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Quella moneta mi sta dicendo qualcosa


Articolo di Sofia Lincos


La Corea del Sud è uno scrigno di leggende metropolitane horror: fantasmi assassini, vicende di serial killer e inquietanti contaminazioni vanno a comporre il quadro di un ricco folklore locale. Negli anni Novanta, una di queste dicerie coinvolse i won, la valuta di quel Paese. Un riassunto della leggenda è stato presentato nel 2014 su CoinTalk, un forum di numismatica a cui partecipano utenti da tutto il mondo:


Anni fa, un certo "Mr. Kim", presidente della Korea Minting and Security Printing Corporation (la Zecca coreana, o KOMSCO), era via dalla Corea per un viaggio d'affari all'estero. Mentre era lontano, sua figlia, Kim Min-ji, fu rapita e uccisa (e anche smembrata). Il suo assassino non fu mai catturato. Per placare il fantasma della figlia morta, il presidente della Zecca si mise in combutta con altri per inserire nei disegni della valuta coniata varie rappresentazioni delle parti del corpo della figlia e altri indizi su questa storia. Come una cosa del genere possa placare un fantasma, non saprei.

Secondo la leggenda, la realtà del racconto sarebbe corroborato dai numerosissimi indizi rinvenibili sulle monete e sulle banconote sudcoreane. Qualche esempio?


  • Moneta da 10 won: voltando di lato l’immagine, che raffigura la pagoda Dabo a Gyeongju, sarebbe possibile leggere la parola Kim in caratteri coreani;

  • Moneta da 50 won: la pianta di riso presenta una foglia ripiegata che rappresenterebbe una falce, l’arma del delitto e del successivo smembramento (secondo un’altra interpretazione, in più, il numero di chicchi di riso sarebbe un legato in qualche modo agli anni di Min al momento della sua uccisione);

  • Moneta da 100 won: raffigura l’eroe nazionale coreano Yi Sun-sin (un ammiraglio che, nel Sedicesimo secolo, fermò la flotta giapponese pronta a invadere la Corea). Nella barba del militare, guardata al contrario, si nasconderebbe la capigliatura di Min;

  • Moneta da 500 won: il disegno rappresenta una gru che vola in cielo, ma a ben guardare le zampe tese dell’animale sembrano in tutto e per tutto simili a due braccia umane;

  • Banconota da 1000 won: nel disegno è visibile un vaso con un bastone: a un’estremità di quest’oggetto sarebbe possibile leggere la parola Min, nell’alfabeto latino;

  • Banconota da 5000 won: sul recto (la faccia posteriore) c’è una pietra su cui sarebbe incisa la parola “ji” in caratteri cinesi;

  • Banconota da 10.000 won: raffigura re Sejong il Grande, che regnò dal 1418 al 1450 rafforzando il confucianesimo e incoraggiando il progresso scientifico. Nella manica destra del suo vestito, secondo la leggenda, sarebbero rappresentati i piedi di Min.

Su questo sito, alcune delle immagini incriminate: tanta fantasia e un pizzico di pareidolia, e il gioco è fatto.


Stando sempre a Coin Talk la leggenda, comunque, sarebbe stata smentita anche dalle autorità coreane:


[cit]Alla Zecca coreana è stato chiesto di commentare le accuse secondo cui l’ex-presidente avrebbe inserito questi disegni nella valuta del paese. La Zecca ha risposto che la storia non ha fondamento e che il presidente della Zecca non ha tanto controllo sui progetti quanto ne richiederebbe questa leggenda metropolitana.[fine cit]


La serie di monete e banconote rimase sostanzialmente immutata dal 1983 al 2006. Poi, nel 2007, i disegni cambiarono e il “fantasma dei won” trovò finalmente pace.


Le leggende legate a simboli segreti sparsi per le valute di tutto il mondo hanno una storia lunghissima, che va dalle 50 rupie delle Seychelles stampate tra il 1968 e 1973, che conterrebbero la parola SEX celata tra le foglie delle palme, alla serie del 1954 di dollari del Canada, dove, nella capigliatura della regina Elisabetta, in molti ravvisarono la presenza di un demone.


In fondo, il “ritrovamento” di simboli sulle banconote non stupisce neanche troppo: si tratta di oggetti che tutti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e in cui chiunque può “scoprire” prove delle proprie teorie, se solo le si guarda con l’occhio del cospirazionista. Vi risparmiamo le storie dei numerosissimi simboli - più o meno conosciuti - che si troverebbero sulla banconota americana da un dollaro (alcuni davvero presenti, altri frutto di pura fantasia o dovuti a un accurato lavoro di Photoshop). Un caso particolarmente eclatante si ebbe negli Stati Uniti nel 1948. All’epoca, la grande paura americana era che i politici fossero segretamente in combutta con l’Unione sovietica comunista. Da queste dicerie non uscì indenne nemmeno Franklin Delano Roosevelt: non gli erano stati perdonati, oltre all’alleanza con Stalin per sconfiggere il nazismo, le scelte macroeconomiche fatte con il New Deal (cioè la scelta di far ripartire il Paese, dopo la crisi del 1929, con un forte intervento pubblico sull’economia nazionale). L’anno dopo la sua morte, avvenuta nell’aprile del 1945, si iniziò a coniare in sua memoria una moneta da 10 centesimi di dollari, il cosiddetto “Roosevelt dime”, che portava su un verso il profilo dell’ex-presidente.


Poco dopo la sua comparsa, cominciò a circolare una voce: quella moneta conteneva un chiaro riferimento a Stalin, ad indicare la sudditanza di Roosevelt verso il leader sovietico. Al di sotto del volto del politico si poteva infatti leggere la sigla JS, evidentemente le iniziali di Josif Stalin! Le voci si fecero particolarmente insistenti, finché il 5 marzo 1948 la direttrice della Zecca, Nellie Tayloe Ross, le smentì ufficialmente: le lettere JS stavano per John Sinnock, il bozzettista che aveva vinto il concorso per il disegno della moneta, da poco scomparso. Sinnock, tra l’altro, aveva creato anche la Purple Heart, la medaglia al valor militare che riconosceva il coraggio dei soldati americani in guerra. Altro che agenti sovietici infiltrati nella produzione delle monete statunitensi!


La stessa diceria si ripresentò qualche anno più tardi, quando nel 1964 vide la luce il mezzo dollaro dedicato al presidente John F. Kennedy, ucciso l’anno prima. Quella volta, al di sotto del volto figuravano le lettere GR, che qualcuno interpretò come una falce e un martello. Si trattava invece, di nuovo, della firma del bozzettista, in questa occasione Gilroy Robert.


Altro episodio celebre è quello della cosiddetta “banconota del vampiro” da diecimila marchi, stampata in Germania a partire dal 1922. Uscita sconfitta dalla Prima Guerra Mondiale, la Repubblica di Weimar stava vivendo un periodo di fortissima inflazione, che per alcuni anni costrinse la Reichsbank a stampare diverse serie di banconote, fino a quando, nel 1923, non emise una nuova valuta. L’immagine scelta per i diecimila marchi rappresentava il “Ritratto di giovane uomo” di Albrecht Dürer. Nella riproduzione era particolarmente visibile il “segno” sul collo dell’uomo. Molti tedeschi affermarono di aver riconosciuto nell’immagine una figura vampiresca che succhiava il sangue dal giovane: un riferimento, per molti, alla Francia, che stava “dissanguando” l’economia tedesca con le condizioni esose imposte dai risarcimenti pattuiti con la stipula del trattato di pace di Versailles, firmato nel 1919.


In tempi più recenti i cospirazionisti hanno allungato il tiro e hanno cercato sulle banconote prove e simbologie in grado di confermare praticamente qualsiasi teoria del complotto, anche delle più bizzarre. Nel 2001, ad esempio, si diffuse l’idea che la banconota da venti dollari degli Stati Uniti, opportunamente piegata, fornisse una rappresentazione dell’attacco terroristico dell’11 settembre e del nome di Osama Bin Laden. In anni più prossimi, invece, le attenzioni si sono concentrate sulla moneta da dieci franchi svizzeri dedicata al matematico Eulero, che presenterebbe, a seconda delle versioni, riferimenti all’immaginario pianeta Nibiru o alla cometa Elenin. Neanche l’euro, inutile dirlo, è rimasto immune dalle dicerie: la moneta da due euro presenterebbe, agli occhi dei complottisti, evidenti simboli satanici e fallici.


L’ultimo episodio di “messaggi segreti” trovati sulle banconote è conseguenza dell’attuale pandemia: si tratta, questa volta, della nuova banconota inglese da venti sterline, emessa nel 2020 e dedicata al pittore Joseph Turner. Ma lì sopra - si dice - è anche rappresentata una torre della rete 5G, sormontata dall’immagine del virus del Covid-19 in versione stilizzata. Un chiaro riferimento, secondo alcuni siti web, al fatto che la malattia sarebbe dovuta alle emissioni elettromagnetiche. Non ci vuol molto, in realtà, a scoprire che la torre rappresenta il faro di Margate, nella contea del Kent, dove il pittore lavorò a lungo e dove dipinse molti dei suoi capolavori. L’edificio alle spalle della torre, invece, è la galleria di arte moderna della cittadina. Si scoprirà pure che che il “virus” non è altro che una rappresentazione stilizzata della scalinata del Tate Museum di Londra.


Come sempre accade, il complotto è nell’occhio di chi guarda, e la pareidolia dà una mano a chi vuole a tutti i costi dimostrare una propria idea. Quello che stupisce, semmai, è l’assenza di una motivazione plausibile per il collocamento di questi messaggi nascosti. Se nella storia dell’omicidio dei won si cerca di giustificare in qualche modo la storia ipotizzando un padre sconvolto dal dolore o un fantasma senza pace, nella maggior parte delle altre teorie del complotto verrebbe da chiedersi: perché i poteri forti dovrebbero mostrare al mondo i loro piani spiattellando tutto su banconote e monete? Forse per permettere di riempire pagine e pagine web con “rivelazioni” fatte battendo sulla tastiera dalla scrivania di casa propria?


Molto meglio, tutto sommato, la leggenda coreana di Min-ji: un’innocua creepypasta senza troppe pretese, e senza il fastidio di sordidi complotti alle spalle.


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