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I miti delle bambole Cabbage Patch




Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Nel 1983, due conduttori di una radio del Wisconsin, Gene Mueller e Bob Reitman, annunciarono che un vecchio bombardiere, una Superfortezza volante B-29, avrebbe lanciato duemila bambole Cabbage Patch Kid sullo stadio di Milwaukee. I DJ invitavano gli interessati a presentarsi sul posto muniti di un guantone da baseball e di una carta di credito: il primo per prendere al volo le bambole, la seconda da sventolare una volta acchiappati i giocattoli. Il pilota avrebbe fotografato dall’alto la scena e fatturato l’acquisto. Venti-trenta persone si presentarono effettivamente allo stadio quel giorno. Ricordando lo scherzo a distanza di tempo, Gene Mueller lo avrebbe definito “la cosa più dannatamente stupida che abbiamo mai fatto”. I due conduttori non pensavano che qualcuno potesse davvero cascarci; eppure accadde, e non era un caso: nel periodo natalizio del 1983, negli Stati Uniti le bamboline Cabbage erano il regalo del momento, una vera e propria mania nazionale. Schiere di genitori affrontarono code lunghissime nei negozi per accaparrarsene una, e in alcuni supermercati scoppiarono anche tafferugli per aggiudicarsi gli ultimi esemplari.


Le bambole Cabbage Patch, un successo di marketing


La ragione per questa popolarità è ancora oggi oggetto di dibattito. Le Cabbage Patch erano morbide bamboline in stoffa con teste in plastica, frutto del design di Xavier Roberts. Avevano lineamenti poco aggraziati, ma teneri; nacquero alla fine degli anni ‘70, ma i diritti per il loro utilizzo vennero poi acquistati da Roger L. Schlaifer della Coleco, che le commercializzò come Little people - piccole persone. Ma la grande idea di marketing dietro al prodotto fu quella di far passare l’idea che le Cabbage Patch non dovessero essere acquistate, bensì adottate.


Per questo, Roberts aveva cominciato a vendere le bambole in un negozio di giocattoli allestito in un’ex-clinica e denominato Babyland General Hospital. Gli addetti alle vendite erano vestiti come infermieri, le Cabbage Patch dormivano in culle e incubatrici, e ogni acquirente riceveva insieme alla bambola anche un certificato di nascita e un documento di adozione.


Per rafforzare ulteriormente questa idea, Roger L. Schlaifer e la moglie scrissero un racconto che doveva in qualche modo giustificare la necessità di adottare le bambole. Le Cabbage Patch Kids erano state scoperte da Roberts, un bambino curioso che a dieci anni si era messo a seguire una BunnyBee, cioè un’ape-coniglio, dietro a una cascata (la coincidenza tra il nome del protagonista e quello del designer Xavier Roberts era naturalmente voluta). Le BunnyBees erano strane creature che usavano le orecchie da coniglio per volare, impollinando i cavoli con cristalli magici. Dietro alla cascata, Roberts trovò un campo, sotto i cui cavoli nascevano i bambini del “piccolo popolo”. A quel punto entrava in scena la cattiva della storia, la malvagia Lavender McDade, che li rapiva per renderli schiavi nelle miniere d’oro: bisognava dunque salvarli, e per questo era necessario che qualcuno li adottasse e li tenesse al sicuro. I bambini di tutto il mondo erano chiamati a questo compito.


L’altra particolarità delle Cabbage Patch è che avevano aspetto diverso tra loro: la catena di montaggio permetteva infinite randomizzazioni, e i certificati portavano un nome che cambiava da bambola a bambola (i produttori li avevano presi dai documenti di nascita della Georgia risalenti al 1938). In un certo senso, non si trattava più di semplici giocattoli: erano individui unici e irripetibili che venivano adottati da un bambino unico e irripetibile.


Il successo di questa idea fu eccezionale. Le Cabbage Patch cominciarono a essere vendute in tutti gli Stati Uniti a ritmi folli. Nel 1983 diventarono il regalo più agognato, quello che ogni bravo genitore doveva procurare ai propri figli per non essere considerato uno snaturato. E non è un caso che sul conto delle bambole cominciassero a sorgere curiose leggende metropolitane.

Quando la Cabbage Patch muore


Una delle storie più diffuse, anche in Italia (dove le Cabbage Patch arrivarono con il nome di “bamboli del Campo Incantato”, distribuite dalla Giocadag di Firenze), portava al limite estremo l’idea dell’adozione di un bambino vero. Si raccontava che una madre avesse distrutto una Cabbage Patch mettendola in lavatrice; l’aveva rimandata indietro alla ditta produttrice, nella speranza che potessero cambiargliela con una nuova. Ricevette invece un certificato di morte.


La storia è stata descritta anche dal folklorista Jan Harold Brunvand nel suo Leggende metropolitane (Costa&Nolan, Genova, 1988, pp. 66-67; edizione originale The Mexican Pet, 1986). Brunvand colloca il clou della diffusione della ”leggenda del certificato” al 1984: il settimanale Riverfront News di Saint Louis del 12-18 dicembre di quell’anno, ad esempio, sosteneva che una donna di San Francisco, oltre al certificato di morte aveva ricevuto da BabyLand pure le condoglianze. Sembra che a Saint Louis in quel periodo la voce dilagasse: poco tempo prima, per il Giorno del Ringraziamento, il quotidiano Saint Louis Post-Dispatch aveva pubblicato le ferme smentite della ditta produttrice - che, con ogni evidenza, avevano avuto scarso successo.


In un certo senso, Brunvand attribuiva al marketing del prodotto la sostanziale responsabilità della diceria: il fatto che, per gioco, il Babyland General Hospital inviasse i finti certificati di registrazione ospedaliera redatti al computer, oltre che le carte per l’adozione, aveva creato le condizioni ideali per storie di questo tipo. Si trattava, dunque, per lui, di una leggenda metropolitana indotta e “suggerita” dal sistema produttivo.


Da qui, la possibilità di versioni ancora più radicali: bambole rotte restituite dall’impresa in una bara, spese del funerale accollate alla famiglia “adottiva” e persino… denunce per maltrattamento di minore!


Insomma, bambole “vive”, e, dunque, bambole che possono morire. E che, per forza di cose, costano pure, in termini di servizi sanitari. Ancora Brunvand ricordava che il 30 settembre 1985 il Daily Telegraph di Londra aveva scritto di un dentista canadese che curava i denti delle Cabbage Patch affette da carie per soli dieci dollari!


Cavoli e Satana


Questa leggenda, però, non è l’unica riguardante le Cabbage Patch. Un filone fondamentalista delle storie su queste bambole le riteneva di indubbia origine satanica.


Un po’ come per le leggende metropolitane sui Puffi, si arrivò a parlare di bambole in grado di influenzare negativamente i bambini, causando “comportamenti strani e distruttivi”. I fautori della diceria erano pastori protestanti ultra-conservatori e gruppi estremisti del letteralismo biblico, che vedevano nel certificato d’adozione da firmare l’equivalente di un patto col diavolo.


Altre storie, altrettanto oscure, riguardavano invece l’aspetto fisico delle bambole, considerate da alcuni genitori inquietante e sgraziato.


Le Cabbage Patch e la seconda guerra fredda


La cosiddetta seconda guerra fredda è quella che, dopo un periodo di distensione fra il blocco sovietico e quello occidentale, viene fatta cominciare con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, avvenuta nel 1979. Un anno dopo, l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Ronald Reagan aprì una nuova, durissima fase di confronto politico-militare fra i due schieramenti. Gli storici ritengono che le tensioni fra Mosca, Washington e i loro alleati siano giunte al culmine negli anni fra il 1982 e il 1984, cioè proprio nel periodo in cui le Cabbage Patch erano la passione di tutti. L’anno dopo, il 1985, l’elezione del riformatore Mikhail Gorbačëv alla carica di segretario del Partito comunista dell’URSS permise una lenta, ma costante diminuzione dei rischi di un conflitto diretto fra est e ovest. Tuttavia, intorno al 1983, i timori per una guerra generalizzata con uso di armi nucleari erano tornati a livelli quasi paragonabili a quelli della prima guerra fredda, quella degli anni 1946-1963.


È in questo clima che va inquadrata una delle leggende più sinistre sulle Cabbage Patch. Snopes la riassume in questi termini, riportando una testimonianza comparsa in rete nel 2000:


Una leggenda che ho sentito alcune volte, per lo più tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, era che il presidente Reagan aveva ottenuto che l’impresa che produceva le Cabbage Patch le facesse volutamente brutte. Secondo la leggenda, gli scienziati al servizio del governo ritenevano che i figli dei sopravvissuti a una guerra nucleare avrebbero avuto quell’aspetto. Rendendo familiare questo look si sarebbe garantita la sopravvivenza della specie umana.

Sempre per Snopes, alcune varianti dello stesso motivo erano quelle che chiamavano in ballo la CIA: l’idea delle bambole “deformi” sarebbe stata dell’agenzia. Il governo aveva esposto in maniera volontaria un certo numero di persone a intense dosi di radiazioni, facendogli poi generare dei figli che sarebbero serviti… come modelli per le Cabbage Patch!


La leggenda della bambola come rappresentazione dell’umanità post-atomica è collegabile all’idea che le autorità americane avessero dei progetti precisi per incentivare la diffusione di questi giocattoli.


Di questa storia esiste anche un’altra variante. Sempre secondo Snopes, nel 2002 in rete era possibile leggere questa testimonianza:


Di recente il mio fidanzato mi ha detto che negli anni ‘80 c’erano state delle notizie che dicevano che il progetto delle bambole Cabbage Patch si basava sull’aspetto di bambini mentalmente disabili.

Forse reinterpretando il meccanismo alla base del successo del prodotto - quello dell’adozione delle bambole - nacque anche la voce delle bambole che avrebbero imitato l’aspetto di bambini con vari tipi di disabilità. Lo scopo del governo sarebbe stato quello di risolvere più facilmente la tragedia dei bambini abbandonati dai genitori.


Insomma, sia nel caso dei bambini post-atomici, sia nel caso di quelli disabili, si trattava di una lettura delle Cabbage Patch come simulacri di freak e, al contempo, di una ripresa della vasta mitologia della pubblicità occulta, condizionante, ai limiti del subliminale; in ultima analisi, quasi-satanica.


Immagine in evidenza: Bernard Gotfryd, Public domain, via Wikimedia Commons

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