Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee (CeRaVoLC) - 2018

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Il mito delle auto nere e la Rivoluzione russa


articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Nel 1917, nel pieno della rivoluzione russa, auto fantasma nere sfrecciavano per le città dell’immenso Paese sparando all’impazzata, magari grazie a mitragliatrici montate sui tettucci: questo, almeno, è quanto raccontava la voce popolare, che del fenomeno dava spiegazioni diverse. E’ questa una delle immagini più potenti del caos e dei rivolgimenti politici di quei mesi, una leggenda metropolitana in grado di modificarsi e di mutare con il tempo.


Vladislav Aksenov, che lavora presso l’Istituto di storia russa dell’Accademia delle scienze, ha recentemente approfondito in uno studio il mito delle “auto nere” e quanto questo abbia pesato sull’immaginario di quel popolo. Il suo lavoro si colloca nell’ambito di quella che altri hanno definito storia della psicologia delle emozioni. L’autore è però molto cauto nel circoscrivere questa espressione: le emozioni sono condizioni fisiologiche di brevissima durata. Come farne una “storia”?


Aksenov descrive le automobili come un “fattore irritativo” (nel senso biologico del termine) che produsse emozioni collettive nella Russia della rivoluzione del febbraio-marzo 1917, al cui culmine ci fu l’abdicazione dello zar Nicola II. Ma prima di analizzare le storie legate a questo mito, occorre capire che cosa rappresentò l’automobile nell’immaginario collettivo del periodo.


L’auto è infatti il grande mito di degli anni ‘10 del XX secolo. Il 24 settembre 1908 esce dalla fabbrica il primo esemplare di Ford T, e dall’America inizia la motorizzazione di massa: in un certo senso, un’idea “democratica” di auto. Stan Laurel e Oliver Hardy, nella loro rappresentazione bonaria della piccola borghesia americana, avranno spesso per loro compagna di avventure la Ford T.


A questa idea pratica del nuovo mezzo si contrapporrà, su Le Figaro del 20 febbraio del 1909, Filippo Tommaso Marinetti, con il Manifesto del Futurismo, per il quale


un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

Una testimone degli eventi del marzo 1917 racconterà che in Russia le vetture a traino animale sembravano essere scomparse di colpo e che al loro posto si vedevano


soltanto automobili rombanti.

L’autoveicolo è simbolo di potenza e modernità, una modernità che rischia però di travolgere tutto il resto. Il suo ruolo nelle narrazioni popolari durante la rivoluzione del 1917 è stato colto alla perfezione in una celebre pellicola del 1981, Reds, di Warren Beatty. In una sequenza del film, gli uomini armati e - soprattutto - l’annuncio della rivoluzione giungono a bordo del solo veicolo a motore presente sul set. La scena, davvero potente, si svolge in notturna, e a illuminarla non sono tanto i due fanali del camion, ma una luce ancora più intensa e retrostante al mezzo. Pare quella di un riflettore che spazza, lentamente, un unico oggetto, cioè quello che s’intende evidenziare: il veicolo rivoluzionario, un mezzo illuminato da una luce che squarcia il buio (anche se si tratta di un camion, non di un’auto).


Da questa idea di automobile come segno di violenza e oggetto di fobie di massa è nato il saggio di Aksenov ‘The ‘Black Car’ as a Symbol of Revolutionary Violence in 1917: Phobia, Mytheme, Emotional Stimulus, uscito in traduzione inglese sul n. 13 del 2017 della rivista Forum for Anthropology and Culture.


E’ questo l’oggetto specifico della ricerca di Aksenov: le innumerevoli voci e testimonianze, diffusesi a Pietrogrado, sulla presenza di minacciose e misteriose bande di “automobili nere” lanciate per le strade a velocità folli. I rivoluzionari, in effetti, privilegiano gli spostamenti di milizie e dirigenti a bordo di auto e camion, ma il numero dei veicoli in movimento è ridicolo, e il loro transito non basta a giustificare le paure di ogni tipo che le accompagnano.


Le notizie cominciarono a circolare intorno al 2 marzo 1917, prima a Pietrogrado, poi a Mosca: un’auto nera, a fari spenti, sfreccia da una parte all’altra sparando sui passanti, a volte usando una mitragliatrice. Dopo pochi giorni i racconti giungono sulle pagine dei quotidiani, anche se con tutta probabilità erano già in circolazione da settimane. Più tardi, a inizio aprile, compariranno articoli su incidenti dovuti ad automobili “normali” scambiate per chissà cosa ed equivoci di ogni tipo, regolarmente collocati in ore notturne.


Le voci giunsero a toccare i vertici politici del momento. Scrive Aksenov:


Il 17 aprile l’Odesskiy listok riferì che il commissario centrale di Pietrogrado aveva ricevuto un messaggio telefonico secondo il quale il ministro della Giustizia aveva ordinato alla milizia di aprile il fuoco senza preavviso su un’auto con targa numero 4247. Ad un controllo fu chiarito che il ministro non aveva dato nessun ordine del genere e che l’auto con quella targa era quella su cui viaggiava Aleksandr F. Kerenskij (che in quel momento era lui stesso ministro della Giustizia! NdR). Sebbene storie del genere avrebbero dovuto demistificare in qualche modo il ruolo dell’auto nera, allo stesso tempo facevano sorgere domande su chi potesse esser stato l’artefice di un telegramma del genere. In questo modo i timori di una misteriosa organizzazione contro-rivoluzionaria persistevano.

Ma chi guidava queste presunte auto nere dalle quali si sparava in piena notte? Le prime voci sembrano accusare bande di zaristi (in particolare i Cento Neri, organizzazione reazionaria già al tramonto e fuorilegge nel 1917). Poi, in mancanza di evidenze sulle responsabilità di questi ultimi, i timori si concentrarono su ipotetiche bande di criminali in libertà, visto che nel caos di quei mesi le prigioni venivano abbandonate dalle guardie.


Ma, soprattutto, secondo l’analisi lessicale delle fonti condotta da Aksenov, quelle auto non venivano descritte come comuni veicoli di trasporto: disponevano di super-poteri e avevano caratteri mistici, come potenze e velocità “impossibili”. Erano nere, a volte issavano bandiere dello stesso colore, sfrecciavano nel buio a fari spenti e si muovevano dopo il tramonto come vampiri.


Dal punto di vista della storia delle idee, Aksenov vede i fondamenti di questi racconti nelle immagini della cultura popolare, dalla letteratura d’anticipazione al vocabolario politico di quegli anni. Al riguardo fornisce numerosi esempi. Immagini allegoriche sulla Russia come auto da corsa senza pilota, non prive di connotazioni escatologiche, l’impiego dell’auto come veicolo maledetto nel cinema russo degli anni ‘10 come indice del lusso sibaritico di alcuni privilegiati, come mezzo violento e come causa di incidenti mortali senza fine, ma, al rovescio, anche come irruzione della modernità e segno della fine del sistema semi-feudale.


Nel 1917, con la presenza sempre più massiccia dei carri armati sui campi di battaglia, la stampa russa paragonò la furia delle automobili a quella dei cingoli dei nuovi mostri d’acciaio. La poesia russa - al contrario del futurismo italiano di quegli anni - tendeva a demonizzare l’auto, come è il caso del Majakovskij del “Grande inferno della città”, lirica del 1913 in cui le vetture diventano “diavoli rossicci”.


Addirittura, spiega Aksenov:


Queste idee sull’automobile probabilmente furono incoraggiate da un altro mutamento nella tradizione della rappresentazione del potere supremo. Periodici ufficiali come Letopis voyny pubblicavano fotografie di Nicola II non più su un cavallo bianco, cosa che corrispondeva alle precedenti idee popolari sullo zar, ma su un’auto nera, fatto che diede origine a voci su un falso zar, su uno zar traditore o su uno zar che era l’Anticristo.

Un’altra narrazione probabilmente senza fondamento storico che Aksenov descrive è quella circa le automobili nere del ministro degli interni, l’odiato A. D. Protopopov. Su di lui circolava la voce che avesse usato fondi pubblici per crearsi un parco di dieci auto di lusso. Quando, nel febbraio 1917, i disordini contro il governo dilagarono, le leggende parlavano di mitragliatrici piazzate sui tetti dalla polizia per sparare sulla folla - e, come detto, anche questa circostanza pare priva di evidenze. Ebbene, l’idea visionaria delle auto nere del ministro e quella delle mitragliatrici che sventagliavano la folla in qualche modo si fusero in un solo discorso: misteriose automobili nere, dall’origine incerta, che di notte sparano a caso con armi sofisticate.


Poteva trattarsi di anarchici, di criminali, di zaristi, di preti ortodossi, di una banda che a Vyborg, oggi in Finlandia, rapiva donne e ragazze - si diceva - violentandole e smembrandone i corpi: su tutto, però, dominava il simbolismo del nero e il suo utilizzo, la sua menzione ossessiva.


Sulla Pravda, il 10 marzo 1917 comparve un articolo lungo e complesso in cui, nella sostanza, i bolscevichi di Lenin diedero prova di saper utilizzare la leggenda dell’auto nera a fini di propaganda. Quelli dell’auto nera diventavano i reazionari che ancora scorrazzavano a Pietrogrado, e a quelli andava tolta qualsiasi possibilità di azione.

Ciò detto, si cautela Aksenov, non è che quella dell’auto nera fosse una pandemia cui nessuno sfuggiva. Parecchi organi della stampa colta e testate satiriche si fecero beffe della mania del momento che, in senso stretto, durò alcuni mesi.


In estate le voci sull’auto nera nella loro forma originale scomparvero. Visto che erano il risultato di stati emotivi e psicologici presenti in quel momento fra la gente, si trasformarono insieme ai cambiamenti d’umore della popolazione. Le emozioni devono essere evanescenti, altrimenti mutano in nevrosi e in patologie serie.

Nell’autunno del 1917, continua Aksenov, con l’inizio dell’insurrezione dei leninisti la simbologia dell’auto nera lascerà largamente il posto a quella del camion (pensate alla scena di Reds che ricordavamo in apertura) e alla minaccia della violenza delle guardie rosse temuta da larghi strati di popolazione. A febbraio 1918, in occasione di manifestazioni anticomuniste e della conseguente repressione, torneranno a circolare voci di automobili nere con mitragliatrici montate sui tetti, stavolta guidate da bolscevichi intenzionati a sparare sui dimostranti.


Nell’immaginario collettivo russo e slavo, l’auto nera rimane protagonista di leggende e dicerie per tutto il Ventesimo secolo. Nel 1931, ad esempio, le “auto nere” sono accusate di rapire e di smembrare la gente. A compiere questi crimini inesistenti possono essere figure diverse a seconda degli umori e dei pregiudizi della popolazione. Può trattarsi di ebrei, che usano le auto nere per rapire bambini a fini rituali, o di antisemiti che uccidono gli ebrei, o di bande anticomuniste, oppure di araldi dell’Anticristo, o della polizia politica del regime sovietico, la GPU.


In ambiti culturali diversi, ci vengono in mente un paio di narrazioni analoghe.

La prima riguarda i motor-zobop, fantomatici stregoni vudù haitiani di cui si occupò l’antropologo Alfred Métraux in un suo classico, Le Vaudou haïtien (Gallimard, Parigi, 1958). Negli anni ‘40, in più parti di Haiti dilagò il terrore per i motor-zobop che si diceva rapissero gente per i loro rituali, a bordo di auto nere (le “auto-tigre”) dalle luci azzurre e dai tratti soprannaturali, lanciate in folli corse nella notte.


La seconda concerne le “automobili fantasma” di cui si parlava nell’Italia disperata del periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Un buon numero di cronache degli anni 1945-47 descrive auto nere che viaggiavano di notte a gran velocità nel cuore di alcune città italiane aprendo il fuoco a casaccio. Ne sappiamo troppo poco, ma l’impressione generale è che le somiglianze con i racconti sulle automobili della Russia del 1917 siano forti.


Dagli anni ‘60 del XX secolo, invece, nel mondo slavo le nostre leggende prenderanno le sembianze della Volga nera, la vettura standard della nomenklatura e degli altri privilegiati del regime sovietico. In un’area vastissima che va dalla Polonia all’Ungheria, fino alla Siberia, fioriranno storie su rapimenti di bambini per prelevarne sangue e organi: un mito studiato dal folklorista polacco Dionizjusz Czubala sin dalla seconda metà degli anni ‘70. Delle sue origini, forse collocabili proprio nella Polonia del periodo comunista, si è occupata l’antropologa Zuzanna Grębecka in un articolo del 2013 (in russo) apparso sulla rivista Labirint.


Sotto varie spoglie, questo immaginario persiste anche oggi: sopravvissuto agli orrori della storia, il mito delle automobili nere ha trovato posto nella cultura popolare del XXI secolo, comparendo dall’horror alle clip musicali. Sono gli eredi di vicende lontane ma non troppo come quelle del 1917 studiate da Aksenov.



Immagine in evidenza: alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il garage delle automobili dello zar, presso le tenute imperiali di Pietrogrado.

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