Mussolini e il libro rovesciato
- Redazione
- 14 gen
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Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo
Il 13 dicembre 2025 Mattia Madonia, direttore responsabile di The Vision, ha pubblicato su Facebook un bel post in cui discuteva il rapporto di Ernest Hemingway con l’Italia – un rapporto lungo e complesso – e, in particolare, il suo disprezzo per il fascismo. Disprezzo e distanza testimoniati con chiarezza da mille cose, nella vita di Hemingway, ma per Madonia raccontati in maniera icastica dallo scrittore americano sin dagli esordi del Mussolini primo ministro.
Mussolini, racconta Madonia, ai primi del 1923 è a Losanna. Da diversi mesi, nella città svizzera si svolge la conferenza che deciderà la sistemazione definitiva dei confini della giovane repubblica turca e dei territori del Vicino Oriente già parte del defunto Impero ottomano.
Il capo del fascismo è al governo da poco più di due mesi e mezzo, e suscita l’attenzione e la curiosità della stampa di mezzo mondo. Hemingway, giornalista già affermato e avvezzo all’Italia a causa del servizio militare nella Prima Guerra Mondiale, è lì anche per questo: raccontare al pubblico anglosassone il nuovo uomo forte di Roma.
Madonia presenta il lungo resoconto di Hemingway, spiegando che lo scrittore era l’inviato di un quotidiano allora importante, il Toronto Daily Star, per il quale lavorerà a lungo. Ecco il punto che ci interessa. Il neo-Duce, accogliendo i rappresentanti della stampa per un’intervista:
[…] fa entrare i giornalisti in una sala e non li degna di uno sguardo. Rimane dietro la scrivania a leggere un libro di notevoli dimensioni, vuole trasmettere l’aria dell’intellettuale, l’allure di cultura e saggezza che non gli è propria. Tra tutti i giornalisti, Hemingway è l’unico ad alzarsi. Si avvicina in punta di piedi alla scrivania, senza far rumore. È troppo curioso di sapere quale libro stia leggendo. Allunga il collo e trova la riposta: è un dizionario francese-italiano, ma girato al contrario. Hemingway riporta questo aneddoto nel suo articolo. Mussolini in seguito lo legge, si infuria e mette una croce sopra il giovane giornalista americano.
Dunque, la figuraccia fatta fare al dittatore provoca la reazione irata del tiranno, che, per conseguenza, dispone l’ostracismo contro l’oppositore del fascismo – tale fu Hemingway, senza alcun dubbio, sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Madonia porta l’aneddoto del “libro rovesciato” a simbolo del destino atroce che attende l’Italia, che si sta consegnando mani e piedi al fascismo. Chiude così, infatti, il suo intervento:
Ernest Hemingway ha combattuto contro il fascismo e il fascismo ha combattuto contro Ernest Hemingway. Tra censure, antipatie, morti e vendette, quel che resta è la rivincita di uno scrittore che dopo la guerra ha visto le sue opere riempire gli scaffali delle librerie in tutta Italia, e la consapevolezza di aver compreso prima degli altri che il fascismo non era altro che una storiaccia alla rovescia. Come quel libro davanti a Mussolini in Svizzera. Come lo stesso Duce a Piazzale Loreto.
Il sunto di Madonia è in sostanza corretto – soltanto, nel testo originale comparso il 27 gennaio 1923 sul Toronto Daily Star, il dizionario non è francese-italiano, ma francese-inglese.
Hemingway vuole mostrare al pubblico che l’italiano sbruffone sta bluffando, che si tratta di un pallone gonfiato, di uno che sbraita senza averne i mezzi. L’articolo si intitola Mussolini, il campione dei bluffatori europei (“Mussolini: Europe’s Prize Bluffer”). Visto quell’intento, l’aneddoto del vocabolario non è soltanto una curiosità: è la punta dell’intera narrazione. Il fatto che il dittatore riceva i giornalisti esteri reggendo in apparenza pensoso un dizionario – non un libro “vero”, magari un saggio di storia politica, o di economia, ma una specie di elenco telefonico, un testo di consultazione generale – per di più tenendolo al contrario, è la prova lampante, l’immagine necessaria del fatto che l’uomo del momento, il parvenu della politica europea post-bellica, è un buffone.
Ora, noi non siamo in grado di chiedere a Hemingway o a Mussolini un commento sulla realtà di quell’episodio. Quello che invece possiamo fare è discuterne le caratteristiche letterarie e la funzione narrativa. Il capo, violento e sbraitante, in realtà è un Cesare di cartapesta. Non riesce a tenere un libro nel verso giusto. In Italia, l’articolo di Hemingway comparve per la prima volta nel 1967, in un volume pubblicato da Mondadori sotto il titolo Dal nostro inviato Ernest Hemingway (le edizioni recenti recano un titolo più moderno, By-line). A testimonianza del rilievo simbolico della nostra storia, anche oggi Mondadori pubblicizza By-Line sottolineando che il libro contiene ritratti e interviste a vari politici, fra i quali, però, è menzionato per nome soltanto “un grottesco Mussolini”, con evidente riferimento al campione dei bluffatori del 1923.
Mussolini però non era un ignorante: aveva un diploma da maestro, era un giornalista di grande esperienza, e nel corso della vita scrisse libri di genere diverso; aveva una sua formazione radicata nelle idee politiche e sociologiche di inizio Ventesimo secolo. Ammesso che Hemingway non abbia inventato – non sempre, nella sua carriera di giornalista, ha scritto cose attendibili – si potrebbe ipotizzare che Mussolini volesse provocare i suoi interlocutori, facendosi trovare col libro al rovescio, assumendo una posa simil-futurista, oppure che si fosse seduto in fretta, afferrando un volume a caso. Impossibile, allo stato attuale, dare una risposta.
Però, il topos del capo supremo incolto – anzi, analfabeta – ha generato altri effetti ad altre latitudini e in contesti assai diversi. Ed è anche per questo, che il Mussolini col suo libro ci sembra dicano qualcosa in termini di immaginario politico moderno.
Bush e le favole al contrario
George Walker Bush (1946-) è stato presidente degli Stati Uniti per due mandati consecutivi, fra il 2001 e il 2009. Ha affrontato le conseguenze degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, ha deciso la guerra che ha portato alla fine del dittatore iracheno Saddam Hussein e alla sostanziale partizione dell’Iraq, ha visto l’America colpita dalla crisi finanziaria del 2008-2009. I suoi critici sono stati impietosi, e, più volte, lo hanno considerato una copia mal riuscita del padre, George H. Bush, alla Casa Bianca nei primi Anni 90. Ma Bush figlio è stato anche una vittima precoce di forme di manipolazione delle immagini ai nostri occhi ormai quasi ingenue, da propaganda politica tradizionale, ma che in realtà erano il preavviso di quanto sarebbe accaduto in seguito: la presenza ubiqua della capacità tecnica di generare testi, immagini, video e audio del tutto sovrapponibili a quelli “reali”.
Qui ci interessa un episodio della prima fase dei suoi due mandati: una foto che cominciò a circolare nella seconda metà dell’estate del 2002. Mostra Bush in una scuola, la George Sanchez Charter School di Houston, accanto a una bambina che tiene in mano un libro di racconti per l’infanzia. Bush è seduto, e anche lui ha fra le mani il libro – ma sembra tenerlo rovesciato, come se non capisse nemmeno di che cosa si tratta. Questo, presumibilmente, davanti a un pubblico, a fotografi e a giornalisti radunati in occasione di una sua visita alla scuola.

Dunque, il presidente degli Stati Uniti – si noti il punto – non tiene per il verso giusto un prodotto per bambini, un qualcosa di presumibilmente elementare. Il sotteso è questo: non è nemmeno in grado di capire un raccontino per scolaretti.
Mikkelson parte da una considerazione per certi versi simile a quelle che, sia pure su un piano meramente ipotetico, avevamo fatto per l’aneddoto raccontato da Hemingway. Anche se sul serio Bush jr avesse tenuto in mano un libro nel verso contrario, potrebbe anche essere accaduto che gli fosse stato passato un attimo prima, da qualche aiutante, nel senso “sbagliato”. Ma, in realtà, visto che -- al contrario dell’episodio del 1923 -- abbiamo una fotografia, a Mikkelson è stato facile di mostrare che l’immagine con Bush era stata manipolata, visto che la foto sulla quarta di copertina presente sul libro era speculare e non ruotata, come dovrebbe essere nella realtà. Lo dimostra lo stesso libro con la copertina in versione “corretta”, che poi è quello che sta reggendo la bambina in piedi accanto al presidente americano. Analisi analoga è stata fatta poco tempo dopo da Paolo Attivissimo sul suo blog.
Dal canto nostro, e pur ribadendo che nulla di definitivo è possibile dire sull’aneddoto mussoliniano, notiamo un’altra analogia strutturale presente nei due racconti. Nessuno dei due capi da prendere in giro ha in mano testi di alta cultura, o specialistici, ma soltanto volumi di uso generale, o magari volti a lettori di età giovanissima: il dizionario, oppure il libro di favole. Insomma, Mussolini e Bush appaiono quasi due infanti, neppure capaci di usare ciò che a un qualsiasi alunno risulterebbe ovvio, anzi, spontaneo.
Berlusconi e i libri finti
In mezzo a questi due aneddoti – uno (Bush) dimostratamente falso, l’altro (Mussolini) dallo status indecidibile, ma sospetto – sta come un macigno una vicenda vera, ma vera nel senso in cui lo è stato un caso di comunicazione mediatica efficace, studiata e voluta a tavolino, ma per la quale l’intenzione comunicativa è caratterizzata dall’ambiguità.
Stiamo parlando di uno degli eventi simbolici per la nascita del quadro politico e partitico italiano corrente: l’annuncio del 26 gennaio 1994 relativo all’ingresso diretto in politica di Silvio Berlusconi, fatto attraverso alcune mitologiche videocassette contenenti un discorso di poco più di nove minuti distribuite a telegiornali e reti tv di ogni tipo, di sua proprietà o che facevano capo ad altri gruppi, Rai compresa.
In quel discorso, soltanto in apparenza registrato in una delle residenze dell’imprenditore – ma in realtà realizzato in un deposito di Macherio, presso la villa brianzola storica residenza di Berlusconi – alle spalle dell’uomo nuovo della Terza Repubblica spiccano foto di famiglia e soprammobili. Però, assai più vistosa, c’è una libreria contenente un discreto numero di volumi. I libri appaiono in disordine, disposti in maniera tale da simularne l’utilizzo (“come fossero consultati spesso”, scriverà La Stampa vent’anni dopo). Tuttavia, quegli oggetti non sono finti, o impugnati malamente. Semplicemente, sono mimesis dell’idea classica della rappresentazione fotografica e filmica dell’uomo colto del Novecento: ripreso nel suo studio, seduto a una scrivania piena di carte, con file di libri alle sue spalle a fargli da testimone d’identità e di supposte, pensose riflessioni insorte intorno a quel tavolo.
Eppure, ben presto su quella scena si diffondono commenti, indiscrezioni e voci che intendono sottolineare il carattere di patacca dell’intera operazione: Berlusconi legge su un gobbo elettronico – un teleprompter – perché non è in grado di articolare quei, sia pur lineari, ragionamenti; l’atmosfera flou della ripresa è stata realizzata mettendo sulla telecamera una calza da donna velata; i libri vengono da qualche scatolone polveroso, e così via.
Da allora in poi, il meccanismo è innescato e Berlusconi e i suoi spin doctor, più o meno consapevolmente, non provano nemmeno a contrastarlo – anzi, mescolano ancora di più le carte sul Berlusconi falso/vero lettore di libri.
Il videomessaggio del 18 settembre 2013 – diciannove anni dopo quella del magazzino di Macherio – vede un Berlusconi ormai nella fase declinante della sua carriera politica e della sua energia fisica. Dietro di lui, file di libri con la costola bianca, e, sulla destra, alcuni rossi (probabilmente, una qualche opera enciclopedica dell’Istituto Treccani).
Stavolta, non avremmo nemmeno libri veri, sia pur radicalmente incompresi nei loro codici da chi li tiene a suo testimone: abbiamo, vuol dire la diceria, una sfilza di simulacri, di parodie del simbolo stesso dell’uomo colto della modernità – il libro.
Il parvenu, questo è il senso, non si perita nemmeno di fingere di guardare a un universo di parole scritte, sia pure nelle forme del dizionario o del libriccino di favole: mostra, orgoglioso, dietro di sé, nient’altro che una serie di arredi da mercato del mobile di cattiva qualità, o, al massimo, costole messe una vicina all’altra per dare un effetto monocromo, quello bianco, interrotto da uno differente, quello rosso (è la tesi di questo critico, per esempio, che ne legge il codice di falsità accostandolo a quello della libreria di un potenziale serial killer).
La questione che abbiamo inteso sollevare, dunque, non è tanto quella della presunta falsità della storia raccontata nel 1923 da Ernest Hemingway, ma quella dell’uso di un bellissimo aneddoto narrativo come chiave per la dimostrazione di una propria tesi. Vale per bersagli come Mussolini, per Bush figlio o per Berlusconi – vale anche per l’uso di storie esemplari presentate, in modo simile, per personaggi pubblici di segno politico del tutto differente da quello dei potenti di cui ci siamo occupati oggi. Ne parleremo in un prossimo futuro su queste pagine.
Immagine in evidenza: Mussolini sulla copertina del settimanale "Time" del 1° agosto 1923, pochi mesi dopo la storia del "libro rovesciato" - immagine in pubblico dominio.





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