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Latte di vipera


articolo di Sofia Lincos


7 luglio 1904: Sul Corriere della Sera, compare una corrispondenza da Brescia, datata al giorno precedente. Quattro contrabbandieri erano morti in circostanze assai insolite:


Si ha da Malcesine, sul lago di Garda, che quattro contrabbandieri scesi dal Trentino sul monte Baldo, passata appena la linea di confine, entrarono in una capanna per riposarsi. Quivi, ospitati alla meglio dai pastori, ebbero anche l’offerta di una scodella di latte ch’essi bevvero avidamente. Ma poco dopo furono presi da dolori atroci e in brev’ora tutti e quattro morirono. Alla chiamata dei mandriani sopraggiunse il medico quando ormai i poveretti erano già cadaveri. Mentre il medico indagava per quali cause il latte fosse avvelenato, un cane, al quale se ne era fatto bere qualche sorso, cadde morto. Allora fu vuotato il recipiente che conteneva il latte e sul fondo fu trovata una grossa vipera morta.

Meno di una settimana dopo, il 13 luglio, il quotidiano era costretto a pubblicare una smentita. Qualcuno doveva aver protestato con il giornale per l’inconsistenza della notizia:


Persona in grado di conoscere la verità ci scrive da Malcesine smentendo la notizia dei quattro contrabbandieri trentini che, sconfinando sulla linea di confine del monte Baldo, e precisamente sul tratto che divide il territorio austriaco da quello del comune di Malcesine, sarebbero morti per aver bevuto del latte da un recipiente in fondo al quale si sarebbe poi trovata una vipera morta.

Difficile ricostruire come la notizia avesse raggiunto il giornale. Forse si trattava di una voce raccolta dal cronista, e pubblicata senza troppe verifiche; una leggenda metropolitana che all’epoca stava circolando. Negli stessi anni, infatti, storie simili trovavano ogni tanto spazio nelle pagine di cronaca. Quasi sempre i protagonisti erano un gruppo di uomini, morti in modo misterioso dopo aver bevuto un liquido avvelenato, spesso latte. Il motivo dell’ecatombe veniva poi svelato grazie alla scoperta di un serpente - in genere una vipera - nel contenitore. Si confronti, ad esempio, la notizia dei contrabbandieri con quest’altra, pubblicata sempre dal Corriere della Sera, ma circa dieci anni dopo (28 luglio 1914):


Ci telefon. da Verona, 27 luglio, notte: Tre soldati, addetti col loro reggimento alle esercitazioni estive nei pressi di Sant’Anna d’Alfiedo, entrarono dopo una lunga marcia, perché assetati, in una “malga” per bevervi del latte. Un mandriano ne porse loro una certa quantità che essi bevvero avidamente. Usciti, durante la via furono colti da forti dolori di stomaco. Raggiunto in fretta l’accampamento, si sottoposero subito alle cure dei medici militari. Risultò che erano rimasti avvelenati. Procedutosi subito ad una inchiesta alla “malga”, si constatò che in fondo al recipiente che conteneva dell’altro latte era una vipera, già morta, introdottasi chi sa come nella “malga” e accidentalmente caduta nella tinozza. Il rettile certamente aveva avvelenato il latte spruzzando, nell’agonia, il tossico dalle sue fauci.

In questa leggenda sembrano fondersi diversi motivi folklorici. Innanzitutto c’è la presunta “attrazione fatale” dei serpenti per il latte, passione che li porta nelle storie popolari a cercarlo in ogni modo, ad esempio, solleticando la gola dei neonati con la coda per poterne bere il rigurgito, oppure succhiando il latte direttamente dalle mammelle delle mucche - ma anche del seno delle donne! Alcuni serpenti più intraprendenti, poi, giungerebbero perfino a introdursi nelle pance dei bambini più piccoli per poter essere sempre riforniti dell’irresistibile alimento. E’ il motivo del bosom snake (la serpe in seno), studiata dal folklorista italiano Davide Ermacora. Parecchi ofidi diffusi in Italia conservano tuttora nomi popolari che rimandano a questa leggenda, priva di alcun riscontro zoologico (è il caso della lattarina, o del pasturavacche).


Nella storia che stiamo analizzando la vipera viene attratta fatalmente dal latte, tanto da cadere nel recipiente che lo contiene e morire lì. Una rielaborazione moderna del tema è rappresentata dalla foto di un presunto serpente ripreso all’interno di un bricco di latte - in realtà un falso, come ha dimostrato Snopes.


D'altro, canto, in un recente articolo su Wired circa le leggende sul latte, Sefano Dalla Casa ha ribadito che mai i serpenti, per quanto se ne sa, hanno dimostrato interesse per quell'alimento.


Il secondo tema della nostra storia è la contaminazione del cibo da parte di animali, un classico di molte leggende antiche e moderne. Esempi di questo tipo sono, ad esempio, la botte di alcolici in cui viene rinvenuto, dopo ampio consumo, il cadavere di una scimmia o di un essere umano, oppure le leggende nere sull’industria alimentare, con topi e altri animali che finiscono nel calderone della Coca Cola o dell’impasto dei würstel (magari accompagnati dall’immancabile operaio di cui nessuno, in un primo momento, nota la mancanza). Questi racconti sembrano agire un po’ da moderni cautionary tales, ammonendo i destinatari a stare attenti a quel che si mangia e si beve.


Il terzo tema, più specifico, è quello della pericolosità della vipera in sé, il cui veleno diventa nell’immaginario collettivo ancora più potente e letale di quanto non sia nella realtà. Il serpente, in questa storia, non provoca una sola morte, ma diverse; e soprattutto è in grado di uccidere non solo da vivo, ma anche da morto! Non è, quest’ultima, una caratteristica universale dei racconti sulle vipere: in alcune regioni questo animale veniva macerato nell’alcool per dare origine a un curioso liquore, e Galeno stesso consiglia il vino al serpente come rimedio per l’elefantiasi. Eppure nel caso dei contrabbandieri morti la vipera diventa sinonimo di morte sicura, la pericolosità del suo veleno portata all’ennesima potenza.


Viene in mente un parallelo con una leggenda della frontiera statunitense, in cui il morso di un serpente a sonagli finisce per innescare una serie di morti a catena. Così la racconta il pittore statunitense Thomas Hart Benton (1889-1975) nel suo libro del 1937 An Artist in America (New York, Robert M. McBride):


Esiste una storia folle e inverosimile, di un vecchio allevatore di bestiame che indossava un nuovo paio di stivali. Sulla strada dalla città alla sua abitazione, scese da cavallo per un qualche motivo e fu morso da un serpente a sonagli. Morì. Qualche tempo dopo il figlio, vedendo gli stivali del vecchio in un angolo, se li mise e andò al lavoro. Quella notte si sentì male, si gonfiò e morì. C’era un graffio su una delle sue gambe. Nessuno capì perché era morto. Dopo un po’ di tempo un altro membro della famiglia indossò gli stivali, che erano ancora nuovi. Morì anche lui con un graffio sulla gamba. Ho perso il conto di quanta gente è morta per aver indossato quegli stivali, ma la storia dice che il mistero alla fine fu risolto quando negli stivali furono scoperti due denti di serpente a sonagli. Si erano rotti quando era stato morso il vecchio, ma avevano continuato a uccidere tutti quelli che avevano portato gli stivali dopo di lui!

Nell’immaginario statunitense il serpente a sonagli svolge la stessa funzione delle nostre vipere: è l’animale velenoso per eccellenza, quello da cui guardarsi e da tenere a distanza. Non è un caso che le leggende sui ripopolamenti abusivi, che in Italia hanno coinvolto per molti anni le vipere, in America riguardino proprio i serpenti a sonagli.

Dunque, nella storia dei contrabbandieri avvelenati finiscono per mescolarsi diversi motivi folklorici, tutti piuttosto remoti. Ma a quando risale la nostra leggenda? Davide Ermacora ci segnala un episodio della Vita Charitonis, racconto agiografico del V-VI secolo sul santo siriaco Caritone, vissuto a cavallo fra il III e il IV secolo. Nel manoscritto della Vita si narra che:


Mentre svolgeva il suo viaggio [vicino a Gerusalemme], [Caritone] cadde nelle mani di briganti che lo legarono e lo portarono al loro rifugio e qui lo rinchiusero. Poi lo lasciarono di nuovo per derubare altri viaggiatori. Un serpente velenoso, uscito dalla grotta, strisciò nella brocca che conteneva il loro vino, versò il suo veleno all’interno e ritornò nel buco da cui era venuto. Al loro ritorno, i ladri cominciarono a mangiare e a bere vino senza misura, e morirono immediatamente per il veleno mortale del serpente. Il santo, liberato dalle sue corde, felice di poter vivere nella grotta, trasformò quel posto in un convento, e costruì una chiesa che chiamò Pharos. Distribuì le ricchezze dei briganti ai poveri e ai monasteri.

Dal Quinto secolo al Ventesimo, il serpente nella brocca sembra averne fatta di strada.

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