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La Peste e il viaggiatore: una parabola anti-colera



Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo


Le epidemie viaggiano, i racconti anche. Questa è la storia di una favola che divenne virale durante le epidemie di colera dell’Ottocento, una piccola parabola che si raccontava - e ci si raccontava - come caveat contro la paura.


La si trova sulla stampa inglese a partire dal febbraio 1832. Quello fu l’anno della grande tragedia, per il Regno Unito e gran parte dell’Europa. Il colera era endemico in India già da tempo, con frequenti epidemie che scoppiavano a distanza di anni. Nel 1817 il morbo si diffuse raggiungendo altre aree dell’Asia e del Medio Oriente. Ma per gli Europei era ancora una malattia “coloniale”, lontana, che si poteva prendere solo viaggiando. A partire dal 1830, non fu più così. Quell’anno il colera giunse a Mosca; nel 1831 arrivò a Varsavia, ad Amburgo, a Berlino e in alcune zone periferiche dell’Inghilterra. All’inizio del 1832 colpì Londra; poi Parigi, New York e tutte le grandi città dell’Europa, dove i poveri vivevano in quartieri malsani con impianti fognari a cielo aperto e fontane pubbliche che prelevavano l’acqua direttamente dai fiumi. Per il colera - che si diffonde per trasmissione oro-fecale, grazie a pozzi e acquedotti contaminati - non poteva esserci mezzo di trasmissione migliore. E il colera iniziò la sua grande corsa in Occidente.


Fu in questo contesto che i giornali presero a riportare sempre più spesso una piccola favola. La si trova, ad esempio, su The schoolmaster, and Edinburgh weekly magazine il 22 settembre 1832, come chiosa ad un articolo sul colera a Bassora:


Un pellegrino, racconta la favola, incontrò la Peste che andava verso Smirne. - Perché stai andando laggiù? - Per uccidere tremila persone, rispose la Peste. Qualche tempo dopo, si incontrarono di nuovo. - Ma ne hai uccisi trentamila!, disse il pellegrino. - No, rispose la Peste, io ne ho uccise tremila. Le altre le ha uccise la Paura.

La storia prese a girare rapidamente sui giornali dell’epoca, che si citavano a vicenda. La città in cui si trovava la Peste poteva variare da Smirne, a Damasco, al Cairo. Più tardi comparirà Baghdad, ma sempre, comunque, si trattava di città del Vicino Oriente, la stessa direzione da cui era arrivata l’epidemia (che, non a caso, veniva chiamata “morbo asiatico”). Anche i numeri dei morti variavano, così come cambiava identità l’interrogante: poteva essere un saggio, un re, un pellegrino o un semplice viaggiatore.


Negli stessi anni, l’aneddoto comparve in altre lingue; il folklorista Peter Burger ci ha segnalato su Twitter una bella versione olandese apparsa sul quotidiano Algemeen Handelsblad il 7 settembre 1832, ancora ambientata a Smirne.


Una ricollocazione interessante ci arriva dalla Francia. A riportarla fu Jacques Babinet (1794-1872), matematico e fisico francese, nel 1858, nel quinto volume dei suoi Etudes et lectures sur les sciences d'observation (pp. 138-139). Premettendo di averla già usata in precedenza, diceva di averlo avuto in prestito“ dal repertorio degli orientali”.


Un santo egiziano che giaceva in preghiera sul far dell’alba, scorse un fantasma che si dirigeva verso la capitale. “Chi sei?” - “Sono la Peste”. “Dove vai”?” - “Al Cairo”. “Perché?” - “Per uccidere diecimila uomini”. “Non andarci”. - “Sta scritto, è il destino”. “Va’, dunque, ma non ucciderne uno di più”. - (Assentendo) “Obbedirò a ciò che dici”. Dopo che il morbo fu cessato, l’incontro si ripeté. “Da dove vieni?”- “Dal Cairo”. “Quanti ne hai tolti dal mondo?” - “Diecimila, come da tuo ordine”. “Menti. Sono morti in ventimila”. - “Io ne ho uccisi diecimila, è la Paura che ha ucciso gli altri”.

Questa volta a incontrare la Peste è un “un santo”, in preghiera. Si tratta di un cristiano orientale o di un musulmano, in una terra incrocio delle due fedi? Non sappiamo, ma il punto è che il sant’uomo ordina alla Peste di non fare più vittime di quanto la sua stessa natura esige, e che essa gli obbedisce - una qualità del comando sulla malattia che nella tradizione occidentale risale sino a Gesù.


Ma, ecco il punto che rende il racconto più tragico e più moderno degli altri, la preghiera del santo fallisce, giacché la sottomissione del Male non è sufficiente a impedire il sovrappiù. Le parole iniziali dell’aneddoto, poi, “Chi sei?” - “Sono la Peste”, con quella risposta secca, senza giri di parole o perifrasi, ricorda il primo incontro fra il cavalier Antonius Blok e la Morte, nella scena iniziale del capolavoro esistenzialista per eccellenza, Il Settimo sigillo di Ingmar Bergman, che è di un secolo esatto posteriore al breve, ma intenso paragrafo di Babinet. Insomma, un’elaborazione molto più adatta al gusto disincantato e ormai moderno del suo pubblico, più colto e raffinato di quello di molti quotidiani o settimanali che stavano diventando di massa.


Non sappiamo se la favola facesse veramente parte della tradizione orientale: non abbiamo trovato testimoni precedenti il 1832. A favore di un’origine remota c’è il fatto che circolasse in versioni molto diverse tra loro. L’alternativa è che sia nata in quel periodo, sulla spinta del nuovo morbo incombente. Di sicuro, la storiella ricalcava altri racconti tradizionali, in cui la Morte o la Sventura venivano personificate (ma accadeva anche per la Fame, per la Carestia, e appunto, per la Peste). Il racconto più famoso di questo filone è probabilmente la Morte a Samarra; la riprendiamo da Sheppey, opera del 1933 del commediografo William Somerset Maugham (ma in realtà è antichissima, se ne trovano tracce persino nel Talmud). Chi parla in questo caso non è altri che la Morte stessa:


C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per fare acquisti. Ma il servo ritornò subito, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa”, risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”.

Sì, è proprio la storia a cui Roberto Vecchioni si ispirò per la sua canzone, Samarcanda (1977).


Torniamo alla nostra favola della Peste e del viaggiatore. Antica o meno, il suo momento di maggior popolarità arriva proprio nel 1832, con il colera. In realtà una versione abbastanza curiosa è riportata in The Sporting Magazine del febbraio 1832 (quindi, quando l’epidemia era appena iniziata). E’ curiosa non per la trama in sé (che è più o meno quella delle altre versioni), ma per il fatto che è inserita in una serie intitolata Gilbert Forester’s tour in the West e serve a mettere in guardia contro la paura dell’idrofobia, non del colera.


Ad ogni modo, ho un piccolo aneddoto orientale a proposito di questo soggetto, che vi propongo. Un arabo, scappando dalla peste di Alessandria e cercando rifugio verso il Cairo, fu raggiunto da un’anziana signora che viaggiava verso la stessa destinazione, nella quale riconobbe la Peste stessa. “Ah”, disse l’uomo, “ucciderai tutti al Cairo adesso?” - “No”, rispose lei, “Ne devo solo uccidere tremila”. Qualche tempo dopo il viaggiatore incontro di nuovo la stessa anziana signora, e disse: “Hai mentito quando mi hai promesso che avresti preso non più di tremila vite al Cairo; ne hai uccisi trentamila”. “Ti sbagli”, rispose lei. “Io ne ho uccisi solo tremila. Gli altri li ha uccisi la Paura”.

Storia “letteraria” riadattata al panico del momento?


Per quel che sappiamo, in Italia la favola della Peste e del viaggiatore arrivò più tardi, ma c’è da dire che anche il colera arrivò da noi un po’ dopo rispetto ai grandi Paesi europei; la prima grande epidemia italiana è quella del 1835, tre anni dopo rispetto a quando il morbo aveva flagellato Londra e Parigi. Giunse nel Cuneese forse grazie agli scambi commerciali con la vicina Francia, generando fin da subito storie, leggende e dicerie di cui racconteremo prestissimo in altra sede. Non sappiamo se la parabola della Peste e del viaggiatore fosse in circolazione già allora: il guaio è che in Italia i giornali digitalizzati per quegli anni sono pochissimi, al contrario di quelli francesi o britannici o statunitensi. Quello che sappiamo, comunque. è che il nostro aneddoto comparve alcuni decenni dopo in diversi compendi medici, come Il tesoro della salute - Manuale di Medicina domestica del 1877 ad opera dello scrittore lombardo Antonio Balbiani (1838-1889).


Tra i consigli suggeriti da Balbiani, accanto all’igiene personale e all’invito a non fidarsi dei “rimedi secreti”, c’è anche quello di mantenere la calma, e per illustrare il punto si racconta la nostra storiella. Questa volta è il re di Damasco a sollecitare la promessa, e protagonista è il Colera stesso, senza la maschera “antica” della Peste. Il resto ricalca da vicino i racconti inglesi:


Non lasciarvi sopraffare dalla paura. Il colera incute in molti un terrore invincibile che è proprio quello che ci vuole per aprir le porte alla malattia stessa. Una favola araba racconta che il re di Damasco, uscendo un giorno dalla sua capitale, s’imbatté nel colera che si avvicinava per farle una visita. Il re si lagnò col poco gradito ospite della troppa frequenza delle sue visite, e dopo molto pregare, ottenne che questa volta non gli toglierebbe più di mille fra i suoi sudditi. Il colera promise, ma poi ne morirono diecimila. Lagnandosene il re, il colera rispose: “Io non ne ho uccisi che mille, come ti avevo promesso; gli altri sono morti dalla paura”. Questa favola racchiude un utile insegnamento che ognuno potrà ricavare da sé.

Balbiani aveva due ottime ragioni per invitare alla calma: la prima è che non conoscendo la natura del contagio, molti si affidavano ancora a teorie desuete come quella dei miasmi e delle impressioni. In questo contesto, la paura era un fattore di rischio reale, concreto, che davvero poteva aprire la strada alla malattia. La consapevolezza sulla vera natura del colera sarebbe arrivata solo anni dopo, con la celebre mappa di John Snow e l’identificazione del vibrione da parte di Robert Koch.


La seconda ragione è che Balbiani - facendo parte dell'élite culturale e economica del tempo - aveva parecchio da temere dal panico del popolino. Il colera fu per certi versi una malattia di classe: colpiva molto più i poveri dei ricchi, perché questi ultimi avevano la possibilità di rifornirsi da acquedotti puliti e pozzi privati, mentre i lavoratori e i mendicanti che affollavano le città erano obbligati a usare le fontane pubbliche, sporche e contaminate. Questa semplice osservazione empirica portò al sorgere di sospetti e dicerie di ogni genere: oggetto delle ire furono soprattutto i medici, accusati dalla voce popolare di avvelenare la povera gente per diminuire il numero degli indigenti (in combutta, ovviamente, con le autorità del tempo: i preti, i prefetti, i ricchi possidenti). E così, si rincorrevano storie sulla “pulviredda” somministrata dai dottori per spargere il contagio, o sulla “caraffina” di sostanze venefiche; persino i fuochi artificiali, esplosi nelle feste popolari, furono accusati di diffondere il morbo sotto forma di “razzi volanti”.


È difficile ricostruire tutta la storia dei disordini generati da queste dicerie: rivolte, scontri con la polizia, ricerca di capri espiatori, irruzioni nei lazzaretti per portar via i propri cari dalle grinfie dei medici corrotti si susseguirono per decenni, sino a Novecento inoltrato. Ancora nel 1911, le voci sul colera portarono a una vera e propria sommossa nel paesino calabrese di Verbicaro, con morti e feriti.


Per chi volesse approfondire l’evoluzione di queste voci in specie nel XIX secolo consigliamo uno splendido libro dello storico Paolo Preto (1942-2019), Epidemia, paura e politica nell’Italia moderna (Laterza, 1988). Leggendolo si scopre che davvero le cacce agli untori del colera non hanno nulla da invidiare a quelli della peste del 1630. Ma consigliamo anche due splendide novelle che descrivono benissimo il clima di paura e incertezza tra le fasce più basse della popolazione: Il medico dei poveri di Luigi Capuana (che si apre con la rassegnata considerazione: Almeno costui ci ammazza gratis) e Quelli del colera di Verga (che tratta della ricerca degli untori, che in un piccolo centro siciliano vengono individuati in una famiglia di girovaghi).


Risulterà chiara, a questo punto che la storia della Peste e del viaggiatore aveva una funzione di ammonimento ansiolitico, di parabola che invitava alla calma e, in questo modo, a impedire che il numero dei morti non necessari si moltiplicasse.


Passata l’epidemia, la parabola della Peste e del viaggiatore venne accantonata per poi essere ripresa in tempi più recenti, ad esempio in motivazionali (la troviamo, fra gli altri, in un manuale d’addestramento della Marina Americana, come spinta ad essere coraggiosi) e nella letteratura New Age come “riscoperta” della saggezza orientale. È stata ripresa persino da un colosso della spiritualità come Anthony De Mello nel suo La preghiera della rana (vol. 2, 1992). In questo contesto, si trasforma ancora di più in una storia esemplare, in una favola contro la paura della vita e dei suoi intoppi. La Peste qui è solo simbolica, non riecheggia un’epidemia reale. Segno di quanto leggende e racconti possano assumere significati diversi e essere usati per dire cose diverse, pur mantenendo la stessa struttura narrativa di fondo.


...E se la paura dell’epidemia fosse essa stessa l’epidemia?



Si ringraziano Peter Burger, Lucia Graziano, Roberto Labanti e Bonnie Taylor-Blake per gli spunti e le fonti fornite.



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