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La lunga tradizione dei bosom serpent vegetali




Articolo di Sofia Lincos


Bosom serpent: un termine tecnico usato dai folkloristi per indicare tutte quelle leggende in cui un animale entra o cresce all’interno di un corpo umano. Noi, qui in Italia, abbiamo la fortuna di avere uno dei massimi esperti al mondo su questo tema: è lo studioso Davide Ermacora, dottorato di ricerca in Antropologia culturale all’università di Torino.


L’estate scorsa è uscito un suo articolo su Folklore (“Botanical Bosom Serpent Traditions”, vol. 131, n. 3, settembre 2020, pp. 244-267) che analizza un particolare sotto-filone di questi racconti: quello dei bosom serpent vegetali. In questi casi, è una pianta a svilupparsi nel corpo di un malcapitato. L’approccio adottato da Ermacora è di tipo comparativo: lo studio reca un gran numero di esempi che spaziano dai tempi antichi all’età contemporanea.


La leggenda, di solito, si sviluppa in questo modo: nella prima fase, avviene l’introduzione di un seme o di un vegetale nel corpo. La cosa può verificarsi in moltissimi modi: per ingestione, per inalazione, attraverso una ferita…


Ma non solo: le modalità di contaminazione vegetale possono essere più fantasiose. Ermacora riporta un esempio dalla raccolta araba del Decimo secolo Al-Faraj be’d al-shidda, di al-Tanukhi (che, insieme ad altre opere dello stesso genere, descriveva i modi in cui si scampa alla sofferenza): un uomo si accoppia con un asino, e in quel frangente un seme d’orzo presumibilmente ingerito dall’animale viene “catturato” all’interno del suo pene, che comincia a diventare gonfio e dolorante, fino a quando il corpo estraneo non viene espulso. In alcune varianti della storia, la liberazione è forzata: avviene colpendo l’organo con una mazza o una grossa pietra. In un altro caso, descritto dal medico Pierre Duncan (1611-1651), a germogliare è un filo di seta usato per suturare una ferita nell’occhio di una donna. Di qui, si sviluppa una piccola pianta, che deve essere periodicamente tagliata.


In diversi casi, l’origine della contaminazione non è indicata. Accade soprattutto con le testimonianze più antiche, come in una presente nelle Quaestiones convivales di Plutarco: un uomo, che aveva difficoltà a urinare, espelle dalla vescica una spiga d’orzo, con tanto di semi e foglie. Un altro esempio notevole è nel Libro dei prodigi di Giulio Ossequente, che racconta di portenti e presagi avvenuti nella Roma repubblicana: ad Arezzo, nel 96 a.C., una donna avrebbe vomitato chicchi di farro, mentre dal suo naso si sarebbero sviluppate spighe della stessa pianta. Questi due episodi antichi ebbero grande popolarità nei trattati medici dell'era moderna, soprattutto nel Diciassettesimo secolo: proprio perché l’origine della contaminazione non era chiara, finirono al centro del dibattito sulla generazione spontanea, discussi da autori importanti del tempo come Athanasius Kircher e Fortunio Liceti.


Una pianta di farro o d’orzo - si chiedevano - poteva davvero germogliare nel corpo umano, grazie all’umidità dei corpi? Poteva svilupparsi anche in assenza di un seme?


La seconda fase della leggenda è costituita dalla crescita e dallo sviluppo del vegetale all’interno del corpo umano. Di solito questi processi provocano pena, dolore, sintomi spiacevoli: si tratta di qualcosa di estraneo che germoglia e mette radici, e lo fa abusivamente, come un parassita. La varietà dei vegetali coinvolti è vastissima, come lo sono le parti del corpo interessate: stomaci, orecchie, intestini, vesciche, narici, ginocchia, ferite sulla pelle. Esiste anche tutta una casistica di alberelli “vaginali”, affini alle leggende sui bosom serpent animali; i risvolti erotici sono inesistenti: il motivo è quello della contaminazione, lo sviluppo della pianta nel corpo è guardata con orrore, non con desiderio.


L’esempio più interessante di contaminazione botanica portato da Ermacora è forse quello del ragazzo-pruno spagnolo: un “prodigio” del 1635, la cui fama si diffuse a macchia d’olio, con stampe e discussioni tra i più eminenti studiosi di Spagna, Italia e Francia. Spiega Ermacora:


Qualsiasi ricostruzione è complessa. A quanto pare, il fatto arrivò alla pubblica attenzione a Molina, nel marzo 1635. [...] Nel 1632, un pastore diciottenne di nome Roque Martinez si graffiò sul torace o sul lato sinistro con un pruno, mentre correva. Il ragazzo non disse nulla, dal momento che non sentì dolore. Dopo due anni, nel 1634, la ferita cominciò a far male (oppure, si generò un “tumore”). I chirurghi aprirono il corpo di Martinez laddove doleva [...], e trovarono all’interno un albero di pruno in miniatura (o un ramo con una lunga spina). La pianta venne estratta ma non fu possibile, senza mettere a rischio la vita del ragazzo, tagliare tutte le radici che erano ormai fermamente attaccate al suo interno. Da un piccolo foro lasciato nello stomaco, il ragazzo continuò a espellere, giorno dopo giorno, grandi quantità di rametti di pruno. Testimoni affermarono di aver visto anche rami coperti di foglie verdi, frutti e spine, attaccate a un tronco che cresceva nel corpo del giovane. Questo sopravvisse altri sei anni sotto le cure di Juan Gonzalo, un celebre medico spagnolo. In una versione, il ragazzo si ristabilì completamente quando Gonzalo riuscì a estrarre anche l’ultimo rametto dal corpo.

La terza fase della leggenda è quella della liberazione. A volte avviene spontaneamente, come in un caso del 1124 descritto nella continuazione di un Chronicon - una storia universale del mondo iniziata nell’XI secolo dal monaco benedettino bavarese Frutolf von Michelsberg e poi portata avanti da altri confratelli dopo la sua morte. Tra i vari prodigi avvenuti quell’anno, si descrive il caso di un bambino nato a Tullifelt, il cui polpaccio - gonfio e bluastro - era praticamente esploso liberando chicchi di grano, farro, orzo e avena. Un episodio che scrittori più moderni non esiteranno a catalogare come fabula.


In altri casi, invece, la liberazione avviene grazie all’intervento divino: fonte preziosissima, in queste occasioni, sono gli elenchi dei miracoli legati ai santuari. Nei Miracula sancti Thome Cantuariensis, una cronaca del Dodicesimo secolo di Benedetto di Peterborough associata al santuario di Thomas Becket a Canterbury, si racconta la storia di John, liberato da una pianta che cresceva nel suo corpo. Questa aveva iniziato a crescergli nel naso, per poi invadere testa e corpo. Bevendo la prodigiosa “acqua di san Tommaso”, l’uomo cominciò a contorcersi per il dolore, poi starnutì e sentì qualcosa scendergli dal cervello. Era un nocciolo di ciliegia, che estrasse dal naso: era quella la fonte della malattia che lo aveva tormentato per tanto tempo.


Una terza via per la liberazione dal bosom serpent vegetale, infine, è quella medica: i pazienti vomitano o espellono noccioli di piante e semi (che avevano già iniziato a germogliare) grazie alla chirurgia o alla somministrazione di farmaci.


Esiste anche un filone di storie in cui l’esito è invece infausto: la causa della malattia, in questi casi, viene trovata grazie a un'autopsia. Un caso significativo è descritto dal medico olandese Johan van Beverwijk (1594-1647) in un testo del 1642: il paziente comincia a soffrire di terribili mal di testa dopo aver mangiato more di gelso. Dopo il decesso, gli vengono trovati nel cranio granelli che sembrano in tutto e per tutto simili alle more. Forse - conclude il medico - erano entrate nel cervello e lì si erano pietrificate.


Ermacora illustra con cura il contesto in cui van Beverwijk scriveva:


Dipinti umoristici del quindicesimo e sedicesimo secolo in Olanda mostravano le fraudolente estrazioni di pietre dalla testa (keisnijden), che venivano ritenute responsabili del mal di testa dei pazienti e di altri sintomi fisici e mentali. Sono allegorie della follia e satire della ciarlataneria. I dottori eseguivano “operazioni” tramite le quali eseguivano leggere incisioni sullo scalpo e mostravano a pazienti visibilmente sollevati una piccola pietra che avevano nascosto nelle loro mani come causa dei loro problemi.

Un po' come i guaritori filippini dei nostri giorni, insomma. È possibile, dunque, che la descrizione di van Beverwijk e le sue convinzioni sull’esistenza dei bosom serpent vegetali si siano fuse con quell’immaginario.


Allo stesso modo, può darsi che gli episodi descritti avessero in realtà una spiegazione ben lontana da quella botanica: nell’episodio arabo c’è chi ha visto una rappresentazione simbolica dei calcoli urinari; la vicenda del polpaccio “esploso” nel 1124 è stata interpretata con la presenza di formazioni tumorali granulari.


Parecchie malattie, d’altra parte, venivano descritte sia nei testi di medicina, sia a livello popolare, con termini del tutto affini al mondo vegetale: crescita, linfa, germogli, ramificazioni. La botanica dava spunti e parole adatte all’esposizione di sintomi difficili da comunicare altrimenti. Facile quindi che si passasse poi dal metaforico e dall’analogico ad un senso più letterale. Le storie sui bosom serpent vegetali forse sono nate anche così. Si sono conservate a lungo, nelle cronache e nelle descrizioni mediche, fino a tempi moderni.


Ermacora include nel suo studio anche racconti recentissimi su piante e semi germogliati nel corpo di esseri umani. A confermare che circolano ancora, basta una vignetta: quella di Agata Matteucci, pubblicata nel suo Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini (NPE, 2015). Tra i “falsi miti a cui tutti i bambini hanno creduto”, c’è anche quello che recita:


Se mangi i semi del cocomero ti cresce la pianta in pancia.

Diffuse ancor oggi sono pure le storie di chicchi di riso finiti accidentalmente nelle orecchie e lì germogliati: segni di un folklore ancora vivissimo, seppur meno “estremo” di quello dei bosom serpent vegetali. Malgrado la loro ampia presenza, queste narrazioni sono state un po’ trascurate dagli studiosi, che hanno preferito dedicarsi ai bosom serpent animali: una mancanza a cui l’opera di Ermacora ha finalmente rimediato.



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