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Voci infondate e disordini in Inghilterra



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Scrive il sociologo Robert Bartholomew nel suo Outbreak! The Encyclopedia of Extraordinary Social Behavior (2009) che, fra tutte le forme di caos sociale, i disordini messi in atto da gruppi più o meno numerosi sono fra quelli più temuti, perché alludono o rendono concreto, per brevi periodi, il crollo generale di un ordine sociale più o meno condiviso.


Bartholomew fa notare che, dal punto di vista sociologico, è possibile raggruppare i disordini in quattro grandi tipi. I disordini intercomunitari (tra gruppi divisi lungo linee etniche o religiose); i disordini per i beni (causati dalla mancanza e dalla caccia a oggetti e beni di consumo o di prima necessità); quelli di protesta (per motivi politici, che di solito vedono scontri violenti con le forze dell’ordine); e, infine, i disordini legati a festeggiamenti (quelli in cui occasioni di gioia collettiva e di celebrazione si trasformano in violenze, saccheggi, ubriacature moleste di massa).


Un episodio recente verificatosi in Inghilterra appartiene con chiarezza alla prima categoria. Ci riguarda da vicino perché se è plausibile che stereotipi, false notizie, leggende di ogni tipo, pregiudizi e discorsi collettivi basati su informazioni precarie giochino sempre un ruolo importante in queste vicende, stavolta si direbbe che una serie di voci infondate siano state davvero determinanti nel provocare scontri fra due comunità religiose diverse.


Avevamo già descritto un episodio risalente all’America degli anni ‘60, nel quale si diffuse il panico perché in una cittadina dello Utah si riteneva imminente l’arrivo di una vera e propria marea di teppisti e devastatori di estrema sinistra, senza che mai vi fosse all’orizzonte nemmeno l’ombra di qualcosa di simile.


Stavolta però i disordini - strettamente connessi alla circolazione di voci e falsi - ci sono stati davvero. Ne è stata teatro Leicester, città dell’Inghilterra centrale di 360.000 abitanti, capoluogo di contea e grande centro industriale.


Un’onda che cresce


Due servizi dell’ente radiotelevisivo pubblico britannico, BBC Trending e BBC Monitoring hanno condotto un ottimo lavoro per cercare di capire il ruolo che fake news e dicerie hanno avuto nel far precipitare tensioni interteniche già ben presenti a Leicester, tra la comunità induista (di origine indiana) e quella musulmana (in primis pakistani). Queste tensioni sono sfociate in un fine settimana di disordini e saccheggi, sabato 17 e domenica 18 settembre 2022.


La ricostruzione operata dagli inquirenti della BBC mostra che, a posteriori, parecchi membri delle comunità coinvolte nei disordini hanno additato una diceria specifica come motore dell’esplosione, i cui segni premonitori - peraltro - si erano già manifestati da tempo.


Il 12 settembre, su Facebook, il presunto padre di una una ragazza musulmana di Leicester aveva scritto che sua figlia, una quindicenne, era sfuggita a malapena a un tentativo di rapimento da parte di tre uomini indiani che le avevano chiesto in modo esplicito se fosse musulmana. Il post era stato ripreso su Twitter il giorno successivo (il 13) da un attivista musulmano che, per di più, aggiungeva che la Polizia aveva confermato la notizia. A questo punto in città sarebbe partito il passaparola, che avrebbe agito in modo potente ma parallelo al traffico della storia su Twitter (dove rapidamente aveva ricevuto centinaia di like). Il giorno dopo la Polizia ha emesso un comunicato dichiarando che non era accaduto nulla del genere, e l’attivista è corso a cancellare il suo post originario.


La cosa da notare è che né il comunicato né la cancellazione, a quanto pare, sono state in grado di fermare il processo di discussione collettiva ormai iniziato. Lo conferma lo stesso tono preoccupato del comunicato della Polizia, secondo cui erano in corso continui incontri tra le autorità e i leader delle due comunità nel tentativo d’interrompere la spirale delle dicerie. La situazione, insomma, era in movimento


Secondo l’indagine della BBC, nelle stesse ore su Instagram e su WhatsApp venivano scambiati e rilanciati centinaia di migliaia di messaggi sulla storia del presunto rapimento.


La situazione, come detto, da alcuni episodi minori è precipitata fra il 17 e il 18 settembre, con scontri fra gruppi di giovani, atti di vandalismo, saccheggi e decine di arresti. Almeno 25 agenti sono rimasti contusi. Poi, com’è tipico di questi eventi, la tensione è crollata quasi di colpo. Lunedì 19 il sindaco di Leicester, Sir Peter Soulsby, ha dichiarato in modo esplicito che la causa immediata era da ricercare nelle false notizie. D’altro canto, una delle persone processate per direttissima ha detto al giudice che era stato spinto ad agire e a scendere in strada armato di un coltello perché influenzato in modo determinante dai social media.


L’analisi della BBC ha indagato due ulteriori eventi come possibili cause remote dell’ondata di voci e dei conseguenti disordini: la sconfitta subita dal Pakistan da parte dell’India nel corso della partita di cricket della Asia Cup giocata il 28 agosto, e, ancora prima, il 22 maggio, la circolazione di un video ambiguo e di cattiva qualità che mostrerebbe un pakistano inseguito in una strada di Leicester da un gruppo di estremisti di destra indù.


Un altro dato rilevante. Il processo di discussione collettiva, anche del tipo bocca a bocca, per la BBC è testimoniato dal fatto che una parte notevole del traffico social su queste dicerie è stato originato da account di utenti situati in India. In altri termini, grazie ai social, si sarebbero creati due mercati paralleli dello scambio delle voci e delle interpretazioni: quello localizzato intorno a Leicester, e quello che ha avuto per centro diverse aree dell’India. L’una ha influenzato l’altra ma, per le specificità sociali ed economiche dei luoghi, questa tempesta è precipitata in una serie di disordini basati su eventi mai accaduti soltanto nella lontanissima Leicester.


Immagine in evidenza: vista aerea di Leicester. Foto di DougPr - Wikimedia Commons - Licenza Creative CommonsCC0 1.0 Universal Public



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