Nénette e Rintintin, portafortuna di guerra
- Redazione
- 11 minuti fa
- Tempo di lettura: 8 min

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo
Chi è cresciuto in Italia in particolare tra la fine degli Anni 60 e gli Anni 80 del Novecento, dunque in piena esplosione della cultura pop, molto probabilmente ha incrociato, o addirittura si è appassionato alle serie televisive americane Rin Tin Tin, ambientate nel West ottocentesco e che avevano per protagonista un pastore tedesco dall’intelligenza superiore, Rin Tin Tin, appunto. Un attore-cane amatissimo – in realtà, il terzo di una serie di animali di quella razza, il primo dei quali aveva esordito al cinema nel 1922.
Il capostipite di quella dinastia aveva una provenienza assai particolare. Era stato ritrovato in Francia nel settembre del 1918 fra le macerie del fronte della Prima Guerra Mondiale da un caporale, Lee Duncan, che l’anno dopo lo aveva
portato con sé negli Stati Uniti, lo aveva addestrato, e, tempo dopo, lo aveva introdotto alla carriera cinematografica – star canina del cinema muto. Inizialmente chiamato “Rinty”, il pastore tedesco era diventato poi “Rin Tin Tin”, nome con cui lui e i suoi successori ottennero fama mondiale.
Un nome insolito, quasi un’onomatopea, si direbbe. Quello che ci interessa raccontare è l’origine di questo nome, e a quali dinamiche è legato.
Bamboline “porte-bonheur”
Rintintin, con, le sillabe tutte attaccate, era il nome di una bambolina, diventata nella Prima Guerra Mondiale una specie di portafortuna usata come amuleto anti-bombardamenti. I pupazzetti per la verità erano due: oltre a Rintintin c’era Nénette; erano maschio e femmina, ma i loro generi furono scambiati più volte.
Erano realizzati in lana, rigorosamente in coppia, in genere a opera di donne e bambini. Le fidanzate li mandavano ai loro cari al fronte, mentre i bambini li facevano per donarli a genitori e parenti. Secondo la voce che girava, avrebbero protetto il possessore da bombe e colpi di artiglieria. In alcuni casi, alla coppia di porte-bonheur veniva aggiunta anche una bambolina più piccola, chiamata Petit-Lardon o Radadou.
L’origine di questa tradizione è incerta: fra chi se ne è occupato, c’è chi li riconduce all’invenzione di una sartina francese, altri alla tradizione slava dei Martenitsa (due pupazzetti bianchi e rossi che venivano appesi a porte e rami con l’approssimarsi della primavera, e che come i nostri Nénette e Rintintin dovevano essere regalati, mai acquistati). Nel 1918, a Parigi, circolava anche una versione secondo cui le due figurette riproducevano una giovane coppia sfuggita al bombardamento della capitale francese da parte dei cannoni tedeschi.
La versione più accreditata, tuttavia, li vuole frutto dell’ingegno di Francisque Poulbot, un illustratore per bambini francese che nel 1913 aveva creato una coppia di bambole chiamate proprio Nénette e Rintintin – i soprannomi che lui e sua moglie si davano a vicenda. Le aveva create per contrastare le bambole prodotte in Germania, che avevano invaso il mercato subito prima della guerra, e le aveva commercializzate sotto forma di bamboline dalla testa di porcellana. Tuttavia, le modalità del passaggio da quella forma a quella dei più semplici manichini fatti in lana rimangono problematiche. Certo è che verso la fine della guerra divennero popolari sino al punto che la loro immagine veniva riprodotta anche su cartoline e biglietti di auguri.
Pupazzi fortunati
Il 24 giugno del 1918, l’agenzia Associated Press diffuse in mezzo mondo un suo dispaccio proveniente da Parigi. Spiegava che, quasi all’istante, nella capitale francese erano comparse due nuove celebrità, Nénette e Rintintin. Dopo averne descritto l’aspetto, il dispaccio spiegava che erano inseparabili, e che erano due prodotti semplicissimi, fatti con qualche capo di lana e di seta.
Senza la minima vergogna, le donne li portano al collo e gli uomini li celano nei pantaloni, perché sono una protezione contro i bombardamenti aerei e i cannoni a lunga portata. Nessuno sembra sapere con precisione da dove arrivano. Qualcuno dice che sono frutto della mente e delle mani di un’assai attiva commessa e che è stata lei a darle i nomignoli di due profughi provenienti dalla città di Amiens. La regola fondamentale da osservare quando si acquisisce questa magnifica coppia è di non acquistarli, altrimenti invece che dei talismani diventeranno degli apportatori di sfortuna. La seconda regola è che devono esser stati fatti dalla donna che ve li dà, altrimenti vi potrebbe capitare di tutto.
Una ricca messe di informazioni: origine in apparenza sconosciuta, protettivi contro le armi più moderne del nemico, ma destinati a perdere efficacia, o, addirittura a diventare porta-sfortuna se non acquisiti in maniera corretta. Le fonti francesi del tempo sembrano confermare che Nénette e Rintintin diventarono due talismani nel corso dell’ultimo anno di guerra, non prima.
Fra tutti i riferimenti disponibili, uno ci è parso particolarmente interessante. Si tratta di un articolo apparso su L’Intermède il 6 luglio del 1918. Questo periodico non era una rivista come le altre: era un notiziario che i tedeschi avevano permesso di stampare a una redazione di prigionieri di guerra. La redazione e la piccola stamperia si trovavano nel campo di detenzione di Würzburg, in Baviera. Certifica che la presenza dei due fantocci era ubiqua non solo a Parigi, ma tra i militari al fronte, e persino fra quelli caduti in mano nemica. Uno dei detenuti, scriveva l’autore del pezzo, Maurice Lasfargues, riceveva regolarmente i due pupazzi attraverso la posta che i familiari potevano inviargli attraverso i canali della Croce Rossa, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra.
Accuratamente descritti nell’aspetto, i due fantocci erano legati fra loro da un filo attaccato alla testa. Quel legame “intellettuale” testimoniato dal punto del corpo che li connetteva, per Lasfargues ne testimoniava l’origine “divina” – del resto, servivano a proteggere dai destini che la guerra poteva riservare agli abitanti di Parigi. Era un nuovo talismano fra i tanti, spiegava Lasfargues elencandone altri, e, fra di essi, un curioso “quadrupede peloso che ornava automobili e aeroplani”, a confermarne la natura recente.
Anche in questo caso, l’articolo pensava che i pupazzi fossero sorti dalla fantasia di un solo individuo, magari il già menzionato disegnatore e vetrinista Francisque Poulbot, oppure all’idea di un grande magazzino che ne aveva già fatto scorta, consapevole del successo colossale che avrebbero avuto i due fantocci. A ogni modo, a Parigi lo si vedeva dappertutto e, confermava Lasfargues, veniva regolarmente spedito anche ai prigionieri di guerra del campo bavarese. Evidentemente costretto dalle circostanze – lavorava a un notiziario controllato dai tedeschi – Lasfargues non esitava a prendere in giro la “stupidità” dei parigini, pur concludendo che, tutto sommato, anche nelle circostanze in cui si trovavano era meglio mantenere il buonumore.
Anche in Italia
Probabilmente Nénette e Rintintin, oltre che nella loro patria francese, ebbero fortuna in diversi paesi legati all’Intesa che si contrapponeva alle potenze centro-europee e alla Turchia. Di sicuro, fu così anche per l’Italia.
Da La Stampa e dalla Gazzetta del Popolo rispettivamente del 20 e del 24 gennaio 1923, per esempio, sappiamo che l’utilizzo apotropaico dei due fantocci fu discusso, probabilmente pochi giorni prima, dal quotidiano napoletano Il Giorno, della cui versione originale non disponiamo, ma che era diretto dalla scrittrice Matilde Serao, allora popolarissimo. Non escludiamo che sia stata lei stessa ad intervenire al riguardo. Stando al Giorno, l’uso dei due “feticci di guerra” si era diffuso da noi nell’ultimo anno del conflitto, cioè nel 1918, quando, con il rapido progresso dei primi bombardieri pesanti, le incursioni aeree sulle città italiane si erano fatte assai più insidiose rispetto all’inizio della guerra – basti pensare all’uso dei Gotha G.IV, o del dirigibile Zeppelin LZ 104, in grado di volare dalla Bulgaria sino al cielo di Napoli.
I due “fantaccini di seta”, diffusissimi, si portavano da noi “appesi all’occhiello, al bavero di pelliccia o al manicotto”.
Gli è che in fondo a questa bizzarra moda del feticcio c’era la paura (naturale e umana…) delle bombe notturne. Il feticcio aereo costituito dai due piccoli fantocci, molto rudimentali, era lavorato con la seta o con la lana. Tutte le donne, allora – nota il Giorno – si dettero a copiare il modelluccio che veniva di Francia e tutte le fanciulle tessevano questi pupazzetti porte-bonheur, a buon mercato. Chi l’aveva inventato? Una bizzarra midinette [sartina, N.d.R.] parigina, per combattere la tristezza del tempo e dell’ora, servendosi di una gugliata di seta, in quel suo atelier, dove si arrivano persino a confezionare toilettes speciali per scendere in cantina, al sicuro, si diceva, dalle bombe devastatrici…
Malgrado questa sia una fonte posteriore alla guerra, non ci sono dubbi che da noi Nénette e Rintintin fossero già noti mentre la conflagrazione mondiale era ancora in corso. Per esempio, nel suo volume del 1918 (p. 691), in un numero uscito poco prima della fine della guerra, l’organo della congregazione cattolica dei Missionari Vincenziani, gli Annali della Congregazione della Missione, ne constatavano l’uso “da talismani” che se ne faceva. Anche questa fonte segnalava il loro uso come protezione “dai colpi di Berta”, cioè dal tiro dei super-cannoni di grande calibro da 210 mm che nella primavera e nell’estate di quell’anno furono in grado di sparare circa ottocento colpi sulla capitale francese, da una distanza di 130 km – più con effetti psicologici, che altro.
Nel 1921, in un testo fondamentale come Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra, Marc Bloch prendeva i due pupazzi a esempio dell’atteggiamento razionalizzante di alcuni critici di fronte alle leggende diffuse durante la guerra. Bloch citava in particolare il caso di Albert Dauzat con il suo volumetto Légendes, prophéties et superstitions de la guerre (1919, p. 131) che, in modo simile a quello che facevano i filosofi settecenteschi, attribuiva credenze e dicerie a “finzioni abilmente inventate da uomini ingegnosi”. E che, piuttosto che ritenerlo frutto di processi collettivi e spontanei, assegnava il successo di Nénette e Rintintin al tentativo di lanciare un prodotto – al marketing, diremmo oggi.
Nel 1949 ne accennò anche Pitigrilli, alias Dino Segre, nel suo libro di memorie Pitigrilli parla di Pitigrilli (Sonzogno, Milano, pp. 19-20): giovane giornalista di successo, nel 1918 qualcuno gli aveva proposto un articolo a effetto sulla mania del momento.
L’analisi di Owen Davies
Non ci sono dubbi sul fatto che l’analisi più ampia della fortuna di Nénette e Rintintin sia quella condotta dallo storico inglese Owen Davies nel suo fondamentale lavoro sul leggendario nella Prima Guerra Mondiale, A Supernatural War (Oxford University Press, 2018, pp. 168-173).
Uno dei massimi poeti del tempo come Apollinaire, ricorda Davies, giunse a definire i due fantocci come “i primi dèi creati dal Ventesimo secolo”. Davies attribuisce in larga parte il fascino dei due amuleti alla molteplicità delle voci che correvano circa la loro genesi. Nénette e Rintintin potevano essere, ad esempio, il regalo fatto ad alcuni soldati francesi al fronte, da parte di due bambini con questi nomi da loro salvati fra le macerie dei bombardamenti – e che aveva poi portato fortuna al reggimento cui appartenevano i salvatori; oppure, potevano essere due gemellini nati prematuri come conseguenza del terrore per i bombardieri pesanti Gotha su Parigi; e così via...
Anche Davies, comunque, oltre ad assegnare la comparsa dei due pupazzetti alla Parigi della primavera del 1918, li considera una creazione collettiva, non il frutto di un evento puntuale dovuto a individui o a imprese. Anche gli aviatori francesi in volo sulle linee nemiche li portavano su di sé. La stampa austriaca, tedesca e ungherese reagì rapidamente volgendo la storia a proprio vantaggio: i francesi erano terrorizzati, e per questo cercavano rifugio nelle superstizioni – e di questa linea interpretativa si vede un po’ l’eco nell’articolo di Lasfargues scritto in campo di concentramento che abbiamo già visto.
In luglio, comunque, la mania arrivò anche in Inghilterra. La stampa americana se ne occupò a lungo, spesso – e comprensibilmente – rovesciando il giudizio dei periodici dei paesi della Triplice Intesa: la comparsa delle bamboline non era frutto del terrore, ma della leggerezza e della gioia di vivere con cui i francesi riuscivano a prendere un po’ tutto. Comparvero prodotti di ogni genere ispirati ai due piccoli portafortuna, e negli Stati Uniti se ne ebbero numerose imitazioni e versioni in latta e in altri materiali, nella speranza di un successo commerciale guidato ma altrettanto rilevante di quello spontaneo dei pupazzetti francesi.
Infine, non ci sono dubbi: le autorità ecclesiastiche di ogni confessione, sia cattolica, sia protestanti, disapprovarono in modo più o meno veemente l’utilizzo dei due amuleti. Come abbiamo mostrato in un nostro lavoro apparso sulla rivista Quaderni di semantica (vol. 5, 2019, pp. 27-67), stessa cosa fecero a partire dal 1905 i religiosi delle varie chiese a proposito delle preghiere a catena inviate per via postale, quelle che alla fine degli Anni 20 in Italia cominceremo a chiamare “catene di sant’Antonio”. In maniera analoga, anche le due bamboline erano da considerarsi detestabili per la pietà cristiana. Per esser salvi dalle bombe nemiche era necessario invocare Dio, non confidare in Nénette e Rintintin.
Immagine in evidenza: Rintintin et Nénette, di Francisque Poulbot (sSource gallica.bnf.fr / Bibliothèque nationale de France), immagine rilasciata in licenza CC0, via Wikimedia




Commenti