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"Benvenuto nell'AIDS", versione 2021



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


A volte ritornano… Da un paio di giorni, a Bologna, circola una voce: soggetti armati di siringa infetta circolerebbero per le discoteche della città, con l'intenzione di diffondere, tramite una puntura, il virus dell'Hiv. A parlarne è l’edizione locale del Quotidiano Nazionale - Il Resto del Carlino, che la mattina di martedì 30 novembre ha pubblicato un breve articolo di Amalia Apicella e Francesco Zuppiroli. Secondo i due giornalisti, la voce sarebbe veicolata tramite messaggio audio, e l’infezione ambientata nella discoteca Numa Club, alla periferia settentrionale di Bologna.


Il testo circolato su WhatsApp - inutile dirlo, con l’indicazione “inoltrato molte volte” - ha la voce di un ragazzo dall’accento emiliano. Eccolo nella sua integralità:

Regaz, non avete idea di che c...o son venuto a sapere… Cioè, giuro mi si è gelato il sangue non riesco praticamente a muovermi... Praticamente c’è… vabbè, partiamo dal contesto… al Numa, pare che questo ragazzo stesse ballando, tranquillo; a un certo punto ha sentito un dolore in una gamba e - nulla - si è spostato un attimo, si è appoggiato ai divanetti, si è chinato per vedere: nella caviglia aveva una siringa attaccata, e con su scritto “Benvenuto nei sieropositivi”. E mi è arrivata ‘sta voce già da dieci regaz, almeno, che conosco io, okay? Più Damiani, i miei, Pier, che ora me lo stan dicendo, che conoscono tanta gente, insomma… Ci sarebbe questo untore al Numa, e anche a un’altra ragazza è successo. Che poi dopo sono andati a fare le analisi e sono positivi all’HIV; cioè, non è uno scherzo, questo è un untore per davvero, ma come non si vedeva dagli anni Ottanta! Cioè… è un pazzo, sgravato, un killer! Ma poi coi ragazzini! No regà, regà, io ve lo giuro, sto malissimo, cioè anche perché ho pensato, poteva essere tranquillamente anche al Matis. Un pazzo sgravato, niente, ‘sto pazzo che va in giro con un ago infetto, che si vede che l’ha pigliato e lo vuole attaccare a tutti. Mamma mia! Ma… Mamma mia, davvero! Io non ho mai sentito una storia simile, pesissima.

Secondo il Carlino i responsabili del Numa Club si sarebbero rivolti alla Polizia Postale per una querela contro ignoti, con lo scopo di giungere all’identificazione dei responsabili. L’intenzione sarebbe quella di perseguire a termine di legge “persone che in maniera sconsiderata lanciano fake news senza nessun fondamento, solo per diffamare i locali”.


La voce è particolarmente interessante, perché sembra fondere le leggende tradizionali su trasmissioni volontarie dell’Aids - le prime delle quali sorte già a metà degli anni Ottanta, attraverso metodi subdoli come le siringhe - con la recente ondata, culminata in Gran Bretagna nella seconda metà di ottobre, di presunti episodi di spiking. Con questo termine si indica la pratica di iniettare droghe o farmaci alle donne nelle discoteche e nei locali pubblici, per provocare momentanei blackout e poter così abusare di loro. Dall’inizio di ottobre, in Inghilterra e in altri paesi, è cresciuto un forte allarme sociale per questa pratica, con decine di segnalazioni, articoli, denunce, boicottaggi di locali accusati di non prendere sul serio le vittime e indagini di polizia. Studiosi come BeachCombing e criminologi come Stuart Waiton stanno tuttora cercando di capire quanta parte abbia avuto la suggestione in questo fenomeno, quanto il folklore, e se ci possano essere stati casi di ostensione (cioè la messa in pratica di comportamenti simili a quelli della leggenda). Ad ogni modo, la paura delle punture nei bar e in discoteca sembra aver fatto breccia anche da noi.


Ma nella catena WhatsApp di Bologna ci sono alcuni elementi in più. Il particolare del cerotto con su scritto "Benvenuti nei sieropositivi" (non si capisce bene come e dove appiccicato…) ricorda in modo sorprendente le leggende tipiche dei primi anni Novanta, e in particolare quella di AIDS Mary: una donna che si diceva abbordasse i giovani in discoteca per avere rapporti con loro e contagiarli (magari lasciando scritta su uno specchio, con il rossetto, la fatidica frase: "Benvenuto nell'AIDS").


Il messaggio odierno sembra avere per destinatari privilegiati persone di età inferiore ai 25 anni (si vedano su Twitter, ad esempio, questo thread e questo messaggio, che partono dal pomeriggio di lunedì 29 novembre); nonostante questo, il coordinatore del CeRaVoLC, Paolo Toselli, la mattina del 30 novembre si è visto arrivare un messaggio simile da un contatto di età assai superiore - forse un indizio del fatto che la voce sta rapidamente transitando verso gruppi generazionali più anziani. Particolare interessante: in questa versione, circolante in forma di immagine su WhatsApp, l’infezione è attribuita anche a misteriose “spillette”:

Bologna - Sta girando la notizia e qualcunə stia diffondendo l’HIV tramite siringhe infette/spillette all’interno delle discoteche a bolo (con annesso bigliettino con scritto “benvenuto nel mondo dell’HIV”). Più ragazzə dopo aver notato la spilletta/siringa infilata in diverse parti del corpo sono andatə a fare i dovuti controlli, risultando realmente positivi all’HIV. State attentə e fate girare la voce
Ps. Se sapete qualcosa di più fatelo sapere, scrivete, informate più gente possibile
Discoteche segnalate: Numa - Matis - discoteche in centro

Un mito che ritorna


La leggenda di AIDS Mary - come è chiamata nei paesi anglosassoni - circola in Italia dalla seconda metà degli anni Ottanta. Il folklorista Cesare Bermani la segnala almeno dal 1986 nel suo Il bambino è servito (Dedalo, Bari, 1991), dove racconta di averla incontrata ben ventisette volte nel corso del solo 1987. E riporta, ad esempio, questa versione classica, raccolta da un idraulico di Orta Novarese (17 luglio 1987) che, per una curiosa coincidenza, colloca la storia proprio a Bologna:

Una mia amica è venuta a trovarmi questo inverno e parlando dell’Aids mi ha raccontato di un suo amico che, andando all’università di Bologna, ha conosciuto una ragazza che gli ha fatto perdere la testa. Si sono frequentati per un periodo, poi è riuscito a portarsela a letto, ma la mattina quando s’è svegliato lei non c’era più. È andato in bagno e c’era scritto con il rossetto sullo specchio: “Adesso anche tu fai parte del mondo dell’Aids”. Lui ha cercato questa ragazza per avere spiegazioni ma non l’ha più trovata. Ha fatto le analisi e hanno trovato che aveva l’Aids.

Con gli anni i contatti necessari per l’infezione si sono fatti più fugaci, la frase più lapidaria (Benvenuto nell’Aids!), e la scena trasportata in luoghi maggiormente legati al divertimento. Non c’è più bisogno di una frequentazione, basta una notte brava (un po’ come quando ai tempi della sifilide i giornali ammonivano: “Una notte con Venere, una vita con mercurio” - facendo riferimento, cioè, alla più comunque cura per la malattia). La vicenda non è più ambientata all’università, ma in una discoteca, in un cinema, un bar. Più rara la versione a parti invertite, in cui è l’uomo a contagiar la donna: in questi casi la vittima è quasi sempre una ragazza giovane e ingenua, magari alla sua prima esperienza, in vacanza o in crociera.


Nel caso della voce odierna, invece, ad essere colpiti sono uomini e donne, indifferentemente (si veda anche l’utilizzo della schwa nell’immagine circolata via Whatsapp); anche il genere sessuale dell’untore - pur indicato al maschile - non è particolarmente caratterizzato .


Del resto, nelle molteplici evoluzioni di AIDS Mary, non c’è neanche più bisogno del rapporto sessuale: basta sedersi in un locale pubblico, per avvertire una puntura e scoprire - grazie al solito bigliettino - di essere ormai contagiati. Alla fine degli anni Ottanta, in particolare, sembrava che il pericolo fosse ovunque: limoni, pompelmi, tronchetti della felicità, spiagge, cassette delle lettere, acquasantiere, distributori di benzina potevano ospitare aghi infetti - e di conseguenza il virus.


Già nel 1998, del resto, circolava una mail che riportava un incidente simile a quello della voce bolognese: era ambientato in un cinema di Bombay, dove una ragazza notava con orrore un adesivo sul vestito, su cui era scritto “Benvenuta nel mondo dell’AIDS”. Durante lo spettacolo la giovane aveva avvertito una leggera puntura di spillo…


Di queste storie anni Ottanta-Novanta, la leggenda attuale ha senz’altro conservato il motivo del bigliettino (o del cerotto con sopra scritto il messaggio annunciatore di morte) e quello della motivazione per l’atto: l’autore dell’audio, lo ricordiamo, ipotizza che l’untore sia uno “che si vede che l’ha pigliato e lo vuole attaccare a tutti”. L’idea retrostante, cioè, è quella della vendetta del sieropositivo che sfogherebbe contro il mondo la frustrazione per l’avvenuto contagio. Narrazioni simili, per altro, sono presenti nella storia di altre malattie contagiose… Ricordate, ad esempio, la leggenda di Leprosy Mary?


Anche riguardo all’AIDS, il giornalista Paolo Guzzanti scriveva su La Repubblica, il 22 luglio 1987:

[...] come se non bastasse il rischio degli inconsapevoli-infettanti, una quantità di persone perfettamente coscienti della propria infezione si comporta con l’ambigua tendenza dell’untore: anziché astenersi, per rispetto della vita altrui, dai rapporti sessuali con partner sani e inconsapevoli, moltiplica invece l’attività sessuale con persone proprio per l’inconfessato, ma umanissimo, desiderio di trasmettere l’infezione: “Benvenuto nel paradiso dell’Aids”, è la scritta tracciata col rossetto sullo specchio del bagno, che uno steward dell’Alitalia trovò al mattino, svegliandosi, dopo una notte movimentata.

Ma - ricordava Bermani - anche quest’idea non era altro se non l’ennesima variante della colpevolizzazione del malato.


Ma la storia di Bologna è davvero plausibile?


In tutto ciò, sarà bene non dimenticare un elemento non trascurabile di reality check: non è che basti pungersi, anche magari infettarsi, e risultare positivi ad un test HIV il giorno successivo, dopo la proverbiale serata brava. Come ricorda il sito del Ministero della Salute, esiste infatti un “periodo finestra” all’interno del quale non ha nemmeno senso effettuare il test:


Esistono vari tipi di test su sangue utilizzati comunemente per la diagnosi dell'Hiv, che danno risposte certe dopo tempi diversi dall’ultimo comportamento a rischio:
test combinati (test di IV generazione) [...] Possono mettere in evidenza l’avvenuta infezione già dopo 20 giorni. Il periodo finestra è di 40 giorni dall’ultimo comportamento a rischio.
test che ricercano solo gli anticorpi anti-Hiv (test di III generazione) - possono mettere in evidenza l’avvenuta infezione già dopo 3-4 settimane. Il periodo finestra è di 90 giorni dall’ultimo comportamento a rischio.
Per la diagnosi sono anche disponibili test rapidi che possono essere effettuati su saliva o su una goccia di sangue punta dal dito [...] Poiché sono test di primo screening, in caso di risultato dubbio o reattivo (positivo) è necessaria una conferma con prelievo ematico. Per conoscere il periodo finestra del prodotto utilizzato occorre riferirsi alle istruzioni dell'azienda produttrice. Se sono test combinati, il periodo finestra sarà di 40 giorni, se ricercano solo gli anticorpi il periodo finestra sarà di 90 giorni.

In sostanza, prima di una quarantina di giorni non è possibile essere sicuri dell’avvenuto contagio. L’idea dell’infezione che produce effetti istantanei, constatabili nel giro di poche ore tramite un infallibile test ematologico, è forse un elemento costitutivo della leggenda di AIDS Mary e delle sue innumerevoli varianti, compresa la nostra voce bolognese di questi giorni: il male colpisce all’istante, e quasi all’istante la sentenza di morte è confermata da medico - moderno dispensatore di sentenze capitali.


Tutto ciò senza considerare un altro dato scientifico. Grazie al cielo, almeno nella nostra parte di mondo, chi è contagiato dal virus HIV assume farmaci antivirali assai efficaci che - fra le altre cose - abbattono la carica virale in modo significativo. Essere contagiati da un altro sieropositivo, dunque, è più difficile rispetto agli anni Ottanta: certo, il rischio sarebbe maggiore se la trasmissione avvenisse tramite persone che hanno scelto di non curarsi.


E l’irrazionalità della scelta sarebbe evidente: disponiamo di terapie farmacologiche che, in gran parte dei casi, almeno in Italia hanno reso l’AIDS una malattia cronica, con speranza di sopravvivenza pari quasi a quella degli individui non sieropositivi. Sembra quasi di sentir riecheggiare le parole della protagonista di Il letto 29, il racconto di Guy de Maupassant in cui una donna contagiata dalla sifilide decide vendicarsi passando la sua malattia a quanti più ufficiali prussiani incontrerà:

Ho voluto vendicarmi a costo di crepare! E ne ho impestati anch’io tutti, tutti, più che ho potuto. Finché sono rimasti a Rouen non mi sono curata.

In questo senso, malgrado la voce dell’AIDS in discoteca di questi giorni abbia per target persone molto giovani, la storia ha in sé qualcosa di “vecchio”, di sorpassato. In un certo senso, sembra essere la riproposizione di una paura per certi versi più comprensibile, se non giustificata, trenta o più anni fa - assai meno nell’Europa di fine 2021.


Si ringraziano S.P. (Butac), Roberto Labanti e Paolo Toselli per le fonti fornite


Immagine in evidenza: così il fumetto porno "Attualità nera" del febbraio 1987 utilizzava la leggenda di Aids Mary.


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