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La Volkswagen e i cannoni antigrandine

Aggiornato il: 18 set 2018


Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo


Il 23 agosto, dopo mesi che la questione “bolliva” sui media messicani, una storia davvero strana è arrivata anche ai grandi media internazionali. Quel giorno, sul sito della CNN è comparso un breve servizio dai toni davvero insoliti:

La Volkswagen è stata accusata di rovinare le coltivazioni situate presso una delle sue fabbriche messicane attraverso l’uso di tecnologie destinate a modificare le condizioni meteorologiche. Alcuni gruppi locali hanno accusato l’impresa automobilistica tedesca di aver provocato la siccità usando cannoni antigrandine che sparano verso l’atmosfera per impedire la formazione della grandine. Queste attrezzature sono impiegate per proteggere le auto parcheggiate all’esterno della fabbrica dalle picchiettature dovute agli impatti dei chicchi di grandine.

Il Messico sta infatti vivendo un periodo di forte siccità che ha influito negativamente sull’agricoltura. La colpa delle mancate precipitazioni è stata data ai cannoni, che oltre a disperdere la grandine bloccherebbero anche la pioggia. In seguito alle proteste dei campesinos, la Volkswagen è stata costretta a promettere di diminuire l’uso dei dispositivi installatii presso la fabbrica della città di Puebla, a favore dell’impiego di reti antigrandine e di spari “mirati”, da effettuarsi solo in caso di precipitazioni incombenti.


Colpiscono le motivazioni addotte per il provvedimento da parte di una portavoce della Volkswagen messicana:

Anche se non c’è evidenza che l’uso di questi apparecchi provochi la mancanza di pioggia, la Volkswagen Messico ha deciso di modificarne le attività al fine di mantenere buoni rapporti con i suoi vicini… La Volkswagen ha smesso di usarli in modo automatico e li metterà in funzione manualmente, quando le condizioni meteo indicheranno la caduta imminente della grandine.

L’impresa sembra dunque pienamente convinta dell’efficacia dell’antico sistema dei “cannoni”, contro il cui funzionamento si ergono però sia un’ampia letteratura scientifica sia la pura e semplice fisica.


Ecco un esempio del clima di violenta contestazione che si è creato. A questa pagina Facebook potete leggere il comunicato di uno dei gruppi di attivisti anti-cannoni della zona di Puebla. Ai sostenitori della protesta non basta la diminuzione nell’uso dei dispositivi, ne viene chiesta del tutto la rimozione.


La convinzione secondo la quale i cannoni causerebbero la siccità deve aver avuto natura travolgente ed esser nata in modo molto rapido. I cannoni di Puebla sono una novità (sono stati installati a metà aprile 2018); nella seconda metà di agosto, quindi in poco più di tre mesi, gli agricoltori li accusavano di aver già causato la perdita di duemila ettari di raccolti. Le prime proteste di questo tipo devono essere partite verso la fine di maggio.


La vista di quegli aggeggi dall’aspetto lievemente minaccioso, così come l’assordante ripetersi dei botti (considerati una delle maggiori fonti di inquinamento acustico nelle regioni dove sono installati) deve aver contribuito non poco a farli ritenere responsabili della mancanza di pioggia. Oltre, forse, al naturale bisogno psicologico di trovare un colpevole a quella siccità contro cui non si può far molto (una specie di “piove, governo ladro!” in salsa messicana).


Da giugno è stato un crescendo di voci, di proteste, di nascita di gruppi, affermazioni improbabili di ogni tipo cui la stampa messicana ha dato ampio risalto per tutta l’estate. Non possiamo darvene conto in dettaglio ma vi rimandiamo per qualche esempio, qui, qui e qui. Meno enfasi è stata invece data alla voce della scienza, concorde sul fatto che i cannoni non hanno alcuna influenza né sulle mancate precipitazioni né sulla dispersione della grandine.


Da notare che in agosto, con l’aggravarsi della siccità, le proteste anti-cannoni si sono estese a varie aree del sud del Messico (allo stato di Jalisco, ad esempio, lontanissimo da Puebla) in modo indipendente dalle voci che avevano per obiettivo la fabbrica di automobili. In questo modo si è quasi giunti a un’epidemia anti-cannoni.


Sta di fatto che probabilmente il tentativo della Volkswagen di calmare gli animi portando al minimo il numero di “botti” potrebbe innescare un ulteriore avvitamento della spirale. Diminuendone l’attività, in modo indiretto l’impresa ha confermato di ritenere i cannoni un metodo valido per influire sulle condizioni meteorologiche (se funzionano per diminuire le precipitazioni grandinifere, perché non dovrebbero essere in grado di arrestare anche le piogge, potrebbero chiedersi i contadini disposti a “credere"?). Insomma, a quanto pare avevamo la macchina per modificare il clima e non lo sapevamo...


Non può sorprendere, dunque, che i contadini della zona già a metà di agosto intendessero presentare il conto delle perdite subite a causa dei magici cannoni che tutto possono, sparando aria compressa a poca altezza: 70 milioni di pesos, l’equivalente di circa quattro milioni di dollari USA.


I cannoni antigrandine continuano ad essere usati in mezzo mondo - Italia compresa - malgrado le convinzioni generali degli esperti siano a dir poco di perplessità. Qui, ad esempio, potete leggere il parere di un enologo che conclude il suo ragionamento sulla storia di questi sistemi così: “c’è una lunga storia di persone che durante i temporali producono rumori intensi nella speranza di allontanare la grandine. [...] Non possiamo davvero controllare il tempo”. Dalle invocazioni a san Grato e dal suono delle campane del Medioevo si passò al fuoco dell’artiglieria e lì, forse, nacque a fine Ottocento l’idea del “bombardamento” delle nuvole grandinifere, che almeno dà l’idea che si possa essere “attivi” nel combattere questo flagello.


Intorno all’anno 1900 la fiducia nei cannoni in Italia era tale che secondo il meteorologo Cleveland Abbe ne erano in funzione diecimila circa (Monthly Weather Review, vol. 30, 1902, pp. 33-35).


Nei giorni scorsi sul sito del CICAP Piemonte è apparso un lungo articolo dedicato alla fortuna dei cannoni antigrandine nel Cuneese. Anche in quelle zone, nel 1979, si era diffuso il sospetto che la siccità dipendesse dai marchingegni appena installati. A quanto pare, la storia si ripete.

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