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La pantera siamo noi - pantere studentesche e pantere (forse) catturate


di Paolo Toselli


Nel campo delle voci e delle leggende contemporanee, le storie di apparizioni di animali “fuori dal comune”, e le accuse di rilascio - accidentale o voluto - che le accompagnano, occupano uno spazio decisamente interessante. Le recenti narrazioni sulla presenza di una pantera in provincia di Cuneo e nel foggiano rientrano a pieno titolo in questo contesto. Il nostro Centro possiede un dossier considerevole su centinaia di allarmi simili che solo a livello cartaceo si sviluppa su quasi un metro di scaffale e più volte ne abbiamo relazionato.


Si tratta di episodi ambigui, che suscitano discussioni sul loro carattere reale o fantastico. Degli animali giudicati “anomali” o quanto meno “fuori luogo” sono segnalati, intravisti, causano danni al bestiame; lasciano tracce, impronte, peli, escrementi, che sono oggetto di controversie tra gli specialisti; sono organizzate vere e proprie battute di caccia che possono mobilitare anche centinaia di persone; i bar, le piazze (reali e virtuali), gli autobus risuonano di storie e testimonianze che evocano il fatto del giorno; la stampa locale, e poi quella nazionale, dedica ampio spazio alle segnalazioni, pubblicando talvolta le fotografie vaghe del misterioso animale. Passano i giorni, in cui si possono moltiplicare le testimonianze che fanno salire lo stato d'angoscia giungendo fino al panico.


Poi tutto termina senza conclusioni: niente più danni al bestiame, nessuno che segnala nuovi avvistamenti. E dell'animale sfuggente nessuna traccia.


In questi giorni ricorre il trentennale di uno degli episodi più clamorosi. Quando la mattina del 27 dicembre 1989 Tiziano Virivè, un ragazzo di 18 anni, diede l'allarme perché una pantera in carne e ossa, aveva attraversato la strada alla sua auto nei pressi del Grande raccordo anulare, alla periferia nord-est di Roma, nessuno sospettava il clima di psicosi che si sarebbe creato di lì a poco.


L'episodio giunse subito alla ribalta della cronaca e la stampa nazionale lo riprese con titoli a sensazione. Tutti parlavano del felino, fuggito forse dall'abitazione di un privato. Altri “testimoni” si aggiunsero nei giorni a seguire, mentre si organizzavano in grande stile le battute di caccia. Si mobilitarono carabinieri, guardie forestali e privati cittadini, ma nessuno riusciva ad acchiapparla. Si diceva fosse un cucciolo e ogni tanto c'era chi la vedeva qua e là. Ma, nel clima di psicosi generale, ogni animale a quattro zampe, dal pelo scuro, veniva scambiato per la pantera, soprannominata nel frattempo affettuosamente Bagheera.


Intanto, iniziavano ad essere rinvenute tracce del suo passaggio: impronte e qualche animale morto. Finalmente, dopo 15 giorni dalla prima apparizione, e mentre qualcuno iniziava ad avere dubbi sulla sua reale esistenza, la pantera veniva immortalata, anche se solo per pochissimi istanti, in un filmato ripreso da un operatore di Raitre nella zona di Lunghezza. Certo, l'animale poteva essere una pantera, ma anche un gatto nero un po’ cresciutello.


L'importanza che in quel momento aveva assunto la pantera nell'immaginario collettivo è confermata dal fatto che intorno alla metà di gennaio, il movimento di protesta degli studenti universitari appena formatosi, prese a simbolo il felino di cui tutti parlavano abbinando lo slogan “La pantera siamo noi” con il logo risalente agli anni ’60, quello celebre delle Black Panthers afroamericane. Nel frattempo però le segnalazioni riferite a Bagheera iniziavano a diradarsi, oltre che a spostarsi in località molto più a nord, per scomparire quasi del tutto per un paio di mesi.


Ma inaspettatamente, il 27 marzo, la pantera si “rimaterializzava” nella zona di Bellegra, ad oltre 50 km. dalle località in cui scorrazzava nei mesi precedenti, ed in questa occasione pareva mostrare il suo aspetto più sanguinario. In una sola notte avrebbe sgozzato ben 31 pecore e 5 agnellini, per poi ripresentarsi a distanza di poco più di un mese, nella campagna di Canterano con altre 33 pecore dilaniate, mentre si favoleggiava su altri vitelli sgozzati. In realtà la pantera di norma uccide solo per sfamarsi. Le stragi attribuitele erano poco credibili.


La caccia così ricominciava, e per la seconda volta l'animale veniva immortalato da un fotografo del quotidiano romano Il Tempo. L'immagine non era chiara, ripresa com’era da 300 metri di distanza con l'ausilio di un teleobiettivo, e mostrava un animale nero seduto sulle zampe posteriori dall'aspetto “felinesco”. Intanto la bestia veniva pressoché contemporaneamente avvistata alla periferia est di Roma, a sud di Rieti e, di nuovo, alla periferia nord-ovest della capitale...


L'ultima scorribanda avveniva a metà maggio nelle campagne del Viterbese, dove venivano rinvenuti morti 24 polli e un tacchino. Con questo episodio, dopo quasi sei mesi durante i quali avrebbe continuato a spostarsi da un punto all'altro del Lazio, la pantera di Roma scompariva definitivamente nel nulla. Nei mesi a seguire altri avvistamenti furono segnalati in svariate regioni italiane. E la storia si ripeté: battute di caccia, qualche traccia indefinita e poi più niente.


Le “bestie misteriose” scompaiono non si sa dove, nessuno ne denuncia la fuga, nessuno riesce ad abbatterle o a catturarle (anche se alcuni direbbero il contrario), nessuno ne rinviene le carcasse. Come ha fatto notare il giornalista e scrittore tedesco Ulrich Magin, tutto ciò non ha molto senso. Esaminando la casistica reale relativa a cosiddetti animali feroci fuggiti da qualche zoo privato o da circhi in tournée, questi vengono sempre ritrovati, catturati o abbattuti nel giro di qualche ora o di pochi giorni.


Eppure, episodi simili alle apparizioni romane vengono segnalati nella nostra penisola pressoché ogni anno, anche se quelli accaduti fra il 1989 e il 1990 ebbero per la prima volta l'onore massiccio dell'attenzione di tutti i mezzi di informazione nazionali e non solo di quelli locali, come di solito era in precedenza.


Ricordiamo che il fenomeno dei “felini misteriosi” non è certo una prerogativa italiana.

In Inghilterra, ad esempio, le testimonianze si sono susseguite ad ondate successive dopo il 1964 a partire dal celeberrimo caso del “puma del Surrey”, osservato nei boschi alla periferia di Londra. In due mesi la polizia locale registrò 363 rapporti di avvistamento, di cui 42 considerati validi o credibili. Tuttavia, il “puma” non fu mai catturato e ogni tanto, anche a distanza di decenni qualcuno dichiara ancora di incontrarlo.


In Francia il caso classico più noto resta invece quello che interessò, tra il febbraio e il novembre 1977, prima la zona di Rambervilliers e poi i monti della regione della Bresse. In questi luoghi infierì la celebre “Bête des Vosges”, descritta come un cane o un lupo, ma anche, a seconda delle occasioni come una lince, un puma o un leone, che abbatté qualcosa come 300 pecore e seminò il panico nell’intera regione. La ricapitolazione delle malefatte delle Bestia dei Vosgi è impressionante. Vittime: oltre alle pecore, due giovenche, un torello, un puledro, quattro cani e numerosi animali allo stato brado, ovvero cervi, cerbiatti, caprioli. Battute di caccia: 26, con la mobilitazione di 1.835 persone. Sorveglianza notturna: 571 notti. Costo delle perdite e dell‘operazione: 500.000 franchi. Malgrado tutto questo spiegamento di forze, la Bestia non fu né trovata, né catturata e scomparve misteriosamente come era apparsa.


In Germania, invece, si registrano resoconti dettagliati sulla stampa già negli anni ’30 del secolo scorso, ma i casi si intensificarono dopo il 1984, dapprima con una prevalenza dei presunti avvistamenti di “puma”, sostituiti più tardi, come in altri Paesi, dalle “pantere”.


Da noi, al contrario, il fenomeno sembra aver preso avvio in tempi più recenti, ossia nei primi mesi del 1977, anche se non è da trascurare la possibilità che “ondate” analoghe giacciano sepolte nelle pagine dei quotidiani di provincia (si registrano fatti del genere nel 1910 a Beura. nel Verbano, nel 1931 in provincia di Torino, nel 1954 in quella di Caltanissetta, nel 1962 nel novarese, nel 1969 nel Torinese, nel 1972 nel Cuneese, ecc.).


Certo, in alcuni casi si tratta forse davvero di animali esotici tenuti in cattività, di cui gli incauti proprietari si sbarazzano nel più assoluto silenzio, ma soltanto di rado è così. Come già detto, malgrado lo spiegamento di uomini e mezzi, del tutto assenti risultano gli episodi di catture confermate. Uno scenario che si direbbe stridere con l’articolo “Vive con me la pantera che terrorizzava Roma”, che fu pubblicato il 12 giugno 1991 a firma di Cesare Carassiti sul settimanale Oggi.


Nell’articolo, l'attore caratterista Tony Scarf, al secolo Antonio Scarfone, affermava in esclusiva per la prima volta:


“l’abbiamo presa assieme ad un amico un anno fa conquistandone la fiducia con dei bocconcini di carne. Ora la nascondo in un rifugio segreto".

Il racconto dai toni drammatici, l'alone di mistero sul luogo dove Scarf avrebbe trovato la pantera e la “rivelazione” della cattura dopo più di un anno dal clamore per la pantera laziale, fecero sospettare che si trattasse di un espediente per farsi un po’ di pubblicità. E la pantera, messasi in posa per la fotografia di rito assieme al nuovo padrone ed alla sua compagna Elisa Cerbone, in arte “Domino”, probabilmente non è neanche parente con quella ben più “evanescente” che fece parlare di sé tutta l'Italia per svariati mesi, con un esborso per le ricerche di tre miliardi di lire - sempre secondo il settimanale.


Un paio di anni dopo, stampa e tv diedero ampio risalto ad altre due “catture” avvenute il 5 luglio 1993 nei pressi di Cassino e un mese dopo nelle vicinanze di Fiuggi, sempre in provincia di Frosinone. In gabbia sarebbero cadute nottetempo nel primo caso una leonessa, una pantera nel secondo. Coincidenza vuole che per tutti e due gli episodi il merito spettasse nuovamente al “panterologo” romano Tony Scarf!


Per il caso di Fiuggi, il Wwf del Lazio protestò denunciando alla Procura sevizie inferte alla pantera per immortalarla con le fauci spalancate in foto ad effetto, autografate da chi l'aveva catturata e vendute a 10mila lire. Poiché secondo alcuni testimoni l’animale catturato non corrispondeva con quanto da loro visto, la Procura di Frosinone aprì un'inchiesta su Scarf e sulla sua compagna, ipotizzando il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato e la violazione della legge che impone di dichiarare il possesso di animali selvatici. Ad onore della verità, va detto che l’inchiesta fu archiviata dalla magistratura.


Trascorse un altro anno e La Nazione del 24 maggio 1994 in un articoletto diede notizia della minaccia avanzata da Scarf di liberare la pantera (quale? Quella romana o quella di Fiuggi?), perché a suo dire le autorità avevano rifiutato di spedire il felino in Sudafrica. Poco più di un anno ancora, ed ecco copertina e nuovo servizio esclusivo su Oggi. In un articolo a firma di Antonella Amendola, il l 27 settembre 1995 Tony Scarf annunciava che era riuscito ad affidare la “sua” pantera allo Zoosafari Fantasilandia di Fasano, in provincia di Brindisi. A far da madrina all’evento, Alba Parietti!


Fine della storia? Neanche per sogno.


Ingaggiato alcuni anni dopo dai sindaci di Pino Torinese e di Baldissero, comuni della collina torinese, per catturare la pantera che si aggirava in zona, Scarf non riuscì a ripetere l’exploit. Anche in queste località vi furono numerosi avvistamenti tra l’agosto 1999 e gli inizi del 2000, ma dopo ben 2.780 ore di appostamenti, il caso fu archiviato.

Passa il tempo ed eccoci, il primo maggio del 2002, a Ceriana, paese dell'entroterra ligure in provincia di Imperia. Un agricoltore afferma di essersi trovato nel suo giardino faccia a faccia con una pantera (ma quante sono, o è sempre e solo lei?). Il sindaco emette un'ordinanza con cui vieta l'accesso ai boschi. Altri avvistamenti, qualche impronta. Dal Comune viene nuovamente incaricato Tony Scarf. L'8 giugno arriva da Roma e dichiara: "la prenderemo in due sere". Vengono posizionate le gabbie e si dà il via alle battute di caccia notturne. In un caso, i partecipanti, compresi gli uomini dell’Arma, notano nel buio due grandi occhi gialli e percepiscono un ruggito. In un pollaio vicino, l'animale fa strage di galline. Ma in trappola finisce un modesto cagnetto randagio. Il giorno 12, l'ultima segnalazione: la pantera, o quello che sembrava esserlo, viene vista scendere da un albero. L'indomani, considerato il nuovo insuccesso, Scarf torna a casa.


Ma l’attore non desiste e in tempi più recenti interpreta se stesso nel docufilm del 2013 Belva Nera, di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, un cortometraggio sospeso tra finzione e realtà che, con il pretesto della ricostruzione investigativa, descrive la quotidianità di una comunità di cacciatori nel loro microcosmo sperso nelle colline della Tuscia, in cerca di... una pantera!


Per riassumere, si può dire che fra quelli che si occupano delle apparizioni dei cosiddetti “animali fuori posto” si possono distinguere quattro tendenze.


Un primo approccio, ben radicato in Gran Bretagna, si basa sul lavoro dello scrittore americano Charles Fort, che ha ispirato una corrente internazionale di appassionati, quella dei cosiddetti “fortiani”, che analizza l’anomalia con un approccio eclettico e, sovente, con talento letterario e capacità immaginifica.


Un secondo punto di vista cerca di scoprire se tra i racconti fantastici, le leggende metropolitane e le credenze di ogni genere siano nascoste osservazioni credibili di animali insoliti, per giungere, attraverso l’applicazione di metodi rigorosi, all’identificazione di specie animali ancora sconosciute. Gli studiosi di questa disciplina l’hanno denominata “criptozoologia”.


Più direttamente collegata al movimento dei fortiani, c’è una terza famiglia che fa appello all’occulto, a spiegazioni soprannaturali. Costoro collegano le apparizioni degli animali al “teletrasporto” - dal passato o da un “altrove” contemporaneo e fantasmatico – oppure a materializzazioni di pensieri aggressivi, ad incarnazione temporanee di forme metafisiche, e così via discettando.


Per certi versi nella linea culturale di alcuni fortiani, ma in una ben più radicata tradizione accademica tedesca e anglosassone, si situa un quarto e ultimo approccio che si può definire propriamente folklorico, cioè quello che si fa allo studio della produzione simbolica collettiva contemporanea, alle leggende contemporanee in particolare.


Secondo la sociologa francese Véronique Campion-Vincent, che si occupa da decenni di “animali misteriosi”, il ritorno contemporaneo di queste “anomalie” dipende dai conflitti prodotti dalla comparsa massiccia delle nuove idee inerenti la natura e gli animali selvaggi.


Al di là delle discussioni circa possibilità della reale esistenza di specie sconosciute, di manipolazioni genetiche o dal ricorrere di idee con un sostrato occultistico per spiegare questi racconti, la risposta collettiva alle “apparizioni” è quella che impiega le fantasie sui grandi temi del meraviglioso per camuffare angosce tangibili. Allo stesso tempo realistiche e fantasiose, queste apparizioni mettono in scena un’irruzione del selvaggio nella nostra società urbanizzata nei decenni in cui l’esplosione delle preoccupazioni ecologiche si è accompagnata alla trasformazione accelerata della nozione di “animale selvatico”.


Forse nelle nostre campagne vagano davvero animali misteriosi in cerca di testimoni occasionali che possano dimostrare la loro esistenza, ma è assai più probabile che nella stragrande maggioranza dei casi essi siano il prodotto di un particolare contagio psicologico alimentato dalle nostre fantasie e paure.

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