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Codici hobo: all’origine dei "simboli dei ladri"?


Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Ci siamo occupati più volte di una delle leggende più dure a morire e che oggi si presentano in forme assai diverse da quelle del passato: quella dei segni di vario tipo - e di generi sempre nuovi! - con le quali malintenzionati (di solito svaligiatori di case, ma anche ladri d’auto, rapitori di donne e pedofili) segnerebbero i loro obiettivi.


Quando ci siamo occupati di storie di questo tipo in Piemonte, abbiamo accennato anche al fatto che per l’Italia, prima degli anni ‘60 del Ventesimo secolo, sappiamo ben poco. Andando ancora più a ritroso nel tempo, possiamo rifarci quasi esclusivamente alle prime indagini etnografiche moderne sulla sociologia dei gruppi malavitosi, quelle condotte in epoca positivistica, a cavallo fra Otto e Novecento, da Lombroso e da altri studiosi di criminalistica.


Passando dal nostro Paese al resto del mondo, quello che si dice a volte è che la leggenda metropolitana dei segni dei ladri sarebbe una conseguenza - magari un fraintendimento, un’interpretazione “leggendaria” - di veri codici linguistici, altamente strutturati, provenienti dal mondo anglosassone e da quello germanico (per quest’ultima area ci eravamo interessati di storie sui codici segreti dei presunti gruppi di incendiari tedeschi del ‘500-’700). Da questo punto di vista si citano spesso i segni che gli hobo, i vagabondi che giravano l’America settentrionale in cerca di lavoro e di libertà individuale fra l’800 e il ‘900, avrebbero adottato come codice interno al proprio mondo per segnalare opportunità, pericoli, e per dare consigli ai propri “compagni di strada” - anche sulla possibilità di compiere furti e piccoli reati.


Di recente Maggie Downs ne ha scritto per Atlas Obscura. Per farlo, ha discusso con Charlies Wray, che dirige la “Historic Graffiti Society” americana: un’associazione che si occupa di scoprire, preservare e interpretare in modo adeguato scritte e incisioni precarie realizzate in luoghi differenti (caserme, prigioni, muri, tronchi d’albero, cartelli stradali…). La conclusione di Wray è che, nel corso delle sue ricerche, l’associazione non ha trovato prove degne di questo nome che un “codice segreto dei vagabondi” sia mai esistito. In realtà, racconta Wray, di questi “segni segreti” si trovano menzioni sulla stampa americana sin dagli anni ‘70 del Diciannovesimo secolo. Il 26 novembre del 1905 il Minneapolis Journal riempì una pagina con il racconto di William A. Gleeson, uomo d’affari del Connecticut e presidente di un gruppo proibizionista sull'alcool (la “Total Abstinence League”), che raccontava di aver vissuto per un certo periodo insieme agli hobo, facendo credere di essere uno di loro. In questo modo, aveva potuto apprendere l’esistenza di un codice segreto. Il quotidiano pubblicava persino alcune fotografie di presunti vagabondi intenti a tracciare i segni - ma, com’è facile intuire, in realtà si trattava di immagine “di scena”, realizzate a posteriori. Sono significative nella loro goffa

plasticità, e per questo ve le mostriamo qui accanto.


Più tardi, nel 1912, stando al St. Louis Star-Times la polizia di Cincinnati aveva tappezzato la città del presunto simbolo segreto dei vagabondi indicante il “non siete i benvenuti”, nel tentativo di tenere lontani ladruncoli e poveri diavoli; ma senza che avesse idea da dove saltava fuori quel preteso segno.


Su quella che in larga misura era un misto di narrazioni e fantasie giornalistiche, spesso accompagnate da foto dei “simboli” creati dagli stessi autori degli articoli o da quelle di presunti hoboes in procinto di tracciare i segni, capitalizzò un vagabondo dotato di un certo talento letterario, Leon Ray Livingston. Sotto lo pseudonimo di “A-No.-1”, Livingston pubblicò gli Hobo-Camp-Fire-Tales (“Racconti intorno al falò di un vagabondo”), dodici libretti con storie romantiche, picaresche ed esagerate sulle mirabolanti vicende dei vagabondi. Uno di questi, uscito nel 1911 a Cambridge Springs (Pennsylvania), riproduceva il presunto “codice segreto” - finalmente rivelato al grande pubblico. Ne vedete una pagina in apertura di questo articolo.



Fu allora che le riproduzioni dei “codici”, più o meno uguali o differenti da quelli di Livingston, si moltiplicarono sulla stampa. L’8 marzo del 1911, ad esempio, il californiano Tacoma Times pubblicava un’immagine che riproduceva sette dei presunti segni (eccola qui accanto). Il primo, posto su un albero o su una staccionata, voleva dire “casa su cui provare”, il secondo che era inutile chiedere cibo o vestiti, il terzo che si doveva lasciare subito quella località, il quarto che “qui si dovrà lavorare sodo per quello che vi serve”, il quinto “cane pericoloso”, il sesto di raccontare una bella storia alla padrona di casa, l’ultimo, di nuovo “tenersi alla larga”. La cosa divertente è che il Tacoma Times consigliava ai proprietari di apporre loro stessi, sulle proprie case, segni come il 3, il 5 e il 7, in modo da allontanare eventuali malintenzionati!


La realtà storiografica, stando a Charlie Wray, è che nel corso delle sue indagini la “Historical Graffity Society” americana non ha trovato alcun esempio che confermi la vera esistenza di una cosa del genere, pur avendo reperito e messo in sicurezza almeno un migliaio di incisioni e scritte realizzate da girovaghi. Gli hoboes tracciavano indicazioni pratiche, scrivevano messaggi, incidevano molte parole gergali, scurrilità, poesiole con riferimenti “interni” al loro mondo, ma non avevano un codice composto da simboli segreti.


Più prudente è un’altra ricercatrice, Jennyfer Wilcox, curatrice del National Cryptologic Museum, che ha messo su una mostra sui presunti codici degli hoboes e che si dice convinta che, sia pur non nei termini romanticizzati in cui ne parlava la stampa, qualcosa del genere poteva esser esistito. Tuttavia, va detto che le sue prove si basano in larga misura su resoconti tardi, ossia sugli effetti prodotti dalle storie giornalistiche gonfiate di inizio Ventesimo secolo, oppure su ricordi remoti di ex-vagabondi ancora viventi che ricostruivano le loro memorie. Ma di prove “dirette”, chiamiamole così, poco o niente.


Tutto indica che, sia pure in maniera complessa e secondo stilemi e caratteri ben precisi, le comunicazioni fra hoboes - comprese quelle su azioni non esattamente raccomandabili - avvenivano di bocca in bocca, e che erano caratterizzate da una trasmissione fatta sovente proprio mentre erano in movimento, a piedi o su vagoni merci.


A fronte di queste ulteriori indicazioni su un’origine leggendaria del “codice dei ladri” e delle sue innumerevoli varianti, per noi una domanda resta largamente inevasa: dove e quando comparve, per le prime volte, la paura dei codici dei ladri in Italia? Una delle prime testimonianze che abbiamo trovato risale al 1° dicembre 1931. Si trova in un lungo reportage di Stampa Sera sul mondo del crimine, a firma di Italo Sulliotti:


È troppo noto, per ricordarlo qui, il linguaggio usato dai vagabondi delle grandi strade, dai ladri di campagna, dagli specialisti degli assalti alle case inabitate, o quelle dove dormono delle donne vecchie e sole. Attraverso una forma di comunicazioni grafiche, che ha delle involontarie analogie con gli “ideogrammi” cinesi, e che ha il merito di poter esser compresa e interpretata da malandrini di tutte le razze, questi uomini – che lega fra loro, anche se sconosciuti l’uno all’altro, una premurosa solidarietà – hanno trovato il mezzo di comunicarsi i rischi o i vantaggi, le incognite, le difficoltà, di una spedizione o di un “colpo”.
Un O grossolano tracciato con della creta rossa sul muro di un cascinale, significa, per il vagabondo che vi passerà domani davanti, l’avviso di un collega premuroso: niente da fare, molti uomini in casa. Se l’O è attraversato da un taglio orizzontale , vorrà dire: uomini che hanno un fucile e sono disposti a servirsene.

Un codice che si presupponeva “troppo noto” a tutti i lettori - e di cui forse si parlava già da tempo, anche se le prime raffigurazioni di veri e propri codici utilizzati dai ladri italiani arriveranno solo negli anni Sessanta. Un codice la cui natura sembra affondare in storie lontane provenienti da Oltreoceano, la cui natura è ancora ben lontana dall’essere chiarita.


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