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Leggende serbe: accettazione o assimilazione dello straniero?


Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo


Molte leggende contemporanee hanno una forte componente xenofoba; questo fatto è ben noto a chiunque se ne interessi anche solo superficialmente: basta pensare alle mille leggende sui ristoranti cinesi, ai piumini che camminano o agli zingari che rapiscono i bambini. Eppure, nel panorama delle leggende, si stanno pian piano facendo strada altre storie che sembrano invece voler contrastare i pregiudizi contro stranieri o altre categorie “minoritarie”.


Nel 1995, una delle più importanti studiose di leggende contemporanee, Véronique Campion-Vincent, pubblicò sulla rivista Folklore un articolo dal titolo significativo: Preaching Tolerance? L’etnologa francese presentava tre storie che potremmo definire “anti-pregiudizi”. Pur non traendo conclusioni nette, la sua ipotesi era che un certo numero di leggende a sfondo etnico stesse mutando, e che la presenza dell’anti-razzismo si stesse facendo sentire ormai anche nei racconti che ci interessano.


Questa ipotesi della “mutazione” colpì l’antropologo serbo Ivan Kovačević, dell’Università di Belgrado, che da anni si occupa di leggende contemporanee. Visto che alcune storie circolanti in Serbia sembravano adatte ad essere studiate alla luce dei suggerimenti di Véronique Campion-Vincent, ci ha lavorato su. Il risultato è stato un saggio comparso nel 2012 sulla rivista Annales.


Tre leggende contro i pregiudizi?


Vediamo dunque le tre leggende europee presentate a suo tempo dalla ricercatrice francese. Sono quelle dell’incidente in ascensore, del pacchetto di biscotti condiviso per sbaglio e del biglietto della metro mangiato.


  • Nell’incidente in ascensore, un gruppo di donne di provincia si reca nella grande città. Nell’ascensore dell’albergo, un uomo di colore grida di colpo: “giù!”. Le signore saltano subito alla conclusione: si tratta di una rapina! E così, si acquattano sul pavimento per obbedire all’ordine. Il nero, però, non stava affatto parlando con loro: stava semplicemente ordinando al suo cagnolino di sedersi… L’uomo scoppia a ridere: di solito, nelle varie versioni, è un personaggio del mondo dello spettacolo o dello sport, che finisce per mandare fiori alle donne o addirittura per pagarne il conto. Alla stupidità della paura razzista delle donne fa da contraltare la generosità dell’uomo.


  • Nella storia del pacchetto di biscotti condiviso per sbaglio, una donna è seduta al bancone di un caffè o di un autogrill, quando un immigrato al suo fianco comincia a prendere i biscotti dal suo pacchetto. Lei rimane di sale, lo guarda male, ma non dice niente e ne prende uno anche lei. Vanno avanti così sino alla fine del pacchetto, poi lui se ne va sorridendo. La donna, adirata, biascica fra sé imprecazioni contro gli immigrati - solo per scoprire che il suo pacchetto era ancora nella borsa. Era lei ad aver mangiato metà dei biscotti di proprietà dell’altro!


  • Nel racconto del biglietto della metro mangiato, una donna si lamenta ad alta voce, durante un viaggio in metropolitana, dei “giovani d’oggi”: davanti a lei c’è un punk che ascolta musica ad alto volume. Lui non dice nulla, ma, quando si avvicina il controllore, le strappa di mano il biglietto e… lo ingoia! Lei prova a giustificarsi con l’addetto, dicendole che il documento di viaggio è stato appena mangiato. La scusa viene accolta con incredulità, e la donna finisce per pagare una multa salata. Particolare rilevante: tutti i presenti tacciono, sostenendo, in questo modo, il “giovinastro” e il suo comportamento. Quando il controllore è andato via, il punk prende la parola e, compitissimo, dice alla donna che è stato un piacere far sorridere gli altri, le ripaga i soldi della multa e se ne va augurando buona giornata.


Se queste tre leggende predicano la tolleranza, altre storie - anche loro, in apparenza, “anti-pregiudizi” - risultano invece più ambigue, contraddittorie. Questo elemento è ben presente nelle due narrazioni raccolte da Kovačević.


Pregiudizi al ristorante


Le due leggende serbe individuate da Kovačević hanno al centro attività economiche esercite da stranieri. Potrebbero essere riassunte così:


Alcuni razzisti avevano messo in giro voci sulla cattiva igiene o qualità di un ristorante (immancabilmente gestita da stranieri), ma sono stati effettuati molti controlli e il locale è risultato in regola. Da allora i clienti hanno cominciato ad affluire; le voci razziste, al posto di portare alla chiusura del locale, ne hanno invece decretato il successo.

Si tratta, insomma, di meta-voci: leggende che attribuiscono la fortuna di un’attività alle dicerie malevole sul loro conto, in un effetto diametralmente opposto a quanto voleva ottenere l’autore delle illazioni.


Ma entriamo nei dettagli. La prima storia ha per oggetto una serie di voci rivolte contro un ristorante aperto a metà anni ‘90 da una famiglia di Rom di nazionalità rumena, a Banatsko Novo Selo (nel nord-est della Serbia). Le voci infamanti sull’igiene, sulla qualità degli ingredienti, sulle carni impiegate (incluse dita umane con ancora gli anelli…) sarebbero state seguite da un altissimo numero di ispezioni e controlli di polizia, dai quali non sarebbe venuto fuori nulla di rilevante. Successivamente all’ondata di voci e di controlli ordinati dalle autorità, il pubblico della zona avrebbe cominciato ad affluire in numeri sempre crescenti alla “taverna degli zingari”, decretandone il successo commerciale e l’acquisto di un’ottima reputazione.


La seconda storia ha invece per oggetto un ristorante cinese di Novi Beograd, colpito da un’ondata di voci simili. La nuova attività, che offriva pietanze nuove a prezzi vantaggiosi, fu vista come una minaccia dagli altri ristoratori: presero a circolare storie su cibi contaminati, carni di animali “inusuali” usate per i piatti e di sanzioni di ogni genere appioppate al proprietario. Ai controlli - si racconta - il rispetto delle norme risultò eccellente. Ben presto il ristorante prese a fiorire e in seguito acquisì la reputazione di uno de migliori della regione.


Come funzionano i due racconti serbi?


L’antropologo serbo ha analizzato la struttura delle due storie, individuandone in primo luogo gli attori:


  • gli zingari e gli stranieri, ossia l’Altro;

  • i commercianti e i proprietari di altre attività, ossia gli Oppositori;

  • gli ispettori, ossia gli Emissari del potere pubblico;

  • i normali cittadini, con il coro costituito dai loro commenti, ossia Noi.


Questi quattro gruppi di attori si muovono sulla scena compiendo azioni; ad esempio, aprendo e facendo funzionare i ristoranti (l’Altro), segnalando in modo diretto i pessimi comportamenti che imputano all’Altro e mettendo in giro voci al riguardo (gli Oppositori), compiendo ispezioni frequenti e puntuali che generano valutazioni positive (gli Emissari), decretando il successo delle attività oggetto delle voci, soprattutto a opera dei giovani della zona (Noi).


Per Kovačević, però, il punto è che le relazioni di fondo che si scorgono nei racconti non sono egualmente nette. La prima cosa che salta all’occhio è il conflitto Noi/Altro. Nelle storie tradizionali di contaminazione alimentare, i colpevoli erano di norma individui dello stesso gruppo degli accusatori. Era la cattiva reputazione della famiglia che gestiva la locanda, il punto di ritrovo dei viaggiatori lungo la strada principale, l’ostello che serviva anche il pasto a chi doveva soggiornare sul posto, ad essere al centro dei racconti. A servire la carne di gatto, o anche quella umana, poteva essere il figlio del macellaio che abitava nella casetta sul lato opposto della strada principale del paese. In quel contesto, l’avvento della produzione alimentare di tipo industriale poteva essere percepita come garanzia di sicurezza e di qualità.


Nella modernità accade invece il contrario. Il rapporto s’inverte, ed è la spersonalizzazione del centro commerciale, del fast food o del ristorante cinese a far paura. Qui diventa netta la contrapposizione Noi/Altro.


La seconda relazione individuata da Kovačević, invece, è quella che definirebbe meglio le leggende serbe da lui raccolte - e che lo fa dubitare che dietro di esse vi sia un sentimento chiaro di volontà di accettazione dello straniero, dell’Altro, come ipotizzava in origine Campion-Vincent portando ad esempio le tre storie menzionate all’inizio.


Questa relazione è il rapporto di causa/effetto fra due elementi: le ispezioni, ossia i controlli effettuati sulle attività oggetto delle voci, e la qualità di esse che emerge dallo svolgimento dei controlli. Ma queste storie parlano davvero di tolleranza, intesa come riconoscimento dell'Altro? Per Kovačević, il punto cruciale è costituito da ciò che imprime la svolta alla storia: il controllo, l'ispezione.


Nei racconti non viene detto in dettaglio cosa succede nel corso dei sopralluoghi effettuati dalle autorità: rimangono una scatola nera. In altri termini, si domanda Kovačević: è il fatto che ci siano stati frequenti controlli ad esser causa della buona qualità e igiene dei locali, oppure è il fatto che i ristoranti rispettino le norme a provocare l'esito "buono" delle ispezioni?


Nel primo caso, la convinzione sottostante sarà che a generare la buona qualità siano stati l’alta frequenza e la pervasività delle verifiche; nel secondo, che i controlli siano andati bene perché i ristoratori "estranei" sono bravi esattamente come noi.


Per lo studioso serbo, l'intenzione delle storie si mostrerebbe assai più elusiva di quanto Campion-Vincent pensava nel suo lavoro del 1995, dal momento che i racconti lasciano libero chi ascolta di scegliere fra l'una e l'altra interpretazione. Certo, nel primo caso (è la pervasività delle verifiche a farli filare dritti) la dimensione xenofoba è più evidente. Nel secondo caso, d’altro canto (i controlli vanno bene perché i proprietari rispettano le norme), la xenofobia non si capovolgerebbe in accettazione, ma, in maniera più elaborata, in richiesta marcata di assimilazione (e, in ultima analisi, di annacquamento dell'alterità, dei caratteri degli stranieri). Gli estranei sono "bravi" perché seguono i nostri regolamenti: hanno successo commerciale perché rispettano le norme da noi elaborate.


Difficile, per Kovačević, andare oltre questo piano di lettura. Solo indagini sociologiche sulle caratteristiche dei gruppi e degli individui che avevano ascoltato e ri-raccontato la storia avrebbero potuto dirci di più (e in particolare, svelare quale chiave di lettura era quella scelta).


Anche con questa avvertenza, tuttavia, le storie sui ristoranti stranieri in Serbia conserverebbero un tratto progressista, considerando l’identità come un fattore mobile.


Queste leggende non propugnano la tolleranza o l’Alterità degli Altri. Mostrano soltanto che gli Altri possono diventare Noi attraverso un addestramento che Noi imporremo, organizzeremo e al quale presiederemo, facendo sì che alla fine abbiano completamente ed interamente introiettato ogni regola di rilievo. Tuttavia, queste leggende escludono ogni idea essenzialista circa l’identità. La considerano suscettibile alla socializzazione (all’acculturazione, o all’assimilazione). L’identità non si acquisisce attraverso la nascita, il sangue, il colore della pelle, il latte materno o attraverso qualsiasi altra via di trasmissione essenzialista; invece, si tratta di un costrutto [...] che può essere imitato, adottato, appreso.

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