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La fabbrica dei cadaveri, in Germania



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Del maiale - lo dice il proverbio - non si butta via nulla; ma anche del soldato tedesco, a quanto pare… Questa è la storia di una delle leggende più discusse della Prima guerra mondiale, che visse fra poche resistenze fino agli anni Venti inoltrati.


In Gran Bretagna si raccontava che i tedeschi - con la loro scientifica razionalità - avevano trovato il modo per “riciclare” i cadaveri dei soldati morti, che avevano cessato la loro funzione guerresca. Dietro alle linee, i corpi venivano bolliti e trasformati in glicerina e in altri sottoprodotti, poi usati per produrre nitroglicerina, sapone, fertilizzanti e cibo per maiali. Ma da che cosa era nata questa leggenda?


Le prime voci


La storia delle fabbriche dei cadaveri esplose nell’aprile del 1917, ma non comparve dal nulla. Nella ricostruzione più completa della leggenda di cui oggi si dispone, il volume The German Corpse Factory. The Master Hoax of British Propaganda in the First World War, dello storico Joachim Neander (2013), la presenza della voce è documentata almeno dalla tarda primavera del 1915. Una cosa del genere era riferita dalla scrittrice inglese lady Cynthia Asquith, nuora di Herbert Asquith (primo ministro britannico nella prima fase della guerra), nel suo diario sotto la data del 16 giugno di quell’anno:


Cena piuttosto piacevole. Abbiamo parlato della voce secondo cui i Tedeschi utilizzano anche i corpi dei loro per convertirli in glicerina e ottenere come sottoprodotto il sapone. Ho suggerito che Haldane dovrebbe offrire il suo imponente corpo come materiale grezzo a Lloyd George [segretario alla Guerra, e, da fine 1916, primo ministro, NdA].

Dicerie simili, spiega Neander, apparvero sia sulla stampa americana sia su quella francese nel 1915 e nel 1916. In quest’ultimo anno un illustratore olandese e propagandista anti-tedesco, Louis Raemekers, pubblicò un volume a fumetti in cui la storia era accompagnata dal commento di un altro scrittore britannico, Horace Vachell, che così suonava:


Mi dice un chimico eminente che dal cadavere di un Unno ben nutrito si possono estrarre sei libbre di glicerina… Questi malcapitati, da vivi vengono condotti senza pietà all’inevitabile macello. Vengono inviati senza pietà nelle fornaci bollenti. Da un milione di morti si ricavano sei milioni di libbre di glicerina.

In altri termini: quando l’anno successivo (1917) la storia esplose, c’era già il grosso del necessario per renderla appetibile. Ora, però, si trattava di portarla ad un altro livello di forza e di dettaglio.


Aprile 1917: l’esplosione della storia


La “tempesta perfetta” si realizzò il 16-17 aprile 1917. Nel primo di questi due giorni, il Times di Londra, nell’ambito della sua rassegna della stampa tedesca, pubblicò una brevissima notizia ripresa dal quotidiano Berliner Lokal-Anzeiger, che parlava del cattivo odore proveniente da una fabbrica in cui si trasformavano Kadaver. Proprio nel significato tedesco di quella parola consistette l’equivoco e, insieme, l’utilizzo propagandistico della storia. Il termine, infatti, fu preso fin da subito come univoco - cioè, come riferito senza alcun dubbio a cadaveri umani, cosa che in tedesco non è scontata. Fu da qui che partì il meccanismo: il giorno dopo la notizia fu ripresa da altri giornali inglesi; lo stesso 17 aprile, di nuovo il Times riprendeva e rafforzava la storia, sostenendo (senza fondamento) che già il 10 il racconto era apparso sul giornale belga L'Indépendance Belge, che si pubblicava Londra, che a sua volta l’avrebbe tratta dal giornale belga La Belgique, che si pubblicava a Leida, in Olanda (l’Olanda era neutrale e il Belgio quasi interamente occupato dai tedeschi)…


Il presunto resoconto belga avrebbe riferito che la fabbrica si trovava nel cuore di una foresta e che era circondata da filo elettrificato, e che dai cadaveri si ricavava stearina.


A dire il vero, si direbbe che alcuni osservatori meno emotivi avessero già in quei giorni intuito che qualcosa non quadrava. Alcuni scrissero al Times contestando proprio il senso della parola tedesca Kadaver, che comunemente indicava le carcasse degli animali. Il 20 aprile il New York Times, del tutto scettico sulla faccenda, lamentava che anche quasi tutta la stampa francese stesse dando credito alla storia. Ipotizzava, dato che le prime fonti erano successive al 1° aprile, che la vicenda fosse da ricondurre a un pesce d’aprile giocato dalla stessa stampa berlinese, ma, soprattutto, faceva notare che, se davvero di “trasformazione di corpi” si trattava, in tedesco quelli degli umani deceduti sarebbero stati definiti Leichnam, non Kadaver (carcasse).


La leggenda arriva in Parlamento


Il 30 aprile 1917 alla Camera dei comuni si discusse la faccenda: un deputato chiese al Cancelliere dello scacchiere, Lord R. Cecil, come stavano le cose secondo il governo, e la risposta fu, tutto sommato, ambigua:


In relazione alla domanda posta dall’onorevole rappresentante per East Mayo, il governo al momento non ha altre informazioni a parte quelle contenute negli estratti della stampa tedesca e che sono stati pubblicati dalla nostra stampa. Alla luce di altre azioni condotte dalle autorità militari tedesche, nelle attuali accuse contro di esse non vi è nulla di incredibile.

E, ulteriormente incalzato dal deputato:


Forse l’onorevole rappresentante ha altre informazioni che noi non possediamo... Ho già riferito alla Camera che non disponiamo di altre informazioni di sorta. L’informazione è la dichiarazione che è stata pubblicata e che ho davanti a me [si riferiva al Berliner Lokal-Anzeiger ripreso dal Times. NdA] … è tutta qui, l’informazione di cui dispongo.

Di più, concludeva Cecil, il governo non era in grado di fare e - pare di leggere fra le righe - intendeva fare. Tuttavia, il tono del cancelliere dello scacchiere si manteneva riservato: non ne sappiamo nulla, ma i tedeschi, come abbiamo già visto nel corso della guerra, sarebbero capaci di tutto.


Malgrado lo stesso governo non fosse in grado d’indicare fonti migliori di quelle di stampa, sembra comunque che il direttore dell’Ufficio per la propaganda di guerra, Charles Masterman, fosse stato incaricato da ambienti governativi di far preparare un opuscolo sulla storia. L’idea, però, non andò mai in porto. Nonostante questo, il Times continuò ad insistere. Il 30 maggio 1917 il quotidiano pubblicò un ordine di servizio tedesco che faceva riferimento a una “fabbrica di Kadaver”, senza rendersi conto - o senza voler riconoscere - che si trattava di una disposizione emessa nell’ambito del servizio veterinario militare e che riguardava il trattamento delle carcasse delle bestie.


Stando al New York Times del 20 ottobre 1925, parlando in città, il capo dell'Intelligence britannica, il generale sir John Charteris, aveva dichiarato che la storia era stata inventata pensando di poter influenzare la posizione della Cina, che da pochi anni, nel 1917, era diventata repubblica e la cui situazione caotica spingeva entrambi i fronti contrapposti a cercare di tirarla dalla propria parte. Nel caso della “fabbrica dei cadaveri”, stando al resoconto del New York Times, Charteris avrebbe sostenuto che s’intendeva far leva sul tradizionale senso di rispetto per le spoglie proprio delle culture asiatiche. Insomma, tutto sarebbe stato fatto per suscitare odio antitedesco a Pechino. Poco dopo, tuttavia, Charteris smentì di aver mai sostenuto una cosa del genere: rientrato in patria, spiegò al Times che non credeva affatto né alla veridicità di un simile comportamento tedesco, né di aver mai pensato a un’azione di propaganda come quella che gli aveva attribuito il giornale newyorkese. Anche se fra gli storici il comportamento di Charteris sulla vicenda è rimasto a lungo oggetto di valutazioni differenti, la sostanza è che nessuno, sin dall’inizio, ha mai ritenuto di attribuire la nostra storia a un’iniziativa come quella riferita dal New York Times.


La ricerca moderna sulla leggenda


Oggi, l’orientamento prevalente fra gli storici è che la storia della fabbrica dei cadaveri non sia sorta a tavolino, per un piano propagandistico antitedesco ben preciso, ma che, comunque, sia stata rapidamente sfruttata come tale.


Studiosi come Adrian Gregory, nel suo volume The Last Great War (Cambridge University Press, 2008) ritengono che sia nata nella parte di Belgio non occupata dai tedeschi, fra le truppe alleate e i civili terrorizzati dalle battaglie, e che sia poi giunta dapprima in forme più vaghe alla stampa di vari Paesi (Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna) nel 1915-16, ma che si sia cristallizzata soltanto con la “conferma” che il Times pensò di trovare, a metà aprile 1917, scoprendo il brevissimo articolo sulla “puzza” proveniente da una fabbrica di lavorazione degli animali di cui aveva accennato il Berliner Lokal-Anzeiger.


Fatte le dovute proporzioni, e con particolare riferimento all’utilizzo maldestro della leggenda fatto dal capo dei servizi segreti britannici, John Charteris, nel 1925, l’altro storico che ha più indagato sulla vicenda, Joachim Neander, nel suo The German Corpse Factory (p. 175) ha parlato di un ciclo di feedback - un feedback loop - nel quale storie raccontate di bocca in bocca e nelle trincee venivano “ascoltate” dalle autorità e da queste menzionate perché da loro stesse ritenute non del tutto impossibili, e poi rimesse in circolazione, in un ciclo senza fine. Per Neander, comunque, con la sua autorità a livello mondiale, il trattamento della storia fatto dal Times nell’aprile-maggio del 1917 fu fondamentale.


Le ragioni di un successo


La storia della fabbrica dei cadaveri funzionò per più ragioni. Innanzitutto, con la guerra, anche in Gran Bretagna era partita la corsa per inventare nuovi materiali e nuove tecniche utili allo sforzo bellico. Un esempio: fu lanciata un’enorme campagna, nella quale bambini e ragazzi erano invitati a raccogliere le castagne d’India (il frutto dell’ippocastano, quella che da noi è anche chiamata castagna matta). La propaganda pubblicizzò l’attività come “dovere patriottico”, in cui anche i più piccoli potevano fare la loro parte. E loro la fecero: raduni scout e ore del doposcuola vennero interamente votati alla raccolta, per la maggior gloria dell’Impero Britannico.


Ma perché Sua Maestà era così interessata alle castagne d’India? La ragione è che le truppe inglesi usavano come esplosivo per i proiettili la cordite, al posto della polvere da sparo, e per fabbricarla ci voleva l'acetone. Le scorte di acetone però scarseggiavano, in parte perché ce ne voleva tanto, in parte perché i sottomarini tedeschi attaccavano i carichi di mais provenienti dal Canada e dagli Stati Uniti, necessari per produrlo. Grazie alla campagna rivolta ai bambini, il governo raccolse tonnellate di castagne d’India, anche se la produzione in realtà andò a regime quando ormai la guerra era quasi finita.


Insomma: ogni cosa, anche quella fino ad allora considerata più inutile, venne convertita allo sforzo bellico; in quest’ottica, pensare che qualcuno potesse pensare di riciclare tutto - anche i cadaveri dei soldati - non era poi così assurdo.


La seconda ragione del successo della leggenda sta in quella che viene chiamata atrocity propaganda: in guerra è importante dipingere il nemico come un crudele assassino senza scrupoli, un mostro. La stampa inglese era infarcita di racconti che miravano a rafforzare questa idea. Quella della fabbrica dei cadaveri ebbe forse maggior successo di altre, ma va letta insieme a tutto il resto. Nel luglio 1918, ad esempio, circolò ampiamente sui giornali la storiella del sottomarino:


L’ufficiale Collingwood Hughes [...] ieri in una conferenza al Royal Club, a St. James's Square, ha raccontato che una delle nostre motovedette nell'Atlantico ha trovato un sottomarino alla deriva. Dopo aver salvato l'equipaggio il nostro comandante ha chiesto al capitano degli Unni se fossero tutti al sicuro a bordo, poiché aveva intenzione di far saltare in aria l'U-Boot.
"Sì", fu la risposta, "sono tutti qui. Fai l’appello". Tutti i tedeschi risposero. Il comandante inglese stava per allontanarsi per sganciare una carica di profondità, quando udì dei colpi.
"Sei proprio sicuro che non ci sia nessuno rimasto a bordo?" ripeté.
"Sì", dichiarò il capitano degli Unni.
Ma i rumori continuavano e l'ufficiale britannico ordinò una perquisizione dell'U-Boot. Vi furono trovati, legati come galeotti, quattro marinai britannici. I tedeschi soccorsi avrebbero permesso che i prigionieri finissero annegati." ("Daily Mail", 12 luglio 1918)

Anche questa storia venne discussa alla Camera dei comuni, il 23 luglio 1918. A una domanda diretta sulla veridicità del racconto, il segretario dell'Ammiragliato rispose di non aver notizie sulla faccenda, e che era “priva di fondamento”. Eppure, circolò molto sulla stampa, ripetuta in occasioni pubbliche anche da ufficiali della Marina. Era un racconto esemplare, che tracciava un confronto impietoso tra l’umanità degli inglesi - che si preoccupavano di salvare tutti i nemici, fino all’ultimo uomo - e la barbarie del nemico.


Allo stesso modo, la storia delle fabbriche di cadaveri era perfetta allo scopo: giocava sulla precisione “scientifica” della tecnica tedesca, alla quale si affiancava, senza soluzione di continuità, la barbarie dei suoi soldati, degni eredi degli Unni.


Immagine in evidenza: National Archives UK


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