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Il cellulare killer: una leggenda africana (ma non solo)


di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


La leggenda metropolitana che vi presentiamo oggi non sembra aver raggiunto l’Occidente. Abbiamo soltanto qualche cenno di una sua presenza, però modificata rispetto all’originale, in Bulgaria. Si tratta di una leggenda molto importante, perché è una di quelli in cui si testano i modelli teorici sul modo in cui le voci e le dicerie dilagano sino a diventare vere e proprie epidemie su vasta scala.


Preferiamo raccontarvela in breve, perché vorremmo fermarci un po’ di più sulle considerazioni generali che studiandola ha fatto qualche anno fa Julien Bonhomme, un antropologo dell’Università Lumière di Lione. Ne ha parlato in un ampio lavoro uscito su Tracés, rivista di scienze umane disponibile online.


Bonhomme si occupa da diversi anni (anche) della diffusione delle voci in Africa, e per questo, nel 2011 ha ricostruito una diceria che sembra aver avuto il suo avvio nel Gabon nel luglio del 2004: rispondendo alle chiamate di certi numeri di cellulare parecchi malcapitati sarebbero morti all’istante. Col diffondersi della storia, fra chi pensava a uno scherzo e chi ad azioni stregonesche, il direttore generale della Telecel, la maggior compagnia telefonica del Gabon, fu costretto a smentire la voce a mezzo stampa.


Ma questo fu solo l’inizio: a partire dal 2004 la voce che noi del CeRaVoLC abbiamo chiamato il cellulare killer è dilagata in almeno trenta Paesi d’Africa e d’Asia assumendo carattere transcontinentale.


Partendo dalla constatazione di una diffusione che attraversa differenze linguistiche, politiche, religiose ed economiche di ogni tipo, Bonhomme ha provato a fare una cosa sulla quale vogliamo soffermarci un istante. Ha applicato alla diffusione di questa voce un modello epidemiologico, quello presentato dallo studioso di antropologia cognitiva Dan Sperber nel suo libro Le contagion des idées, pubblicato in Francia nel 1996 (in italiano si chiama Il contagio delle idee ed è uscito per Feltrinelli nello stesso anno). Bonhomme voleva replicare l’uso che ne aveva fatto già nel 2009 per studiare la leggenda della sparizione del pene che ha spaventato parecchi africani in specie negli anni ‘90. A suo avviso il modello ha confermato la sua validità anche con il cellulare killer.


Questo modello, spiega in dettaglio Bonhomme, gli ha permesso di coniugare le due caratteristiche fondamentali presenti un fatto sociale diffusissimo come la voce del cellulare killer (e in diverse altre leggende metropolitane): il fatto che sovente sono raccontate con dettagli e caratteristiche “locali” (“è successo qui, in quel negozio, a tal dei tali”...) mentre in tempi brevi si diffonde e mantiene una struttura generale stabile in posti e culture assai distanti. Questo fatto costituirebbe una specie di “costante epidemiologica”. Una sorta di nucleo stabile intorno al quale si organizzano tutti i casi in cui la storia ricorre.


Nella faccenda del “cellulare killer” secondo Bonhomme l’invariante (cioè la seconda caratteristica fondamentale) è costituita dal carattere ansiogeno della comunicazione telefonica anonima.


Da questa struttura di base per Bonhomme si dipartono le due grandi varianti della storia: dapprima, il cellulare killer compare in Africa come una forma moderna di stregoneria: la tecnologia permette di esser raggiunti a distanza da un interlocutore invisibile, non identificabile e malevolo, il che risponde bene allo schema generale della magia cattiva.


Però, arrivando in Asia, ecco che la voce si modernizza e dà il via a una seconda grande variante, quella della storia di un virus letale che si trasmetterebbe per telefono, uccidendo in pochissimo tempo! L’idea del virus, concetto biologico moderno, può far presa su un pubblico più ampio e più smaliziato rispetto a quello preoccupato dall’azione di bande di stregoni che agiscono in ambienti rurali.


Alla fine, pe Bonhomme l’esplosione della storia del cellulare killer si situa nell’incontro fra tre preoccupazioni particolarmente vive in quel periodo: quelle sui rischi per la salute imputate alla telefonia cellulare, quelle sui virus informatici e quelle per l’influenza aviaria. Un inviluppo inscindibile, insomma, di tecnologia e di biologia - con un retroterra “stregonesco”.


Solo due parole ancora per accennare alla grande ricaduta di questa voce, in Italia quasi sconosciuta: si tratta di un film horror cambogiano del 2006, esempio dell’influenza della nostra leggenda sulla cultura asiatica, The Killing Phone, diretto da Sok Sameth. In quel caso, il numero malvagio è lo 000-0000 e, come da copione, a farne le spese e a indagare sul mistero sono dei giovani, studenti liceali o di informatica.


Infine, ecco l’unico caso di inculturazione europea dei motivi di fondo della nostra leggenda, ma con una peculiarità locale interessante. Nel 2010, in Bulgaria, la leggenda del numero maledetto (lo 088-8888-888) è stata collegata a morti violente dei proprietari. S’inseriva così in un alveo rilevante per la cultura in cui era nata: quello delle storie sullo strapotere della criminalità organizzata del Paese balcanico.


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