibattito tra omeopatia e allopatia: una guerra fatta anche di parole, opere teatrali, aneddoti curiosi... e sì, anche di leggende metropolitane. Una lotta in cui in tanti, fra la gente comune, stavano bonariamente a guardare, nella speranza che alla fine da tutto quel fermento emergesse qualcosa di buono. E che non andasse come in un altro famoso motto di spirito, popolarissimo sui giornali d’epoca:


Con l'Omeopatia il malato muore della malattia. Con l'Allopatia delle cure.

Si ringrazia Paola Panciroli per i contributi all’articolo.

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