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I palloncini all’iprite: una leggenda della Seconda guerra mondiale



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


All’inizio di luglio 2022, l’agenzia di stampa nordcoreana KCNA ha accusato la Corea del Sud di aver diffuso nel paese il virus della malattia Covid-19 tramite palloni aerostatici trasportati dal vento. La colpa dell’epidemia sviluppatasi in Corea del Nord durante l’estate sarebbe dunque degli attivisti sudcoreani che periodicamente rilasciano al confine tra i due stati palloni che da decenni trasportano volantini e altro materiale di contro-propaganda. Nel 2020, il governo di Seul - in un tentativo di stemperare la tensione tra i due stati - ha proibito lanci non autorizzati verso il paese comunista vicino; la legge, però, non sempre viene rispettata.

Stando alla KCNA, comunque, la malattia si era diffusa a partire da un soldato diciottenne e da un bambino di cinque anni, che nel mese di aprile avevano toccato quegli “oggetti alieni” caduti su una collina nei pressi di Ipho-ri. In seguito, i due avrebbero sviluppato febbre e sintomi riconducibili a Covid-19. La Corea del Sud ha etichettato le accuse come uno dei mille esempi della propaganda di Pyongyang, spiegando che i nordcoreani avrebbero in ogni caso trovato una scusa per dar loro la colpa, e che, comunque, la probabilità di un contagio attraverso un contatto di superficie, per quanto possibile in teoria, è bassissima.


Per quanto possa far sorridere l’idea di un virus “contrabbandato” attraverso palloni aerostatici o altri mezzi aerei, in realtà idee del genere non sono un’esclusiva di regimi paranoici come quello nordcoreano. È stato a lungo presente anche in Europa, soprattutto durante le due guerre mondiali. Nella Prima, ad esempio, si vociferò a lungo di confetti “avvelenati” lanciati dagli austriaci sul territorio italiano, contenenti i bacilli del colera o la salmonella, e di palloncini pieni di germi. Nella Seconda, storie di questo tipo continuarono a prosperare, spinte dalla propaganda fascista, ma sui giornali del regime furono affiancate da due ulteriori armi micidiali: le penne esplosive lanciate nei raid angloamericani e i palloncini all’iprite. Ed è proprio di questi ultimi che intendiamo raccontarvi oggi.


La paura del gas


Provate a immaginare un pallone pieno di gas, pronto a esplodere avvelenando chiunque si trovi nelle vicinanze. Oppure un palloncino che può essere magari trovato da un bambino, e maneggiato, finché non rilascia il letale contenuto… Si può pensare a qualcosa di più subdolo e detestabile?


La leggenda dell’uso di questi ordigni si diffuse in egual misura tra i fronti contrapposti. Si trattava infatti di una classica atrocity story - racconti esemplari sulle bassezze e le slealtà a cui poteva arrivare il nemico. Fondeva due elementi distinti, entrambi spaventosi: l’idea dell’arma letale (germi, veleno…), ma anche della morte nascosta in oggetti di uso comune, dunque fatta apposta per colpire la popolazione e in particolare i bambini. A questi racconti si mescolarono i timori sull’impiego di gas, una paura che, anche nella totale mancanza di ricorso a quelle armi, dominò l’intera Seconda guerra mondiale.


L’iprite - anche detta gas mostarda, dal suo caratteristico odore - prende il nome da Ypres, la cittadina belga intorno a cui il 22 aprile del 1915 fu utilizzata per la prima volta dai tedeschi. È un’arma chimica relativamente potente, catalogata tra i vescicanti: penetra attraverso la pelle causando piaghe dolorose e devastanti.


A partire dal 1925, parecchi paesi tra cui Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Gran Bretagna e Unione Sovietica firmarono un trattato per la messa al bando degli aggressivi chimici. Gas come l’iprite, però, continuarono ad essere fabbricati ed utilizzati: l’Italia li usò nell’aggressione all’Etiopia del 1935-36. Durante la Seconda guerra mondiale la convenzione fu rispettata e l’iprite non venne impiegata sul campo. Entrambi gli schieramenti, però, ne tenevano ampie scorte nelle retrovie, come arma di dissuasione. In caso di utilizzo da parte del nemico, la rappresaglia sarebbe stata devastante.


Così, non stupisce che alcune leggende in circolazione durante il conflitto bellico avessero per protagonista l’uso dei gas: l’iprite e suoi discendenti nelle battaglie non c’erano, ma la loro paura sì. La versione più interessante delle nostre leggende è forse quella del tedesco riconoscente, diffusasi in Gran Bretagna nel 1940-41:


I tedeschi useranno il gas? Ho sentito molte storie in Inghilterra che puntano in questa direzione. C’è la storia dell’infermiera inglese e del pilota tedesco. Il pilota si sarebbe innamorato della sua infermiera nell’ospedale inglese dove era stato portato dopo essere stato abbattuto. Quando fu tempo per lui di essere condotto via, si racconta che abbia detto alla ragazza: “Sei stata molto gentile con me. Non so come ripagarti. La sola cosa che posso fare per te è avvisarti: non uscire mai senza la tua maschera antigas dopo il 15 settembre” (da They’ll never quit di Harvey Klemmer, marzo 1941).

In maniera simile si diffuse la storiella dei palloncini ripieni di iprite, lanciati a favore di vento o abbandonati sul territorio da sabotatori (la cosiddetta quinta colonna, fonte di infinite leggende metropolitane).


Palline velenose sulla Francia


Uno dei Paesi in cui si diffuse la leggenda fu la Francia. La psicoanalista e storica della cultura Marie Bonaparte nel suo Mythes de guerre (1947) raccontò:


Le storie di mani mozzate non erano più in primo piano com’era accaduto nel 1914 in Belgio. Questa volta si diceva che i tedeschi lanciassero dagli aerei dei bei palloncini che attiravano i bambini, ma che erano pieni di iprite. E - stratagemma ancor più raffinato - confetti avvelenati. Persone degne di fede dicevano di averli avuti in mano. Di questi palloncini o confetti si diceva anche che ne fossero stati trovati in Francia e persino a Parigi.

In alcuni casi il mito si diffuse a partire dal fraintendimento di episodi innocenti. Il 6 agosto 1939, a venticinque giorni dallo scoppio della guerra, il Corriere della Sera raccontava:


Gli abitanti di Arras fanno grasse risate sul madornale granchio preso dalla polizia di quella città. Stamane i giornali avevano annunciato una preoccupante scoperta fatta da due agenti ciclisti sulla strada Arras-Lens. I vigili avevano trovato per terra numerose piccole palle di caucciù, evidentemente cadute da un veicolo che le trasportava. In questo momento di psicosi allarmistica, mentre corrono tante voci di tenebrosi complotti e di attentati, la cosa sembrò sospetta ai bravi agenti, tanto più quando squarciate alcune palle, vi trovarono dentro una misteriosa materia colorata. Naturalmente gli agenti si diedero subito a raccogliere affannosamente il maggior numero di palle possibile, trasportandole poi con ogni cura al gabinetto di analisi di Arras, dove un perito affermò categoricamente che il loro contenuto era un condensato chimico pericolosissimo, non facilmente identificabile ma certamente incendiario o velenoso.

La prefettura di Arras aprì un’inchiesta e si sguinzagliarono gli agenti per scoprire la provenienza delle palle e l'identità dei conducenti del veicolo che le aveva seminate lungo la strada. Correvano intanto voci diverse: ad esempio che le palle fossero destinate ai “terroristi irlandesi”, o che si trattasse di un potente veleno che aveva lo scopo di rendere tossici fiumi e sorgenti. Poi, la soluzione dell’enigma:


Finalmente stasera il tanto ricercato conducente del veicolo fantasma si è spontaneamente presentato alla polizia, e le sue dichiarazioni hanno dissipato tutte le paurose fantasie. Si trattava di innocue palle da tennis, ancora grezze, destinate a una fabbrica della regione. Si sa che per dare la voluta elasticità alle palle da tennis si rinchiude nel caucciù una speciale materia chimica che, dissolvendosi lentamente, le rende nello stesso tempo morbide e compatte. Una seconda meno frettolosa perizia ha stabilito, infatti, che il supposto veleno era un prodotto assolutamente innocuo.

La stampa italiana calcava la mano sulla credulità dei francesi, paese ostile e futuro nemico in guerra. L’episodio, però, sembra essere avvenuto davvero, e la dice lunga sui timori di possibili agenti chimici nascosti in palle e palloni. Allo stesso modo, La Stampa dell’8 settembre 1939, parlando dei primissimi raid tedeschi sulla Francia, raccontava:


A proposito dei recenti allarmi a Parigi, si precisa che nessun bombardamento ha avuto luogo e che contrariamente a certe voci non sono cadute né bombe cariche di gas né palloncini di iprite. Nessun aeroplano tedesco ha potuto giungere sul cielo della regione parigina poiché i servizi della difesa antiaerea si sono dimostrati efficacissimi. Questa diceria era stata originata dal fatto che un inquilino di una casa del 14° circondario, dopo l'allarme notturno dell'altro ieri, tornando nel suo appartamento, trovò sul davanzale della finestra un brandello di stoffa che prese per un palloncino di iprite lanciato da un aeroplano. Era invece il paracadute di seta di un razzo luminoso lanciato dalla difesa contraerea. Ma ciò che rafforzò il convincimento dell'inquilino fu il fondello d'un proiettile antiaereo che era caduto sprigionando del fumo. Ma i servizi della Prefettura di polizia poterono stabilire senza fatica che non si trattava affatto di iprite.

I palloncini sul fronte polacco


Negli stessi giorni, il 4 settembre, La Stampa si lamentava della propaganda di Radio Varsavia, che riempiva l’etere di menzogne sui poveri soldati tedeschi che da quattro giorni avevano iniziato l’invasione del paese ma che non erano ancora giunti alla capitale. Il giorno dopo il nostro articolo, cioè il 5 settembre, Radio Varsavia avrebbe cessato le trasmissioni con un ultimo appello alla resistenza.


Il 4 settembre, dunque, con un articolo a firma di Enrico Altavilla, La Stampa aveva paragonato le storie rilanciate dalla radio polacca a quelle della Prima guerra mondiale contro la Germania, anch’esse false (bambini dalle mani tagliate, donne violentate, ragazze spedite nelle trincee, vecchi e vecchie crocifissi…). Sia pure per sostenere l’alleato nazista, il giornale si scagliava contro le nove “puerili invenzioni” che in quel settembre 1939 avevano lo scopo di “presentare la Germania come il nemico pubblico mondiale numero uno” e che, secondo il pezzo, avevano contributo a spingere in guerra Gran Bretagna e Francia, che il giorno prima avevano dichiarato guerra alla Germania.


Radio Varsavia continua imperturbata nella sua campagna di menzogne. Colla differenza però che finora si era limitata a trasmettere delle notizie false, sì, ma per lo meno attendibili. Ora invece le fandonie create dalla propaganda inglese a Varsavia sconfinano nel ridicolo. Gli aeroplani tedeschi, annuncia in inglese ed in francese (ma non in polacco) la Radio Varsavia, hanno lanciato chili e chili di cioccolatini sulle strade e sulle piazze di Varsavia. Attenzione, bambini! Non raccogliete sulla Marchakowsta i cioccolatini tedeschi: essi sono avvelenati. (Che la notizia sia ridicola non abbiamo bisogno di sottolinearlo, ma che l'ammonimento ai ragazzi polacchi venga dato in francese ed in inglese, e non in polacco...).
Un'ora dopo gli aviatori tedeschi, visto che non sono riusciti a sedurre i bravi bimbi polacchi per le vie della gola, ricorrono ad altri mezzi e lanciano - sempre secondo Radio Varsavia - una massa di palloncini pieni di gas e di altre materie venefiche. Occorre smentire queste notizie?

Difficile dire se davvero questi annunci siano stati dati, e, se sì, se davvero i giornalisti di Radio Varsavia ci credessero. Ma oltre che il fronte francese e quello polacco, la psicosi dei palloncini all’iprite stava per colpire anche il suolo britannico, a dimostrazione che, al netto dello sfruttamento a fini di propaganda, le voci dovevano essere senz’altro transfrontaliere.


Attacco all’Inghilterra attraverso il mare


Spostiamoci in avanti di qualche mese. Siamo all’inizio del 1940: la Polonia è stata conquistata dai nazisti e dai sovietici, la Finlandia cerca di resistere al tentativo di invasione che i sovietici hanno iniziato il 30 novembre e la Gran Bretagna ha un gran numero di uomini mezzi in Francia, dove tutto è pressoché immobile. La Germania, intanto, si prepara per cercare una replica del piano d’invasione della Francia riuscito soltanto a metà nel 1914. Si tratta di batterla passando attraverso i paesi neutrali, cioè Olanda e Lussemburgo - ma soprattutto attraverso il Belgio - in modo da aggirare le poderose fortificazioni della Linea Maginot, che sbarrano in confini orientali dal Lussemburgo alla frontiera svizzera.


L’8 gennaio del 1940 a Mechelen (in Belgio, appunto) un aereo tedesco che contiene alcuni documenti segreti è obbligato a un atterraggio di fortuna. L’episodio ravviva le preoccupazioni nelle autorità britanniche: se Berlino conquista le sponde nord-occidentali del continente, tutta la Gran Bretagna sarà esposta in modo massiccio ai raid aerei tedeschi e, potenzialmente, a un'invasione dal mare.


È in questo quadro che dalle coste orientali della Gran Bretagna la difesa antiaerea scrutava il mare e il cielo con tutti i mezzi possibili, nel timore che da lì potesse arrivare l’insidia. Ed ecco dunque che, tra le paure, nel febbraio 1940 fecero la loro comparsa anche i palloncini all’iprite.

Leggete questo articolo, proveniente dall’Australia ma basato su dispacci d’agenzia inglesi:

Londra, mercoledì. Si sono diffuse come un incendio le voci secondo cui i tedeschi starebbero liberando palloni riempiti di gas velenoso, il che ha regalato ai residenti della costa orientale un giorno ricco di preoccupazioni. [...] Ai funzionari è stato dato ordine di prendere le massime precauzioni. I capi posto sono stati istruiti affinché i palloni siano maneggiati solo da personale che indossa maschere antigas. Gli abitanti delle zone tra l’Essex e il Fife sono stati avvertiti di non toccare i palloni, e agli ufficiali dell’A.R.P. è stato ordinato di sorvegliare la costa con attenzione. (Daily News Perth, 8 febbraio 1940)

L’ARP (Air Raid Precautions) era un’organizzazione ausiliaria di difesa civile attiva in Gran Bretagna fin dagli anni ‘20. Durante la Seconda guerra mondiale, fra le altre cose, fu responsabile dell’uso delle sirene antiaeree, del trasferimento dei civili nei rifugi durante i bombardamenti e di prestare il primo soccorso ai feriti dalle bombe.


L’articolo del Daily News Perth proseguiva mettendo in guardia i bambini, possibili vittime dei palloni nemici:


La polizia di King’s Lynn ha fatto circolare la seguente nota: “Il nemico ha sganciato palloni giocattolo che potrebbero contenere gas altamente infiammabile, che può esplodere quando viene toccato”. I bambini sono stati avvisati di non maneggiare palloncini rossi. Alla polizia dell’Essex è stato detto che palloni collegati ad aquiloni sono stati visti volare sul mare. Altri resoconti descrivono i palloni come simili a quelli da calcio. C’è stato grande allarme a Berwick, dove l’A.R.P. ha avvisato la popolazione di portare con sé le maschere antigas. Questo particolare ha fatto sì che le donne prendessero d’assedio le sedi dell’A.R.P. per ottenere le maschere. Impiegati andati al lavoro senza maschere sono stati rimandati a casa a prenderle.(Daily News Perth, 8 febbraio 1940)

Già, ma da dove aveva avuto origine quel panico? Probabilmente dall’avvistamento di veri palloni sul mare del Nord… Che, però, non erano affatto nemici:


Immediatamente il Ministero dell’Aria ha dissipato il panico spiegando che i palloni erano britannici e innocui. Sono usati per scopi meteorologici sia dall’Inghilterra che dalla Germania, si è detto, e hanno una struttura molto semplice, sebbene un tipo usato dalla R.A.F. trasporta un termometro e un barometro, e uno strumento radio, per riferire in automatico le condizioni di volo. (Barrier Miner, 9 febbraio 1940)

Insomma, la leggenda dei palloncini all’iprite spopolava su tutti i fronti.


Per fortuna, nella Seconda guerra mondiale i gas non furono usati. L’unico episodio che ebbe per protagonista l’iprite fu sostanzialmente un incidente, e si verificò proprio in Italia, a Bari. La città in quel momento era sotto il controllo alleato: gli anglo-americani avevano iniziato a risalire la penisola, ma si stavano arrestando, dalla parte dell’Adriatico, all’altezza del fiume Sangro, in Abruzzo.


Durante il bombardamento aereo del 2 dicembre 1943, la Luftwaffe colpì le navi ancorate nel porto, tra cui la statunitense SS John Harvey. Nelle sue stive erano custodite circa 2000 bombe all’iprite, pronte per rispondere a eventuali attacchi tedeschi. Il gas contaminò le acque del porto e provocò centinaia di vittime tra i militari e la popolazione civile. La reticenza delle autorità a spiegare cosa stesse succedendo (la presenza di iprite in Italia era un segreto da custodire gelosamente) aggravò la situazione: ai militari feriti furono lasciate le divise intrise di agenti tossici, e i soccorritori non furono messi in guardia dalla possibilità di contaminazione. Ai pazienti furono diagnosticate “dermatiti non ancora identificate”.


Il gas dimostrò così tutto il suo terribile potenziale di morte: un potenziale che la leggenda dei palloncini all’iprite aveva già anticipato, nelle storie di atrocità diffuse su ogni fronte.


Immagine in evidenza: personale del Women's Royal Naval Service britannico lancia palloni da Felixstowe, nel Suffolk, nel corso dell'Operazione Outward (1942-1944). I palloni, dotati di fili conduttori, volavano verso l'Europa occupata dai nazisti con lo scopo di danneggiare, mediante corto circuito, le linee ad alta tensione. (Fonte dell'immagine: HM Government, OGL v1.0OGL v1.0, via Wikimedia Commons, https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/49/Operation-outward.jpg)


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