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  • Sofia Lincos

LA LEGGENDA DELL'AMMIRAGLIO SOTTO SPIRITO


Il 21 ottobre 1805 moriva in combattimento l'ammiraglio Horatio Nelson, colpito da un tiratore scelto nel corso della battaglia navale di Trafalgar, il celeberrimo scontro fra i britannici e le flotte congiunte franco-spagnole. Nelson, al comando della Royal Navy, stava guidando i suoi uomini dal ponte della nave ammiraglia, la Victory.


Spirato il comandante e vinta la battaglia ci fu il problema di trasportarne il corpo in patria perché ricevesse sepoltura degna di cotanto nome.


Lord Nelson aveva chiesto esplicitamente di non essere buttato fuori bordo, sorte riservata alla maggioranza dei marinai che morivano in mare. Ma come conservare il corpo durante il viaggio di ritorno della flotta, che sarebbe durato ancora diverse settimane, visto che Trafalgar si trova subito fuori lo stretto di Gibilterra?


I suoi attendenti ricorsero a una tecnica già collaudata: rasarono l'ammiraglio, lo svestirono e infine lo immersero in un barile di alcolici (la tradizione marinaresca parla di rum, ma è probabile si trattasse di brandy, poi sostituito con vino durante una tappa fatta a Gibilterra per riparare la nave). L'alcol avrebbe mantenuto intatto il corpo del valoroso fino allo sbarco a Portsmouth, in Inghilterra, che sarebbe stata raggiunta sei settimane dopo. È a questo punto che la storia lascia spazio a una leggenda:


Da quasi due secoli, sulle navi di Sua Maestà, il rum veniva distribuito ai marinai quotidianamente, diluito con succo di limone per prevenire lo scorbuto. La Victory non faceva eccezione. Per la conservazione della salma dell'ammiraglio viene però usato molto liquore e le razioni giornaliere diminuiscono. Iniziano i mugugni. Durante il viaggio di rientro, il barile con all'interno il corpo dell'ammiraglio viene scoperto da un marinaio che, ignaro di ciò che il barile in realtà "ospita", pratica un foro su un lato e ne spilla a piccole dosi il contenuto, per compensare la penuria di rum distribuito legalmente. La Victory attracca a Portsmouth il 4 dicembre 1815 (sic: la battaglia è del 1805, NdA), dopo essere stata riparata a Gilbilterra. Quando il barile viene aperto, per concedere al grande ammiraglio degna sepoltura, di rum non ve n'è più neppure una goccia. L'episodio ispirerà la nascita di un famoso rum dal colore rosso, il Nelson's Bloody, per l'appunto.

Questa storia è ancora viva nel folklore marinaresco britannico, tanto che l'espressione tapping the admiral (“spillare l'ammiraglio”) è tuttora usata nella Royal Navy per indicare la pratica di bere da un barile tramite una cannuccia. Sebbene l'origine di questa espressione sia piuttosto incerta (alcuni la vorrebbero originata da un brindisi fatto in onore di Nelson) molti la collegano ancora adesso alla nostra leggenda.


E di leggenda si tratta: tutti sulla Victory sapevano dove si trovava il prezioso "carico" e i marinai avevano l'ordine di montare la guardia al barile, quindi è impossibile che qualcuno avesse potuto "berlo" inavvertitamente scambiandolo per un normale contenitore di rum.


Tutto ciò, unito al fatto che il comandante - una delle maggiori personalità della Gran Bretagna di inizio XIX secolo - era considerato un vero e proprio mito tra i suoi sottoposti, rende la storia a dir poco altamente improbabile.


A parte questo, la storia si inserisce nel solco di una lunga tradizione di racconti simili.

Uno di quelli più antichi è citato dallo storico arabo mediorientale Abd El Latif, attivo nel XIII secolo, che affermava di averne sentito parlare da un egiziano "degno di fede". Protagonisti erano alcuni ladri, che mentre cercavano ori e preziosi nelle tombe al di sotto delle piramidi egiziane, trovavano una giara sigillata ricolma di miele. Messisi quindi a pasteggiare con il gustoso ritrovamento intingevano a turno il pane nel vaso, fino a quando uno dei tombaroli non tirava su una ciocca di capelli... Il vaso conteneva le spoglie di un bambino, immerso nel miele per conservarne il corpo.


Le varianti della leggenda sono molteplici. Una delle più divertenti riguarda un carico spedito a un'università e proveniente da un paese esotico (spesso è citata l'isola di Giava, cuore dell’Indonesia). I responsabili del trasporto si accorgono che tra i vari oggetti si trova anche un grande barile. Lo aprono, scoprono che si tratta di rum o di un altro alcolico e decidono di concedersi un drink a spese del proprietario. Al loro arrivo scopriranno che l'alcol serviva a conservare il corpo di una grande scimmia. La scena si concludeva con i corrieri colti da conati di vomito che giuravano di non far mai più uso di alcolici nel corso della loro vita.


Ulteriori versioni tuttora in circolazione riguardano un barile di birra o un serbatoio d'acqua in cui viene scoperto il corpo di un uomo ucciso (magari con ancora il coltello piantato nella schiena) oppure una coppietta appena sposata che decide di dare un party con il vino trovato nella cantina nella nuova casa.


Il folklorista Jan H. Brunvand, nel suo Too good to be true (1999), riporta questa variazione sul tema, già peraltro menzionata in The Tumour in the Whale (1978), dello scrittore inglese Rodney Dale, uno dei primi a raccogliere in tempi moderni le leggende metropolitane:


Alcuni anni fa, il padre di un amico acquistò un’enorme casa in mezzo alla brughiera di Bodmin, una sorta di cottage in stile georgiano/Regency costruito sul sito di un'antica fattoria. Nelle ampie cantine trovarono una dozzina di grossi barili. "Oh, fantastico!", disse la madre. "Potremmo tagliarli in due e usarli per piantare alberi di arancio". Quindi si diedero da fare a tagliare i barili, ma ne trovarono uno pieno, quindi presero in prestito il necessario per spillarlo da un pub locale e lo aprirono. La cantina si riempì di un intenso profumo giamaicano. "Rum, per Dio!" disse il padre. Lo era davvero, quindi decisero di approfittare dei circa cinquanta galloni prima di tagliare in due il barile. Dopo circa un anno, dopo galloni di punch al rum, pancake e burro consumati, divenne quasi impossibile estrarre altro dal barile, anche ribaltandolo. Quindi lo tagliarono a metà e vi trovarono il corpo ben conservato di un uomo. Coloro che morivano nelle colonie e avevano espresso il desiderio di essere sepolti in patria venivano rispediti indietro sotto spirito, molto più efficace della salamoia.

Nel 2006 perfino l'agenzia di stampa Reuters pubblicò una notizia basata su questa leggenda. Protagonisti in questo caso erano alcuni muratori ungheresi che nel corso di una ristrutturazione avevano trovato un barile di rum e deciso di spillarne diverse bottiglie come bonus rispetto al pagamento pattuito. Esaurito il liquido, si sarebbero accorti che la botte era ancora pesante: al suo interno si trovava il corpo di un uomo, rispedito dalla Giamaica perché fosse tumulato il patria.

Un paio di giorni dopo l'uscita dell'articolo la Reuters fu costretta a pubblicare una rettifica in cui ammetteva di non essere riuscita a trovare dettagli per circostanziare la notizia, che quindi risultava “non verificata”.


Nella maggioranza dei casi, comunque, la storia ha un intento moralizzante: quasi sempre i “bevitori del morto" sono lavoratori disonesti, marinai furbacchioni o tombaroli. Persone, dunque, che in qualche modo si meritano l'orrore della conclusione, giustamente puniti per l'appropriazione indebita.


In Italia la leggenda del corpo nel barile non è molto diffusa, a differenza di un altro racconto di cannibalismo involontario, quello delle ceneri della nonna spedite dall'America e scambiate per una minestra liofilizzata o per una mousse di lenticchie.


Ma, come si dice, questa è un'altra storia.

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