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LE FRITTATE DELL'ORRORE

Aggiornato il: 10 gen 2019

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Oggi vi raccontiamo una storia che rientra nel grande filone del “cannibalismo involontario”. L'abbiamo chiamata leggenda della frittata di orecchie, o di cervello.


Comparve nel nostro Paese su un settimanale locale della provincia di Cuneo, la Gazzetta di Mondovì, il 28 dicembre 1875, in un articoletto privo di firma. Eccone il testo integrale:

Funghi secchi! - Un nostro amico, testè ritornato dal Capo di Buona Speranza, ci raccontò un’orribile storia di cui fu l’eroe. Un giorno essendosi smarrito con due amici in un luogo molto discosto dalla città scorse una capanna. Estenuati dalla fame, i tre amici entrarono e vi trovarono una negra che stava preparando una specie di frittata. Essi le fecero comprendere a cenni che volevano quella frittata, e che l’avrebbero pagata generosamente.
- Ho capito, rispose egualmente in mimica la strega colore inchiostro.
- Mettete nella frittata anche quei funghi, le disse uno dei tre mostrandogliene una filza sospesi al soffitto.
La vecchia move un gesto d’orrore e fugge in un angolo. Senza andar per le lunghe, i tre amici staccano i funghi secchi, finiscono con quelli di fare la frittata, la mangiano, e la trovano squisita! Proprio nel momento che ingojavano l’ultimo boccone si ode un grido d’orrore che parte dall’ingresso. Era il marito della vecchia che ritornava.
- In quel momento - disse il nostro amico - mi avvidi sbirciando quella faccia stravolta, che dovevamo aver commesso qualche cosa di terribile. Giudicatene voi? ...Il negro ce lo spiegò in pessimo inglese:
Ciò che avevano mangiato per funghi erano le orecchie de’ suoi nemici!!
Non serve aggiungere che i tre antropofagi senza saperlo fecero una malattia di quindici giorni.

La storia è ambientata in Africa del Sud, probabilmente in qualche luogo non troppo lontano da Cape Town (per questo l’abbiamo definita “variante del Capo di Buona Speranza”). I protagonisti sono persone comuni, un amico di chi scrive e due suoi amici. La conseguenza per l’atto di cannibalismo, sia pure involontario, perpetrato da bianchi - che queste cose non le fanno - consiste, almeno in questa prima versione, in “una malattia di quindici giorni” per i tre.


Storia davvero accaduta a un amico del giornalista, o piuttosto leggenda attribuita all’amico di un amico?


In realtà, al tempo della pubblicazione di questo racconto da parte della Gazzetta di Mondovì storie simili circolavano già da alcuni anni. Quella del settimanale cuneese non fu altro che una ripresa, senza citazione della fonte, di un testo che era apparso pochi mesi prima, il 26 maggio del 1875, su Le Figaro di Parigi, in seconda pagina.


Al contrario dell'articolo cuneese, il pezzetto di Le Figaro era firmato. L'autore era "Gaston Vassy", che poi era un alias di Gaston Pérodeaud (1847-1885), un giornalista dalla produzione alluvionale, sempre in bilico fra cronache, passioni politiche (fu un comunardo parigino, nel 1871) e invenzioni vere e proprie.


Una seconda variante di questa leggenda, più antica, è quella che abbiamo battezzato “variante di Zanzibar”. Sappiamo che ebbe notevole fortuna internazionale ed è più che plausibile che la variante del Capo di Buona Speranza comparsa anche da noi ne sia stata una conseguenza.


Per quanto possiamo dire questa forma più antica comparve per la prima volta, anche in questo caso, su Le Figaro, il 17 giugno 1873.

Un curiosissimo aneddoto circa sir Bartle Frere, l’eroico capo della missione di Zanzibar che ha lasciato Parigi l’altro ieri. Cinque mesi fa sir Bartle Frere per imprudenza si era allontanato dalla scorta insieme a suo figlio ritrovandosi in piena foresta africana. Giunse la notte. I due dispersi, affamatissimi, scorsero una capanna e vi entrarono. Ne trovarono una vecchia negra cui fecero comprendere che desideravano mangiare. Terrorizzata, la vecchia prese qualche uovo da un angolo e sir Bartle si mise a preparare una frittata. Mentre cucinava scorse sul soffitto delle cose nere infilzate con una stringa. Malgrado le suppliche della negra, le misero nella frittata, convinti si trattasse di funghi morelli (Morchella, N. d. A.). Due minuti dopo i viaggiatori avevano divorato la frittata, che trovarono eccellente. Ingoiato l’ultimo pezzo, ecco entrare il proprietario della capanna.
- Stranieri miserabili, gridò il negro in cattivo inglese, avete appena divorato i miei trofei di guerra!
- Quali trofei?
- Quelli che erano appesi al soffitto… le orecchie dei guerrieri che avevo ucciso!
Sir Bartle Frere faticò ad aver salva la vita e soffrì d’indigestione per quattro giorni.

La storia è qui ambientata nell’isola di Zanzibar (Tanzania), a circa cinquemila chilometri di distanza da Cape Town. Protagonista ne è sir Henry Bartle Frere (1815-1884), che fu un importante diplomatico inglese sotto la regina Vittoria. Ricoprì incarichi di rilievo in India, fino a diventare governatore di Bombay. Fu creato Cavaliere dell’Ordine della Stella dell’India e nel 1867 rientrò in patria. Nel 1876 fu nominato baronetto.


Henry Bartle Frere (1815-1884) in una caricatura di "Vanity Fair" del settembre 1873, pochi mesi dopo la comparsa della leggenda della "frittata di orecchie".

Risale al 1872 la missione che gli diede fama e notorietà internazionale: mentre contribuiva ad estendere l’influenza britannica lungo le coste orientali dell’Africa, allora appannaggio di antichi sultanati d’origine omanita, sir Bartle Frere ebbe il compito di trattare con uno dei sovrani più importanti del territorio, il sultano di Zanzibar, la fine del commercio degli schiavi che quel regno continuava ad esercitare. Ne forzò la mano, con metodi che in seguito si dimostreranno disastrosi durante missioni in Africa del Sud. In quel caso, sia pur censurato dallo stesso governo di Londra, riuscì nell’intento.


Per ottenere il risultato che il governo britannico si prefiggeva sir Bartle Frere partì dall’Inghilterra e viaggiò sino all’Italia, dove, a Roma, ebbe anche un colloquio con re Vittorio Emanuele II, e intorno agli inizi di dicembre da Brindisi s’imbarcò per l’Africa sulla nave “Enchantress”. Con lui, fra gli altri, c’era davvero il figlio, che Le Figaro coinvolse nel racconto della frittata di orecchie. Il giornale colloca il fattaccio al gennaio 1873, quindi all’inizio della missione a Zanzibar (l’inglese era giunto nella baia di quel porto il 12 gennaio).


Per completezza: esiste uno studio dettagliato della missione compiuta nel 1872-73 da Bartle Frere a Zanzibar, opera dello storico Laurence J. Gavin. Uscì nel numero di giugno 1962 (vol. 5, n. 2) dell’Historical Journal. Non vi si trova traccia del nostro aneddoto.


La storia del Figaro, invece, ebbe un successo internazionale. Il 1° luglio 1873, una dozzina di giorni dopo la pubblicazione del quotidiano parigino, la storia fu ripresa integralmente da un settimanale della capitale francese, Le Journal des Coiffeurs.


Intanto, però, il 19 giugno, la vicenda era arrivata in Gran Bretagna grazie al Constitution or Cork Adviser, irlandese, il 20 tramite il Western Mail di Cardiff e, il giorno dopo, presentata in modo un po' diverso, attraverso un settimanale popolare illustrato di Londra, The Graphic (p. 579). La storia, tradotta, era uguale a quella del Figaro - citato come fonte - anche se da qui in poi la parte conclusiva della storia originale, quella in cui il diplomatico inglese aveva faticato “ad aver salva la vita”, scomparve e la sola conseguenza rimase l’indigestione protrattasi per quattro giorni.


The Graphic e i suoi predecessori non esprimevano pareri sull’attendibilità della notizia, e lo stesso avveniva, ad esempio, il 28 giugno per un quotidiano locale inglese, The Grantham Journal. Successivamente la storia si diffuse sulla stampa di tutto il Commonwealth: ne parlò, ad esempio, il neozelandese The Otago Witness del 27 settembre, e di lì in poi le menzioni saranno innumerevoli.


Però, nel corso dell’estate 1873, l’atteggiamento verso la storia era mutato in senso scettico, almeno in Gran Bretagna. Il 27 agosto The Edinburgh Evening e il giorno seguente il Dundee Courier & Argus riportavano la storia con qualche caveat: il racconto del Figaro era emerso mentre sir Henry Bartle Frere, a Parigi, stava transitando per rientrare in Inghilterra dalla sua missione africana, ed allora il giornale francese ne aveva approfittato per “adattare al caso suo una vecchia storia”. I quotidiani scozzesi accennavano anche al fatto che il corrispondente di un altro periodico di Londra, The Englishman’s Magazine, aveva scritto al riguardo che “mezza Parigi ci aveva creduto”.


Insomma, si trattava di un episodio già vecchio, già sentito, ma che Le Figaro aveva confezionato in una nuova veste rendendone protagonista il futuro baronetto inglese in occasione del suo passaggio parigino.


Un utilizzo letterario importante del racconto su Bartle Frere si ebbe l'anno dopo sulla rivista All The Year Round, che era stata fondata da Charles Dickens e che, morto lui, era passata sotto la direzione del figlio maggiore e suo omonimo. La si trova nel n. 295 del 26 luglio 1874 come parte di un racconto satirico sull'Inghilterra, "Some Accounts of the Mock-Anglians" (p. 353). Non sappiamo chi l'abbia scritto (e pare difficile attribuirne con certezza l'autore), ma certo è che su quelle pagine passava il meglio della letteratura britannica del tempo.


Comunque, che la stampa francese abbia giocato un ruolo centrale nella diffusione di questa leggenda è confermato, dopo le due versioni che vi abbiamo presentato, da buona parte delle varianti e sottovarianti successive. Per le quattro aree in cui è collocata, la terza variante la chiamiamo "Dahomey/Nuova Caledonia/Gabon/Guinea".


Con questi quattro sottotipi abbiamo di nuovo per protagonista un vip - e in un secondo tempo nemmeno lo stesso delle tre occasioni più antiche!


Per prima fece la sua apparizione sul quotidiano parigino La France del 1° settembre 1884 (p. 2). All'origine di questa storia ci fu un'originale figura di giornalista volto alla divulgazione scientifica: Jean-Camille Fulbert-Dumonteil (1831-1912).


La frittata dell'ammiraglio
Davvero una storia bellissima quella che mi ha appena raccontato un vecchio lupo di mare mio amico e che voglio raccontare a mia volta.
Ne è l'eroe Courbet, il bravo ammiraglio. A suo tempo non era che un tenente di vascello, ed esplorava non so quali coste barbare dell'Africa occidentale, laggiù nei paraggi del Dahomey. Seguito da quattro o cinque marinai, un giorno s'avventurò lontano dalla riva. Per la strada incontrò soltanto scimmie, scoiattoli e uccelli. Estenuato dalla fatica e dalla fame, la piccola carovana si trovò sperduta in questo deserto di verdura e d'ombra. Di colpo, dietro un sipario di palme apparve una capanna...
- Entriamo! Disse il tenente Courbet.
Ed ecco i nostri marinai nella capanna degli antropofagi, dove tre donne erano intente alla loro toilette... Poi si accese il fuoco per far loro da mangiare. Una delle donne portò delle uova. Un marinaio le ruppe, un altro le battè con un osso di pesce a forma di paletta...
- Vedete, disse (il tenente, N. d. A.)... niente lardo, formaggio, prezzemolo o cipolle... ma, d'improvviso, fermatosi sotto una porta ebbe uno sguardo sbalordito e goloso:
- Dei funghi morelli, gridò! Ecco dei funghi morelli!
Erano in effetti dei bei morelli, appetitosi e gialli... che regalo! Ma, al contempo, le tre donne esplosero in grida laceranti. In ginocchio, a mani giunte, pregavano, minacciavano, cercando di opporsi alla confezione della frittata...
...Fu cotta, servita, mangiata.
- Mi pare, disse Courbet, che queste donne adorino i morelli. Forse erano dei feticci e abbiamo mangiato i loro dei...
I nostri marinai stavano per ritirarsi, lasciando come pegno alle negre desolate una cascata di perle di vetro e una fiumana di nastri, ma, al momento di lasciare la tavola, sulla soglia comparvero cinque guerrieri adirati. Era il padrone di casa accompagnato da quattro figli, quattro ercoli armati di frecce e mazze...
Le tre negre, in piedi, additando il posto in cui si trovavano i morelli si misero a spiegare cos'era capitato. A loro volta, i cinque selvaggi si misero a brandire le mazze lanciando grida di vendetta.
Ma il futuro vincitore della battaglia di Fou-Tcheou (una battaglia navale franco-cinese del marzo 1884, N. d. A.) non era facile da intimidire. Avanzando alla testa dei suoi marinai, con la pistola in mano, s'impose ai cannibali, che, a fronte di un atteggiamento così coraggioso, s'addolcirono come per incanto. Uno di selvaggi conosceva qualche parola d'inglese e riuscì a farsi intendere.
Che rivelazione! Sapete che cos'erano quei morelli squisiti? Cervelli umani, trofei ideali, e sacri. Cervelli disseccati, tolti ai crani dei nemici vinti.
Il bravo ammiraglio ama, si dice, rammentare questa avventura culinaria, sostenendo di non aver mai mangiato frittata più squisita.

Il protagonista di questa terza variazione sul tema è l'ammiraglio Amédée Courbet (1827-1885), che fu tenente di vascello fra il 1856 e il 1864 - il grado che avrebbe ricoperto quando mangiava cervelli di africano.


L'ammiraglio francese Amédée Courbet (1827-1885), cui nel 1884 fu attribuita la leggenda della frittata di cervello.

In questo caso la diversità rispetto alle varianti Zanzibar e Capo di Buona Speranza sembra notevole. Almeno qui, l'ufficiale francese e i suoi marinai non patiscono nessuna conseguenza per il cannibalismo involontario. Anzi, a distanza di tempo l'uomo si vanta della bontà della frittata. L'inglese almeno, in una prima versione si salvava a stento dalla reazione dei proprietari dei trofei. Qui, li si doma revolver alla mano.

L'ambientazione è più consona allo sviluppo coloniale francese del tempo: per ora si trattava del Dahomey, oggi Benin.


Fu ripresa molte volte a partire dal quotidiano dell'Algeria francese L'Avenir de Bel-Abbès del 17 settembre 1884, poi il 25 settembre (p. 3), da un altro periodico locale francese, Le Journal de Fourmies, alla fine di settembre apparve anche in Inghilterra sulla londinese St. Stephen's Review, e così via.


La variante del Dahomey giunse lontano. Il 28 maggio 1887 la si trova sul giornale neozelandese Lyttelton Times come narrata all'autore, un certo "capitano W. M. Wiley" da "uno degli ex-compagni di guai di Courbet" . Fraseggio paragonabile, ma non uguale a quello delle fonti francesi che abbiamo - si direbbe un adattamento a tavolino di quelle, anche con uso sapiente di frasette francesi che NON figurano nelle nostre fonti del settembre 1884 - ma soprattutto con una "punizione" per i cannibali involontari che ci mancava. La frittata era sì squisita, ma per il giornale neozelandese "tuttavia, gli effetti immediati furono disastrosi".

Poi figurerà più o meno completa su molti altri giornali anglosassoni. Dai dati originali del testo inglese, comunque, sembra emergere un percorso semi-autonomo della sottoversione del Dahomey operata dai testi anglofoni.


L'episodio di Courbet, come sovente succede, subì comunque un'ulteriore, rapida complessificazione e reinterpretazione.


Dapprima, il 29 agosto 1885, un primo suo biografo che si definiva "un amico di famiglia" di Courbet, su La Gazette de France la collocò al suo periodo da governatore della Nuova Caledonia (1880), in questo modo producendo la seconda sottoversione di questo specifico racconto. Da quanto riferito il 27 agosto nella prima parte di questa breve serie di articoli dedicati a Courbet, si direbbe che la vicenda fosse stata estratta da un volumetto appena uscito ad Abbeville, città natale dell'uomo, "L'Amiral Courbet par un ami de la famille" (stamperia A. Retaux).


Questa volta, ad ogni modo: 1) l'ammiraglio è accompagnato da cinque ufficiali, dei quali si fanno i nomi, e da un piccolo distaccamento di fucilieri di marina; 2) una parte del gruppo arriva in un villaggio di kanak, popolo melanesiano, dove è accolto da cinque o sei donne urlanti che accettano di fornire delle uova; 3) al furto dei "funghi", le donne fuggono gridando; 4) a sera si presentano gli uomini della tribù, che, istruiti dalla donne su quanto capitato, rivelano a Courbet e ai suoi che quelli non erano altro che i cervelli degli antichi capi tribù, da loro venerati; 5) nessuna conseguenza è riferita per l'azione e per il consumo delle parti umane. Anzi, l'ammiraglio:


non provò alcun rimorso per lo strano e bizzarro pasto che i casi della guerra l'avevano indotto a fare presso quelle popolazioni così pregne del culto dei morti.

Si tratta forse dell'unica occasione in cui, in tutta questa storia, un io narrante si sente in dovere di avanzare una pur larvata motivazione per un atto culturalmente tanto deleterio: tutto era dovuto a les hasards de la guerre.


Un anno dopo, nel 1886, Alcius Ledieu (1850-1912) , ne "L'Amiral Courbet" (J. Lefort, Lille-Parigi, pp. 48-53), riprese la sottoversione Nuova Caledonia sostenendo che l'aneddoto proveniva "da una delle sue biografie". Lo stesso faranno altri, ad esempio Jacques de la Faye (1855 ca-1940 ca), nel 1891, con "Histoire de l'Amiral Courbet" (Blouad & Barbal, Parigi, pp. 228-231).


La cosa davvero sorprendente è che l'uscita della biografia di Courbet redatta da de la Faye originò una versione collaterale, per certi versi davvero strana, quando fu presentata sulla stampa inglese. La riteniamo una versione autonoma rispetto all'altra sottoversione con protagonista ancora Courbet, e per questo la chiamiamo versione Nuova Caledonia-A.


Il 19 dicembre del 1891, nel sunteggiarla, l'Hampshire Telegraph & Sussex Chronicle riusciva a dare un ulteriore giro di vite alla storia delle frittate di orecchie.


Gli aborigeni della Nuova Caledonia, o kanak, in un'occasione mostrarono la loro venerazione per il loro governatore e la sua azione dando una grande festa. Fra i piatti che assai volentieri il governatore condivise vi era una specie di frittata, che era guarnita da un tipo di funghi deliziosi che non aveva mai assaggiato prima di allora. Chiese ai suoi ospiti, e gli fu detto che per mostrare la loro ospitalità, era stato fatto a pezzi il cadavere dei capi e che erano stati estratti i cervelli dei selvaggi morti per onorare al meglio i festeggiamenti che lui aveva così tanto gradito. Non risulta necessario che un simile pasto avrebbe avuto gli effetti più deleteri su qualsiasi organismo, e non c'è da meravigliarsi che lo sfortunato funzionario da qui contrasse il malessere che lo portò prematuramente alla morte.

Come si vede, non solo il cannibale involontario non è in alcun modo responsabile per aver consumato il pasto, ma sono i proprietari del corpo a concederglielo, per onorarlo. In questo modo, al contrario che in tutte le altre versioni, la leggenda qui non implica la rottura di nessun tabu della cultura dell'altro, eppure questo fatto in un certo senso si direbbe rovesciarsi in maniera simmetrica sul cannibale involontario. La sua violazione del nostro divieto alimentare radicale diventa qualcosa di insostenibile. Non ha indigestioni, malesseri, o periodi di disgusto: invece, come dice il testo originale the unfortunate officer then acquired the complaint which consigned him to a premature grave.

Semplicemente, qui, Courbet, muore per aver mangiato, senza volerlo, carne umana.


Questo cannibalismo involontario "concesso" dal proprietario delle carni aveva assunto tratti estremi già in un classico del Medioevo europeo, la Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, che risale più o meno al 1136. Naturalmente il contesto lì è diverso, rispetto alle nostre storie: profondamente occidentale, è segnato dall'idea dell'oblazione di se perché l'altro viva, o torni ad avere vita piena.


Comunque è al libro 12, capitolo 4, con il declino del regno dei Britannia, che il re Cadwalla, mentre combatte i suoi nemici sull'isola di Guernsey, nella Manica, cade in una condizione depressiva per la perdita dei suoi compagni. Rifiuta il cibo e desidera soltanto carne di cervo. Il nipote Brian cerca di soddisfarne la volontà, si mette in caccia dell'animale, ma, non trovatolo, si taglia una parte della coscia, l'arrostisce e la serve a Cadwalla, che la mangia con gusto inconsapevole:


Il re, pensando fosse vero cervo, cominciò a mangiarne con gran diletto, ammirandone la dolcezza, che di gran lunga superava quella di qualsiasi carne avesse mai assaggiato prima. Alla fine, quando ebbe pienamente soddisfatto il suo appetito, divenne più vivace, e in tre giorni stava di nuovo perfettamente bene.

Ma, per tornare al centro del nostro motivo, non è finita qui: nel 1894 un altro autore dai toni da romanziere, certo "conte di Lionval", pubblicò una biografia dell'uomo di mare intitolata "L'Amiral Courbet. La croix e l'épée" (edizioni C. Paillart, Abbeville), in cui la nostra storia era ampiamente ripresa alle pp. 66-68, ma con molte modificazioni rispetto alle sue prime presentazioni e anche rispetto a quella di Ledieu. Abbiamo così un'ennesima sottoversione.


1) il luogo del fatto non è più il Dahomey o la Nuova Caledonia, ma il Gabon; 2) le tre negre sono intente a farsi "i tatuaggi più fantastici", non solo a imbellettarsi; 3) la capanna è adornata di tibie e di crani tenute su da fili; 4) le donne scoprono il misfatto dopo una breve assenza, al rientro dalla ricerca di frutta e latte; 5) richiamati dalle urle delle donne, tenuti a bada con spade e pistole, alcuni guerrieri spiegano trattarsi non dei cervelli dei nemici, ma di quelli degli antenati, conservati a fini apotropaici, contro gli spiriti cattivi; 5) il pasto non provoca nessuna difficoltà digestiva ai protagonisti.


Conclude la sua sotto-versione questo "conte di Lionval":


Si dice che il bravo Courbet amasse raccontare questa avventura culinaria.

Quasi ventidue anni dopo il 1884, ecco la replica.


Il 22 febbraio 1906 un altro periodico francese, Le Chenil, un settimanale che si rivolgeva in particolare a cacciatori e allevatori, alle pp. 86-87 pubblicò il racconto L'omelette de l'amiral, che era una copia quasi perfetta di quella del 1884. La sorpresa è che anche in questo caso ne era autore Jean-Camille Fulbert-Dumonteil, come per la storia di Courbet, quella comparsa nel 1884!


Ecco la modfica principale: il protagonista cambiava. Adesso era un altro ammiraglio francese. Pur essendoci stati, a cavallo fra XVIII e inizio del XX secolo diversi alti ufficiali francesi con quel cognome, il fatto che l'articolo nel 1906 ne parli al passato, come se si voglia fare riferimento ad un morto, e lo consideri un eroe del colonialismo africano rende forse plausibile identificarlo in Alphonse Fleuriot de Langle (1809-1881). L'episodio, comunque, era collocato non più nel Dahomey o altrove, ma in Guinea, regalandoci così la quarta sottoversione!


La sola aggiunta rilevante di Le Chenil stava nel fatto che de Langle - anche lui soddisfattissimo per il pasto, privo di effetti collaterali - aveva appreso dagli africani che il cervello era quello di un capo nemico "di nome Tibié, catturato dai cannibali e arrostito con cura" e che il cervello era "un talismano sacro, un feticcio inviolabile".


In tutta questa serie per così dire largamente "francese", nel senso che anche quando ha per protagonista un inglese in buona parte dei casi nasce in Francia, dobbiamo inserire una quinta variante, questa volta genuinamente anglosassone - anzi, neozelandese. Il periodo è lo stesso, il volgere del XIX secolo verso il XX, ma il contesto davvero assai diverso.


Il 22 aprile del 1891, il quotidiano neozelandese The Launceston Examiner, nel suo supplemento Echoes of the Street, presentava un lungo articolo firmato Tommy Trot e intitolato A Cannibal Story. Riguardava un pastore protestante (metodista) che fu importante per la diffusione del Cristianesimo in quelle isole, l'inglese John Hobbs (1800-1883).


Chi scriveva l'articolo sosteneva di aver appreso che, molti anni prima, nel corso di una riunione di missionari ad Auckland, Hobbs aveva raccontato in prima persona quanto gli era capitato "nei primi anni dei suoi sforzi missionari", mentre era in compagnia di altri due pastori. Fradici per la pioggia, furono ospitati in una capanna maori, e gli fu permesso di prendere il cibo che trovavano. Cominciarono a metterlo in una ciotola di ferro, e tutti furono contentissimi quando uno di loro arrivò con una serie di pezzi di carne secca che aveva trovato sospesi ad un filo, davanti alla capanna di un capo. La cucinarono a lungo e la mangiarono, senza che peraltro i nativi se ne lamentassero. Anzi, diedero segni di gradire la presenza degli europei.


Subito dopo, però, il capo si diresse verso la sua capanna, e solo allora si accorse, infuriato e brandendo un'ascia, che i "pezzi di carne" erano scomparsi. Il villaggio cadde nel caos. I bambini piangevano, gli uomini minacciavano i missionari con le armi. Cercarono di capire che cosa avevano fatto, e il capo rispose:


Ladri! Avete mangiato i miei trofei, le orecchie dei miei nemici!

Il tutto sarebbe stato raccontato dal pastore Hobbs fra le più sonore risate.

La storia fu ripresa dallo stesso quotidiano tre giorni dopo, ma subito dopo giunsero le reazioni indignate di parenti e conoscenti di Hobbs.


Un altro dei missionari che aveva lavorato a stretto contatto con Hobbs per diciannove anni, sul Launceston Examiner del 29 aprile scrisse che si trattava di una totale invenzione. La redazione provò a difendersi, ma sappiamo che a quel punto fu lo stesso figlio di Hobbs, Richard, a muoversi con la stampa. Uno dei giornali che aveva ripreso la storia, il Tasmanian, il 30 maggio presentò le sue scuse alla famiglia, sostenendo che probabilmente il pastore l'aveva raccontata come uno scherzo, e che le circostanze avevano indotto in errore...


Qui sotto un tentativo di tabella comparativa di alcuni elementi strutturali delle varianti e sottovarianti della nostra narrazione, indicate nella riga superiore, in rosso. Le semplici sottovarianti sono riportate fra parentesi. I dieci elementi che abbiamo preso in considerazione sono menzionati nelle colonne di sinistra.







La storia della frittata di orecchie o cervello finisce qui: non ne abbiamo trovate tracce in altre pubblicazioni, né fra i repertori di leggende metropolitane. Abbiamo però ormai tutti gli indizi necessari per collocarla in questa categoria. Insieme alle otto differenti ambientazioni africane, neozelandesi e melanesiane, alle diversità di protagonisti e alle disomogeneità nelle conseguenze per il pasto o all’accenno dei quotidiani scozzesi a una presenza precedente il 1873, il racconto presenta una struttura assai simile ad altre leggende di “cannibalismo involontario”, in cui la soddisfazione per un pranzo delizioso lascia spazio all’orrore della scoperta finale (ma la cosa vale meno per gli ammiragli francesi, si direbbe!).


Sono esempio di cannibalismo involontario, tanto per citarne alcuni, le diverse versioni dell’uomo nel barile di cui avevamo parlato tempo fa. Di contenuto simile è la leggenda delle ceneri della zia (o nonna) d’America. Cesare Bermani in Spegni la luce che passa Pippo (Odradek, Roma, 1997) la racconta così, citando una testimonianza orale dell’etnomusicologo Roberto Leydi:

Questa leggenda risale all’epoca del Piano Marshall, quando c’erano i cibi americani, era arrivato il corned beef e le minestrine in polvere. Si raccontava che degli italo-americani avevano mandato ai parenti in Italia le ceneri della nonna. La nonna era morta in America, l’avevano fatta cremare, avevano messo le ceneri in una bella scatola e l’avevano spedita ai parenti in Italia perché fosse sepolta nel cimitero del paese d’origine. Con la scatola avevano mandato una lettera a parte, che è arrivata però in un secondo tempo. C’è questa scatola che viene dagli Stati Uniti, la aprono, c’è dentro questa roba e pensano che sia un regalo dei cugini e dei nipoti d’America. E fanno una minestra. Poi arriva la lettera e scoprono che erano le ceneri della povera nonna.

Un utilizzo cinematografico italiano della leggenda si trova in "L'emigrante", diretto nel 1973 da Pasquale Festa Campanile. Potete vedere la sequenza, interpretata da Adriano Celentano e Lino Toffolo, qui.


Tra le storie di cannibalismo involontario, poi, occorre ricordare tutte quelle narrazioni che parlano di operai caduti in vasche e macchine per la lavorazione alimentare e la cui scomparsa viene notata solo quando il cibo è ormai confezionato e venduto in tutti i supermercati (allo stesso genere appartiene, ad esempio, la vicenda del salsicciaio citata nel "Circolo Pickwick" di C. Dickens).


Più in generale, circa il cannibalismo involontario è importante ricordare il libro dell'antropologo francese Jean-Loïc Le Quellec, "Alcool de singes et liquer de vipère" (ed. Geste, Poitiers, prima ed. 1991) che è dedicato in larga misura proprio a questo argomento e che contiene un lungo ciclo di storie bretoni su bevute involontarie di liquori contenenti ingredienti di origine umana o animale sviluppatosi a cavallo tra XIX e XX secolo - in buona sovrapposizione temporale con il nostro ciclo di "frittate", dipanatosi in larga misura in Francia, oltre che in Nuova Zelanda, fra il 1873 e il 1906.

Proprio Le Quellec nel suo libro ci offre una perla che ci riguarda da vicino (pp. 44-45 dell'edizione 2012): a Courbet una tradizione orale attribuiva il ritorno in patria del cadavere (era morto in navigazione, in Indocina, nel 1885)... in un barile ripieno di acquavite, allo stesso modo di quanto attribuito a Nelson, come su questo sito era già stato raccontato!


Per i racconti di cannibalismo involontario Le Quellec, che nel loro complesso lo studioso riconduce al motivo folclorico dell'indice di Thompson G60 - Human flesh eaten unwittingly (carni umane mangiate senza volerlo) propone una struttura narrativa che solo in parte risulta congrua con la leggenda della frittata di orecchie/cervelli che ci pare di aver individuato. Ecco l'offerta tassonomica di Le Quellec:


1) qualcuno trova o viene servito di una pietanza che appare commestibile;

2) a consumarla sono sovente persone con caratteristiche etico-morali discutibili dal punto di vista di chi narra;

3) chi mangia trova ottimo il pasto;

4) chi mangia scopre (o gli viene rivelato) che cosa in realtà conteneva il pasto;

5) la scoperta o rivelazione produce invariabilmente disgusto per quanto consumato.


Nel caso della frittata di orecchie/cervelli, la cottura del cibo è (quasi) sempre una fase fortemente attiva (anzi, coercitiva) agita dai protagonisti: solo di rado è l'altro a prepararlo. L'etica e la moralità dei protagonisti non sono mai poste in discussione, anzi, di norma si tratta di individui tenuti socialmente in alta considerazione.

Infine, l'esito della rivelazione (in questo caso il protagonista della nostra storia - in parallelismo antitetico con la fase iniziale della cottura - è sempre soggetto passivo dell'azione, e non scopre mai da sé la verità) è quello di provocare disgusto o malesseri o la morte solo in parte delle versioni della nostra leggenda, mentre in altre, ad essere punita, al massimo, è la mancanza della virtù della prudenza. Anzi, nei casi più recenti l'azione cannibalica a tratti è rivendicata da chi narra come lecita/necessaria, a suggello di una concezione imperiale della realtà.



Nonostante i copiosi indizi che ormai portano a identificare la storia iniziata con sir Bartle Frere come una leggenda metropolitana, la vicenda della frittata di orecchie/cervelli ha avuto promotori anche in tempi moderni. La versione dello Zanzibar è stata usata con fiducia, nel corso del Novecento, in libri come quello di Joseph Lehmann, The First Boer War (Buchan & Enright, Londra, 1990) e, ancora prima, in quello di William H. Clements, The Glamour and Tragedy of the Zulu War (John Lane, Londra, 1936).


Per una frittata di orecchie (o di cervelli), un bel successo.



(Si ringrazia Roberto Labanti, CICAP, per le fonti fornite.)

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Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee (CeRaVoLC) - 2018