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La leggenda, buona, dei tappi di plastica


articolo di Paolo Toselli


Nel 1993 nasceva in Italia una curiosa gara di solidarietà: cinquemila tappi di plastica per una carrozzella da donare a una persona povera e handicappata. Ma alla fine della catena non esisteva ente disposto a trasformare i pochi sacchi di tappi in denaro contante. Finché, agli albori del nuovo millennio, prima in Francia, poi in Italia, la raccolta dei tappini, costituiti di plastiche particolari che si prestano facilmente ad essere rilavorate, iniziò a dare i suoi risultati, ad esempio grazie ad un’iniziativa della Caritas Diocesana di Livorno, in collaborazione con la ditta Galletti Ecoservice, impegnata nella raccolta e trasporto di rifiuti speciali, nel riciclaggio e stoccaggio di materiali plastici.


Ne riferisco nell’appendice di aggiornamento al mio libro La famosa invasione delle vipere volanti, pubblicato lo scorso anno da Ledizioni di Milano.


Un caso raro, ma non unico, di ostensione, ovvero il trasformarsi di una leggenda metropolitana in realtà. Niente carrozzella, ma consegnando notevoli quantità di tappi di plastica (centinaia di volte in più di quanto affermava originariamente la leggenda) alcune ditte dedite al riciclo riconoscono un corrispettivo economico. Soldi che sono effettivamente serviti per costruire pozzi per l’acqua in Africa e per altre iniziative benefiche. Ad esempio, i tappi raccolti in tutta Italia da sedici anni a questa parte hanno permesso all’associazione di volontariato Centro Mondialità Sviluppo Reciproco la realizzazione nelle regioni aride della Tanzania di 7 acquedotti e 61 pozzi raggiungendo ben 55 villaggi con condutture idriche, portando l’acqua a 84 mila persone.


Ma non solo. A distanza di oltre 25 anni, la raccolta di tappi di plastica si ripresenta, ad esempio, a Eboli, in Campania, ancora con il proposito, questa volta realizzato, di donare una carrozzina per disabili), o, ad Avetrana, nel Tarantino, per finanziare l’acquisto di carrozzine da basket per ragazzi che vogliono cimentarsi nello sport, oppure ancora, in provincia di Padova, per donare cani guida a persone non vedenti o a disabili (ricordate la raccolta della carta stagnola negli anni ’60, di cui abbiamo trattato poco tempo fa? Altra voce infondata che si è trasformata in realtà, seppur coi dovuti distinguo).


Ma quanto vale un tappino?


Poco, molto poco: circa 0,04 centesimi di euro, secondo quanto viene riconosciuto in media dalle ditte che procedono al riciclo. Pertanto, facendo i calcoli, per ricevere un euro bisogna consegnare circa 2.500 tappi, per ottenere mille euro i tappi devono essere 2 milioni e mezzo - pari a 5 tonnellate! Considerando il notevole impegno (di risorse umane, logistiche, ecc.) che comporta raccogliere, immagazzinare e trasportare volumi così ingenti, il reperimento dei tappini può essere considerato un’operazione antieconomica? Sarebbe certo più semplice ed economicamente più efficace la donazione da parte di ogni volontario anche solo di un euro.


Tuttavia, per gli enti che promuovono la raccolta, l’iniziativa è ugualmente utile per sensibilizzare una comunità sulle condizioni disagiate di altre popolazioni e per creare una rete di volontari capaci di mobilitarsi per iniziative benefiche.


Tra le varie opinioni, una cosa è certa. La realtà della raccolta si basa sugli stessi meccanismi della leggenda originale: sentirsi più buoni senza aver tirato fuori dalle proprie tasche un solo euro, anzi giustificando inconsciamente un incremento del consumismo.


Ad esempio, è di poche settimane fa il lancio da parte di un’associazione locale di volontariato della raccolta di tappi in plastica per aiutare il reparto di ostetricia-ginecologia dell’Ospedale di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, che rischia la chiusura.


E, sempre quest’estate, a Padova è stata avviata la campagna “La plastica che fa del bene” dedicata alla raccolta dei tappi di plastica per acquistare parrucche per le donne che, a causa delle terapie chemioterapiche, vivono il delicato momento della perdita dei capelli.


Di conserva, si deve riscontrare anche lo stop di analoghe iniziative a causa di ostacoli burocratici ed economici. Come, ad esempio, accaduto un anno fa a Genova, dove l’associazione "Non Solo Parole", dopo dieci anni di risultati positivi ha cessato la raccolta, che avveniva attraverso oltre 900 punti in tutta la città, visto che il ricavato, (circa 200 euro a tonnellata), riusciva a coprire ormai soltanto lo stipendio delle due persone che con un furgone raccoglievano “a domicilio” i tappi, oppure a San Giuliano Milanese, dove l’associazione "Polisolidale" ha a sua volta sospeso il progetto per ragioni logistiche, considerato che il Comune ha chiesto di liberare l’area dove venivano depositati i grossi sacchi in attesa del conferimento, oppure ancora in Val Camonica, dove alle difficoltà economiche si è aggiunta la chiusura dell’azienda che effettuava il riciclo.


Tra l’altro, sempre di recente, la raccolta benefica si è ampliata anche ai tappi di sughero consumati nei ristoranti e nelle case, il cui ricavato dalla vendita ad un’azienda specializzata in pannelli isolanti, è devoluto a favore della Fondazione Malattie del Sangue dell’Ospedale Niguarda di Milano. E’ il caso dell’iniziativa intrapresa quest’anno dal comune di Montevecchia, in Lombardia.


In parallelo, hanno iniziato a far la loro comparsa presso enoteche, bar e ristoranti, dapprima in Veneto e poi in tutta Italia, anche i cosiddetti "box etici", sempre mirati al recupero e al riciclo dei tappi in sughero, ad opera dell’azienda "Amorim Cork Italia". Risultato: 700 euro per ogni tonnellata di tappi riciclati destinati ad associazioni che sostengono progetti solidali, ma anche a qualcosa di più prosaico, come all'ottenimento di un voucher del valore di cinque euro spendibile per l’acquisto di vino ogni dieci pezzi consegnati.


Dobbiamo però anche ricordare che, come accade di solito per le leggende metropolitane e altre forme di folklore narrativo, le storie inerenti a raccolte benefiche di tappi di plastica hanno valicato i confini nazionali. Così, le ritroviamo a New York nel 2009, quando mille tappi sarebbero serviti per pagare un trattamento chemioterapico ad un bambino indigente. Simili appelli erano iniziati a circolare l’anno prima anche in altri Stati del Nord America, ma, come nota il sito specializzato in leggende metropolitane Snopes, nessuno conosceva il nome del bambino o sapeva dove abitasse, né quale ospedale potesse fornire le cure, né quale ente raccoglieva i tappi. Insomma, la stessa situazione riscontrata in Italia all’inizio della diffusione della leggenda.


Ma, gira gira, la storia ha subito un ulteriore, inaspettato, sviluppo.


E’ di poche settimane fa la notizia che, in Australia, su iniziativa di un comune cittadino, Sean Teer, è stato avviato un programma educativo finalizzato alla raccolta dei tappi di plastica allo scopo di trasformarli, con l’ausilio di stampanti 3D e di un apposito software, in protesi di arti per bambini bisognosi. Risultato: sino ad oggi oltre un milione di tappi raccolti e, tra gli altri, quanto toccato a una bambina di quattro anni, che ha ricevuto la mano artificiale ispirata al suo supereroe preferito: Batman.

La leggenda, attraverso la realtà, si reincarna in leggenda, e che leggenda!

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