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La dama della chiave: un'altra leggenda misconosciuta?

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo


Lo studioso noto come Dr Beachcombing da molti anni ha un blog di grande interesse che si occupa di ciò che chiama “lo strano e l’inaspettato nei registri della storia”. I suoi post sono sempre di grande originalità e sovente toccano questioni che concernono il “leggendario”, anche nei suoi aspetti che più coinvolgono il CeRaVoLC.


Nell’autunno del 2017 Dr Beachcombing ha dedicato un post a quella che ha chiamato “La signora della chiave”, una vicenda che ha suscitato la nostra attenzione e il desiderio di capirne di più.


In breve: il 24 marzo del 1870 The West Briton, un settimanale di Truro, in Cornovaglia, racconta una strana vicenda. Un non meglio identificato giornalista parigino aveva annunciato che una donna russa era morta a Versailles, sola, dopo che il marito era deceduto poco tempo prima. La misteriosa “signora della chiave” viveva in quel luogo dal 1848, quando il marito l’aveva condotta lì dalla Russia, consegnandole una chiave e dando alle fiamme, dietro di sé, la villa in cui la signora si intratteneva con un altro uomo, e in cui quello si era nascosto. Con la chiave sempre al collo, in vista di tutti, visse in semi-reclusione in Francia, sotto la minaccia di esser rovinata, lei e la sua famiglia, dal marito vendicativo. La morte dell’uomo l’aveva solo in apparenza liberata da quella tirannia. Si era consumata, morendo anche lei pochi giorni dopo aver appreso che il consorte era passato a miglior vita.


Beachcombing commentava che per la mentalità britannica del tempo la storia era affascinante perché univa il senso della décadence francese con quello della "crudeltà" slava.


Restava da capire che cosa c’era dietro questo racconto fin troppo “bello”.

Pensiamo di esserci riusciti. La storia della fantasmagorica donna russa uscì, il 7 marzo del 1870, sulla seconda pagina del quotidiano parigino La Patrie. Ecco come fu presentata, per la prima volta, nella rubrica “Chronique”.


E’ appena morta a Versailles una dama russa che aveva fatto la sua comparsa nei saloni di Parigi per un intero inverno, nel 1848 e nel 1849 e che era stata soprannominata la dame à la clef. Ritiratasi in campagna, presso Versailles, è deceduta nei giorni scorsi all’età di quarantacinque anni. Vi viveva nella più completa solitudine. Si ritiene che suo marito, assai più anziano di lei, venisse a trovarla per una settimana o due, ogni sei mesi, e che ripartisse non si sa per dove. Del resto, intorno alla signora della chiave tutto era mistero. Nel mese di febbraio scorso non fu il marito ad arrivare, come d’abitudine, ma una lettera che ne annunciava la morte. La vedova non gli è sopravvissuta che per qualche giorno. Si è letteralmente spenta. Si giunge a supporre che si sia lasciata morire di fame.
Storia o leggenda, ecco quanto si sussurrava sul suo conto quando apparve a Parigi, giovane e bella. Non aveva allora che ventitré o ventiquattro anni. Si raccontava che suo marito l’aveva sorpresa in una casetta di campagna che possedeva alle porte di Mosca nel momento in cui ella chiudeva con forza un armadio. Un domestico l’aveva denunciata al marito. L’Otello moscovita diede due giri con la chiave, la riprese, poi ingiunse alla moglie di uscire con lui. Una briska da viaggio aspettava a venti passi dalla villetta. Più morta che viva, la malcapitata obbedì. Quando il marito fu salito sulla vettura diede un ordine a bassa voce al cocchiere, quindi tornò sui suoi passi e rientrò in casa.
“Conservate questa chiave, aveva detto alla donna. Ho dimenticato qualcosa, ma tornerò”.
Tornò, in effetti; dalla finestra laterale della vettura, la povera donna poté vedere le fiamme uscire dalle finestre della casa di campagna e prendere ad avvilupparla.
Svenne. Quanto durò, lo svenimento? Non si sa. Ma, nel riprendere i sensi, la sfortunata s’accorse che aveva al collo una collana d’oro, senza fermo, saldata, e alla quale era sospesa la chiavetta dell’armadio.
Voleva togliersi la vita. Il marito la minacciò che se avesse dato seguito a questa intenzione, ne avrebbe infangato la memoria, e che avrebbe fatto ricadere il disonore sulla famiglia della colpevole. La condannò a vivere! Dovette rassegnarsi.
Condotta a Parigi, il suo strano gioiello intrigò assai i curiosi. Si fecero mille congetture, si spettegolò, finché, cedendo alle mille preghiere della donna, il suo tiranno le consentì di andare a vivere in un modesto rifugio - a condizione, tuttavia, che s’impegnasse previo giuramento da rispettare a non attentare alla sua esistenza finché anche lui fosse stato vivo.
La morte del marito l’ha infine resa libera; era da più di vent’anni che languiva così, avendo sempre davanti a sé la testimonianza della sua infedeltà d’un sol giorno.

Un racconto un po’ da feuilleton: lei, ovviamente giovane e bella, divisa tra passione e colpa, che si consuma per vent’anni come una candela, dopo la morte dell'amante; il marito, slavo vendicativo, che la porta via col carro leggero da viaggio, la briska, e col conducente muto a cassetta; la catenella con la chiave “saldata”, come marchio d’infamia, in modo da non poterla mai più togliere... Infine, la libertà riacquisita grazie alla morte del coniuge senza pietà, che però conduce rapidamente la donna alla tomba.


Dopo aver presentato la storia della dama della chiave, l’autore chiosava:


Non somiglia un po’ alla storia di quell’altro marito, entrato in camera di sua moglie nel momento in cui diceva a un giovane ufficiale sdraiato ai suoi piedi: “lo sai quanto ti amo!” Il giovane si salvò attraverso una finestra. Il marito non disse niente alla sposa infedele. Fece come se non avesse visto né sentito niente. Soltanto, da quel momento in poi, all’esterno fece mostra con affettazione delle più tenere sollecitudini per la sua cara metà, e ogni volta che quella gli rivolgeva la parola per chiedere, per esempio, di uscire una sera, di andare a un ballo, di recarsi in questo o in quel posto, ripeteva con un’inflessione della voce che soltanto lei capiva e che le faceva correre un fremito per tutto il corpo: “tu sai quanto ti amo!” Qualcuno trovava che questo marito eccellente si rendeva persino ridicolo usando delle tenerezze così intense ed esagerate. Quanto alla donna, morì d’anemia in capo ad un anno.

Ad ogni modo, l’episodio della “dama della chiave” era presentato come un normale articolo di cronaca ed era firmato “Paul Gravier”, che noi sappiamo essere uno pseudonimo. Parecchie fonti confermano che si trattava di una delle identità utilizzate da un italiano di origine francese, Achille de Lauzières (Napoli 1818 - Parigi, 1894).


Lauzières merita di essere ricordato come critico musicale e compositore di libretti d'opera, ma anche come vero grafomane autore di migliaia di articoli sui temi più disparati di cronaca - in specie italiana -, di racconti e raccontini in cui mescola le sue fantasie e la sua prosa con eventi reali. Era un assiduo collaboratore di La Patrie. La storia della dame à la clef è solo un esempio, più fortunato di altri, delle innumerevoli cronache da lui offerte al diletto del pubblico. Se si spulciassero gli scritti di quest’uomo che è stato definito un workaholic, probabilmente emergerebbero altri racconti interessanti per noi.


Del resto, basta scorrere all’indietro le collezioni di La Patrie di un paio di settimane rispetto alla nostra storia per incontrare un altro utilizzo dell’oggetto-chiave in una presunta “cronaca”, per certi versi imparentata alla dame à la clef.


Il 25 febbraio 1870 de Lauzières aveva reso nota infatti un'altra vicenda, al cui centro risaltava la domanda: qual è il prezzo di una chiave? Un uomo si dimostrava eccezionalmente generoso con una signora bionda e graziosa, come lui frequentatrice dell’Opera. Lei gli aveva dato la chiave dell’ammezzato in cui viveva in affitto, affinché quello potesse raggiungerla quando gli pareva. Una notte, però, l’uomo trovò che la serratura era stata cambiata. Non potè entrare. Il giorno dopo lei, con aria del tutto naturale, gli confermò che aveva davvero fatto cambiare la serratura e che, per farlo, aveva speso mille scudi! Senza esitare, l’uomo l’assicurò che le avrebbe dato il doppio se avesse fatto rimettere al suo posto la vecchia serratura, quella di cui aveva la chiave… Lei accettò, ma quella stessa sera un secondo spasimante, cui era stata data la nuova chiave, si accorse che questa volta era lui a non poter entrare! Il guaio stava nel fatto che oltretutto i due si conoscevano... Seguirono scambi piuttosto vivaci fra i tre, interrotti soltanto da alcuni amici, interpostisi fra i due litiganti. Morale: “la bionda eroina” da quel momento decise di prendere in affitto due appartamenti. Più costoso, ma meno insicuro.


Pochi giorni dopo questo articolo la commedia degli equivoci si tramuterà, con la nostra dame à la clef, in una fosca tragedia, gelida come le pianure che avevano messo al tappeto Napoleone sessant’anni prima.


Questa volta, però, il racconto di de Lauzières prese vita autonoma. Nel riprendere la vicenda della dama parigina, i giornali usarono sempre la stessa avvertenza: “è un fatto curioso, ci chiediamo se sia vero”.


Rilanciato da Le Petit Journal di Parigi l’8 marzo 1870, come visto in apertura, arrivò in Gran Bretagna almeno il 24 con The West Briton e il 16 maggio in Australia, a Sydney, con Evening News, con un testo fedele all’originale (ma senza chiosa finale). Lo stesso raccontò verrà ripreso poi su parecchi quotidiani anglofoni, sempre accompagnato dall’interrogativo sulla veridicità della vicenda. Intitolato La dame à la clef comparirà l’anno dopo, il 1871, alle pp. 60-62 di un “Almanach Astrologique” per l’anno 1872 edito dalla Librairie Pagnerre di Parigi, collezione di fatti strani di cronaca, predizioni, fatti meteorologici…


La storia era ben costruita. Non stupisce, quindi, che si sia prestata ad altri utilizzi letterari. Come già il blog del Dr Beachcombing spiegava, ai primi del 1890 sul quindicinale dell’Università di Harvard, The Harvard Advocate, alle pp. 90, 91 e 92 comparve un racconto intitolato ancora una volta La Dame à la clef, che in sostanza era il nostro, ma inserito in una cornice diversa.


Ci troviamo - esordisce l’autore - al Boston Press Club. Oltre al narratore ci sono due francesi: Paul Blouet (1848-1903), giornalista, scrittore e disegnatore, e Charles P. Lebon (1851- 1930), insegnante di francese presso una High School cittadina e autore di testi d’insegnamento del francese. La conversazione, da temi generali era virata verso lo story telling.


Lebon aveva estratto dalla tasca un oggettino: una chiave d’oro, che aveva consegnato all’autore della storia. Recava l’iscrizione francese: 1er Juin, 1848. Memento mori. Dopo qualche insistenza, Lebon aveva accettato di narrare quanto stava dietro a quell’oggetto. La storia, diceva, era stata pubblicata su un giornale di Parigi, Le Journal des débats, nel 1871 (dunque, l’anno dopo l’uscita dell’articolo di de Lauzières). Quasi uguale, ma la reclusione della donna durava da dieci anni - una storia di cui da dieci anni tutta Parigi sapeva e mormorava. La chiave che donna portava al collo recava l’iscrizione summenzionata. La villa della tragedia non era più così remota, nel gelo russo. Si trovava vicino Passy, sulle Alpi, non lontano da Chamonix e Ginevra: dalle steppe di metà Ottocento ai fasti della borghesia europea di fine secolo. Fine tragico della storia, e ritorno alla cornice entro cui il racconto era stato inserito.


Chiede a quel punto l’autore dell’articolo a Lebon: ma tu, come hai avuto la chiave d’oro? Quello sorride sornione, e tace.


Circa tre settimane dopo mi recai dal mio amico Lebon, che voleva mostrarmi certi vecchi manoscritti che aveva collezionato. Produsse davanti a me una grossa scatola di palissandro, e disse in tono distratto che conteneva le carte di famiglia. Fra il mio stupore trasse dalla tasca la chiave misteriosa e la inserì nella serratura, che cedette subito alla pressione, mentre il coperchio si ritraeva.
“Come?!” Esclamai, “quella è la chiave”!
“La chiave?”, fece in tono interrogativo. Poi rise forte e a lungo. E tu l’hai bevuta?, aggiunse, quando riuscì a frenare l’ilarità...
“Certamente” replicai cupo.
“Comunque, penso, non sarebbe una brutta storia, no? Penso che potrei lavoricchiarci su, elaborarla un po’, sai…”
Lasciai la casa sentendomi profondamente mortificato nel pensare che ero stato così facilmente giocato. Un desiderio di vendetta s’impadronì di me, e mi determinai a trarre vantaggio da quanto mi aveva rivelato. E io l’ho fatto in questo modo.

Sta al lettore scegliere se credere alla realtà storica della cornice dell’autore - cioè se davvero la storia fu narrata all’americano dal francese Charles Lebon - oppure se essa stessa faccia parte della strategia narrativa dell’autore.


Chi è l'autore di questo secondo racconto? Il giornalista, scrittore e italianista Walter Littlefield (1867-1948), che sposò una piemontese e visse a lungo in Italia e in Francia.

Littlefield, uomo fine, avvertì il cambiamento del gusto. Dal tardo-romantico si andava ormai verso il sensualismo di inizio Novecento. La barbarie slava interessava un po’ meno: tutto nella sua versione è raffinatezza, estenuazione, sigarette sottili da cui i francesi raccontando aspirano. La chiave si materializza e si rende visibile, ma è la “chiave” dello scherzo ai suoi amici.


La storia di Littlefield fu ripresa da parecchi quotidiani americani nel 1901, a partire dagli inizi di marzo ad esempio sul Clinch Valley News di Tazewell (Virginia), uscito il 22 di quel mese. Stesso testo, con qualche minima aggiunta.


Si tratta, quindi, di una storia che ebbe parecchia diffusione. Nonostante ciò, è difficile capire fino in fondo se davvero trattava di una leggenda metropolitana dell'epoca oppure no.


Tanto per cominciare, non sappiamo se davvero de Lauzières raccolse una voce che stava circolando sul conto di una nobildonna dell’alta società parigina, o se piuttosto non inventò la vicenda di sana pianta. In secondo luogo, la storia della dame à la clef non sembra aver dato luogo a particolari varianti, come accaduto - ad esempio - con il racconto della “frittata di orecchie”, che girava negli stessi anni. Semplicemente il racconto fu ripreso parola per parola diverse volte, sia sui giornali francesi sia su quelli esteri. In un certo senso, potremmo paragonarlo a un “meme” dell’epoca, più che a una vera e propria leggenda metropolitana.


Forse storie come quella raccontata da de Lauzières nel 1870 hanno sullo sfondo modelli letterari più alti. Tutti leggevano Balzac, in Francia e in Europa; un suo racconto del 1831, La Grande Bretèche, sembra avere alcuni punti di contatto con la nostra dama della chiave.


La scena questa volta si svolge presso Vendôme, in Francia, dove un uomo scopre una casa abbandonata da tempo; alla sua curiosità, un notaio gli spiega che la proprietaria ha disposto per testamento che nessuno sposti una pietra della vecchia abitazione per cinquant’anni. Il motivo di questa strana volontà cela una tragedia. Il marito della donna aveva scoperto che la moglie di notte riceveva un amante spagnolo. Messa alle strette, la donna dovette giurare su un crocifisso - dono dello stesso amante - che nessuno si nascondeva nel ripostiglio attiguo alla camera, dal quale il marito aveva sentito provenire dei rumori. Nello stanzino c’era, ovviamente, l’amante. Il marito fece quindi murare il locale, con dentro il rivale, malgrado i tentativi della moglie per corrompere il muratore e far lasciare un pertugio nel muro innalzato. L’agonia del malcapitato durò venti giorni. Ogni volta che la donna sembrava sul punto di crollare e d’invocare pietà per l’amante rinchiuso, lui la preveniva dicendole: “mi avete giurato sulla croce che lì dentro non c’è nessuno”.


Insomma, anche i mariti francesi potevano essere come i russi. Altrettanto barbari e crudeli.

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