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Vero verissimo! Hans Christian Andersen e i rumors/ 1


Articolo di Sofia Lincos


Hans Christian Andersen è uno dei “mostri sacri” della letteratura per l’infanzia, con storie che tutti abbiamo conosciuto e amato… Fiabe come Il brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia o La sirenetta, tutte accompagnate da quella vena di tristezza di fondo che è la sua cifra stilistica.


Lo scrittore danese ebbe infatti una vita non facile, trascorse l’infanzia nella miseria e si sentì per tutta la vita un outsider della società.


A differenza dei fratelli Grimm, che furono studiosi di folklore e raccolsero la maggior parte delle loro opere dalle leggende popolari tedesche, Andersen solo in pochissimi casi utilizzò integralmente motivi della tradizione danese.


A questa categoria appartengono La principessa sul pisello e I vestiti nuovi dell’imperatore. Il più delle volte si limitò a usare personaggi o ambientazioni popolari per costruire storie del tutto nuove.


Come spiegò nella prefazione a Fiabe (Einaudi, 1970) uno dei protagonisti della letteratura europea per bambini, Gianni Rodari:


Le fiabe dei Grimm scendono, o salgono, dalla più lontana preistoria, diciamo all’ingrosso indoeuropea: quelle di Andersen nascono nella storia e nella letteratura direttamente, quasi tutte senza aver prima attraversato millenni e frontiere per incarnarsi nella lingua danese.

La nostra attenzione è stata attratta da un racconto di Andersen che ha per tema la trasmissione orale dei racconti e che forse voleva prendere in giro anche il mondo del giornalismo, diventato sempre più importante a partire dall’Ottocento. Gli appassionati di leggende metropolitane lo troveranno senza dubbio interessante.


Si tratta di Vero verissimo! (Det er ganske vist!, tradotto anche come È proprio vero!), che uscì per la prima volta il 5 aprile 1852 nella raccolta Historier. Første Samling. (Racconti. Prima raccolta).


La novella, molto breve, la possiamo leggere qui di seguito.



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“Ah, che cosa orribile!” disse una gallina; e lo disse all’altro capo del villaggio, non in quella parte dove la cosa era accaduta. "Che orrore fu quello, laggiù, nel pollaio! Stanotte non mi arrischierei di certo a dormire sola! Buon per me che siamo in tanti, qui appollaiati!" E raccontò una storia, che fece rizzare le penne a tutti i presenti, e il gallo, a sentirla, lasciò cadere la cresta, floscia floscia. Ma era una storia vera verissima!


Noi, però, la principieremo dal principio, e il principio, fu in quell’altro pollaio, a quell’altro capo del villaggio. Il sole era al tramonto, e gli abitatori del pollaio erano entrati per mettersi a dormire. Era tra loro una gallina bianca, con le zampine corte corte, che deponeva il suo numero regolare di ova, - una gallina rispettabilissima, sotto ogni riguardo. Quando si fu appollaiata nel suo cantuccio, si ripulì leggermente col becco, ed una piccola piuma bianca le si staccò dal petto.


"Eccola andata!" - fece la gallina. "Più mi becco, e più bella divento!" - e lo disse per ischerzo, perché era sempre di buon umore e le piaceva scherzare, sebbene fosse, come ho detto, una gallina per bene e veramente rispettabile. Poi si addormentò.


Tutto all’intorno era buio: le galline erano lì l’una accanto all’altra; ma quella che nella fila veniva subito appresso alla gallina bianca, non dormiva: udiva e non udiva, come si dovrebbe far sempre a questo mondo, se si vuol vivere in quiete; ma non potè trattenersi dal ripeterlo alla sua vicina.


"Hai sentito quel che fu detto poco fa? Io non faccio nomi, nè voglio farne; ma c’è una gallina qua dentro, la quale dice che si strappa le penne puramente per parere più bella. Se fossi io il gallo, la disprezzerei!"


Giusto sopra al pollaio abitava la Civetta, col marito e i figliuoli: la famiglia aveva buoni orecchi, e tutti sentirono quello che la comare Gallina aveva detto, e sgranarono tanto d’occhi; e mamma Civetta si fece vento con le ali:


"Non date ascolto a queste brutte cose! Ma pur troppo, già, le avrete udite. Le ho udite io stessa con i miei proprii orecchi... e davvero che se ne senton di belle, prima di mutarli, gli orecchi! C’è tra quelle galline una civettuola svergognata, che dimentica le regole della convenienza al punto da spogliarsi di tutte le penne, per parere più bella!"


"Badiamo! il tetto è basso!..." - disse babbo Gufo, accennando ai piccini che stavano ad ascoltare.


"Bisogna che lo racconti alla nostra vicina: è una civetta così a modo..." - E volò via.

"Uh, uuh! Uh, uuh!" fecero le due civette, ferme dinanzi alla piccionaia, chiamando i piccioni che stavano dentro: "Avete sentito? Uh, c’è una gallina che s’è strappata tutte le penne per amore del gallo. È tutta gelata... Morirà d’infreddatura, se non è già morta ora che parliamo. Uh!"


"Uh, uh!" - fecero i piccioni: "Dove? dove? dove?" "Nel pollaio di contro. Posso dire che l’ho quasi veduta co’ miei occhi. È una storia che nemmeno sarebbe da ripetere; ma è vera verissima." "Uh, certo, certo! Non c’è sillaba che non sia vera!" - dissero i piccioni; e tubarono la notizia nel pollaio ch’era sotto la loro piccionaia: "C’è stata una gallina (e chi dice che fossero due...) che si spennò tutta, per apparire diversa dalle altre ed attirare l’attenzione del gallo. Ma è un gioco pericoloso, perchè c’è da buscarsi un colpo d’aria, e da morire di febbre reumatica. In fatti, tutte e due sono morte!"


"Chicchirichiii! Su, destatevi!" - cantò il gallo, e volò sullo steccato; aveva ancora gli occhi imbambolati dal sonno, ma cantava egualmente: "Tre galline sono morte d’amore, d’una passione infelice per un gallo. Si sono strappate tutte le penne ad una ad una. Ah, è una storia terribile! Non posso tenerla per me solo: bisogna portarla in giro."


"Bisogna diffonderla!" - strillarono i pipistrelli; e le galline schiamazzarono, e i galli cantarono. "Diffonderla! diffonderla! Chicchirichiii!" E la notizia si diffuse di pollaio in pollaio, e alla fine tornò a quel primo pollaio dond’era partita. "Cinque galline," dicevasi, "s’erano tutte spennate, a fine di vedere quale tra loro si fosse ridotta più magra e consunta dal grande amore per il gallo: poi avevano leticato tra loro, e s’erano beccate a sangue, ed eran cadute a terra morte, a grande vergogna e sventura delle loro povere famiglie, a grande danno del proprietario."


La gallina bianca, che aveva perduta una piccola penna dal petto, non riconobbe, naturalmente, la propria storia; e poi che era, come abbiamo detto, una gallina molto rispettabile; ne fu indignata: "Per me, le giudico spregevoli!" - disse: "Ma, pur troppo, di quel genere lì ce n’è molte più che non si creda. Non bisognerebbe che una storia simile passasse sotto silenzio. Per conto mio, farò tutto quanto posso perchè sia stampata sui giornali, e diffusa per tutto il paese. Tanto le galline, quanto le loro famiglie, non avranno se non quello che si meritano."


La storia, infatti, fu stampata e pubblicata sui giornali; - e che una piccola penna possa gonfiarsi, allungarsi, metter le frangie, sino a divenir cinque galline... questo, ve lo assicuro, è vero verissimo.


(Versione tratta da 40 Novelle di Hans Christian Andersen, traduzione di Maria Pezzè Pascolato, Ulrico Hoepli, Milano, 1941).


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Intanto riflettete sulla storia, se volete. La prossima volta vi dirò qualcosa su ciò che me ne pare dal punto di vista delle leggende contemporanee.


(1 - continua)

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