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La scomparsa di Jean Delumeau, che ci ha insegnato ad AMare la paura



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Chiunque studi le leggende contemporanee si direbbe affascinato dal sentimento della paura. Che si passi il tempo a combatterle o che si segua con affetto il sorgere di una nuova (ma quante leggende contemporanee sono davvero nuove?), spesso si finisce per scoprirvi i tratti della paura. Se ne osservano le modalità, le sfumature, i tentativi di negarla da parte dei suoi protagonisti.


Per questo fascino, che è anche il nostro, non possiamo che rivolgere un saluto ammirato allo storico delle mentalità Jean Delumeau, un gigante della storia culturale degli ultimi cinquant’anni, morto a Nantes il 13 gennaio a novantasei anni.


Non possiamo dunque evitare di dire due parole su quello che per certi versi resta il capolavoro di Delumeau, La paura in Occidente, uscito in Francia nel 1978.


Diviso in due parti, il volume tratta sia delle paure delle masse (soffermandosi su quelle per il mare, il buio, la peste, la carestia, la guerra, per rivolte imminenti e per il passato) sia delle paure delle classi dirigenti, in specie - ma non solo - di quelle della chiesa cattolica romana (e allora discute la paura degli ebrei, dei musulmani, dei protestanti, delle donne viste come streghe, della cultura magica, ecc.).


Ma la paura, lo abbiamo detto, è anche un tratto fondamentale delle leggende contemporanee. Sappiamo bene che sovente esse consistono in racconti esemplari su cose che additano le paure. Le raccontano, mostrando in primo luogo ciò che di spaventoso potrebbe accadere. Hai paura di lasciare tuo figlio solo con la babysitter? Allora, ecco tutte le storie di killer che penetrano in casa mentre il bambino è con lei, di babysitter hippy cannibali o in fuga dalla polizia... E così le narrazioni diventano il segno tangibile e oggettivato della preoccupazione - o meglio, un racconto di ciò che potrebbe succedere nelle nostre peggiori paure.


Ma lo scopo delle leggende non è solo questo. Le “storie esemplari” confermano la nostra visione del mondo e i nostri pregiudizi - e quindi sì, anche le cose che ci fanno paura (Satana, la peste, il colera gli ebrei, le streghe, gli stranieri, le altre confessioni religiose). Eppure, al tempo stesso, le leggende ricoprono una funzione di gestione e di controllo. Sì, è vero che quello che mangi è pieno di conservanti, ma se fai attenzione alla lista dei conservanti dannosi, allora la minaccia non sarà così grande, e i mali peggiori si potranno evitare. La paura, dunque, reca con lei anche gli strumenti per delimitarne la portata, anche se sovente con esiti terribili.


Ad esempio, quando nell'estate del 1792 la Francia rivoluzionaria è minacciata dalla reazione europea, a Parigi si diffondono voci di ogni genere sull’esistenza di un “complotto delle prigioni”. Se la città rimarrà sguarnita di uomini corsi a nord per fermare l’avanzata della coalizione controrivoluzionaria, i numerosissimi detenuti usciranno dalle prigioni, e prenderanno il controllo della capitale. Ciò condurrà alla scoperta di una serie di pretese “prove” dell’esistenza del complotto e a una serie di tremendi massacri di prigionieri delle carceri cittadine. Ecco però il punto relativo alla “delimitazione” della paura. Scrive Delumeau:


Fra le vittime dei massacri, si ebbero più prigionieri comuni che “politici”. La proporzione generale fra gli uni e gli altri sarebbe stata, facendo una stima bassa (737 da una parte, 353 dall’altra), del 67,61% per i primi e del 32,38% per i secondi e assumendo una stima alta (1003 e 392) del 71,9% per i primi e 28,1% per i secondi. È impossibile di conseguenza pretendere che i prigionieri di “diritto comune” furono uccisi “per un di più” o per “divertimento” e “ebbrezza di ferocia”. La spiegazione è diversa e si collega in maniera viscerale alla paura dei briganti. La gente senza scrupoli né moralità che era stata condannata per motivi diversi non avrebbe mancato di vendersi al più alto offerente.

Per quanto possa apparire terribile, le voci che condussero ad agire non solo contro i “veri” antirivoluzionari ma contro i criminali comuni, eliminandone assai di più dei primi, rispondevano alla necessità di fornire un paradossale limite al contenuto delle paure dei parigini che vedevano avvicinarsi le forze straniere alla città. Eliminando i prigionieri comuni, considerati come massa di manovra della controrivoluzione, accanendosi su di loro ancora di più che su quelli in carcere perché politicamente motivati, si faceva fronte alla necessità di fornire un soggetto più preciso di quella “epidemia di paura” (i “soldati semplici” della temuta rivolta, ossia i prigionieri comuni).


In tutto questo, Delumeau ci tiene a distinguere in maniera accurata fra paura ed angoscia. La paura in lui ha natura razionale. Vero è che lo studioso prende ampiamente a prestito concetti dalla psicopatologia e dalla filosofia, ma la “sua” paura non è né il tratto del depresso né l’angst dell’esistenzialista (e infatti Delumeau in certi punti del suo libro parafrasa, per distanziarsene, il Kierkegaard del Concetto dell’angoscia). La paura delineata dallo storico francese, invece, possiede modi, tempi e soprattutto oggetti determinati: non è paura di avere paura. Non è mai amorfa, viscerale. È paura di qualcuno e di qualcosa, posti in un un luogo e in un momento specifico.


Dunque, si tratta di paure storicamente e culturalmente determinate. Vero è che in certe pagine Delumeau le lega fortemente a un concetto delle scienze psicologiche, quello di attaccamento, ma noi preferiamo non discutere troppo questa sua scelta, al tempo in cui scriveva forse meno problematica di oggi. Siamo più affezionati al suo lavoro di storico, quello che fa la gioia di ogni appassionato di folklore, di antropologia e di storia culturale.


Quello che, ad esempio, gli permette di vedere la portata e di decodificare in poche righe il significato dei disordini scoppiati a Lione nel 1768, legati alla paura che autorità e religiosi rapissero bambini per dissanguarli, e di cui anche noi ci siamo occupati di recente su Queryonline.


Appunto la natura storica della paura, studiata meglio da Delumeau rispetto ad alcuni suoi predecessori pur illustri come Lucien Febvre, consente di circoscriverla, di descriverla e di situarla funzionalmente, sia nella storia sociale sia nelle nostre dilette leggende contemporanee. Qualcuno forse potrà mettere lamette sugli scivoli, ma se si esamina bene lo scivolo, si può far fronte a questa paura; gli untori che agiscono per motivi politici o religiosi sono in grado di contaminare panche e acquasantiere, ma se - attenti ad ogni movimento sospetto - li faremo arrestare, vedremo la paura prendere una dimensione più limitata; i nemici staranno forse per compiere una strage nella metropolitana di Londra, ma seguendo i consigli di un misterioso tedesco riconoscente, allora ci salveremo dal terrore dello scoppio o da quello dei gas…


Dunque, per noi aver paura è terribile, ma necessario. Che il nostro organismo sia impregnato dell’umor nero, della melanconia, per la nostra civiltà - spiega Delumeau - è anzi inevitabile.


L’analisi di lunga durata dello studioso è ambivalente: disinnescare la paura è in qualche misura possibile, ma non facciamoci troppe illusioni. La mentalità religiosa dal Medioevo alla modernità si evolve, e quindi pure l’idea e i tratti della paura mutano. Certo, in tempi recenti il progresso ha inteso combattere proprio il senso della paura, ma esso non è riuscito a prevalere sul serio, nemmeno dopo il Settecento e i suoi Lumi. La paura è per lui “componente maggiore dell’esperienza umana”. Anzi, il progresso alla fine risulta intrecciato a un malessere continuo, inestinguibile, a una paura, appunto, di cui - storicamente - va comunque sempre resa ragione, senza cedimenti pessimistici e senza inclinare a tentazioni irrazionalistiche, antiche e recenti.


La paura in Delumeau è dettagliatamente spiegabile.


La persistenza di questo malessere nella modernità continua a palesarsi, sia pure in modi plausibili oggi, con i segni e con i significati della paura.


Per Delumeau tutto ciò è possibile non perché le “paure” siano, per così dire, degli incidenti di percorso, ma perché la paura caratterizza in modo indelebile l’Occidente. Anzi, sono proprio i suoi segni a rendere l’Occidente ciò che Delumeau chiama il Paese della paura e, dunque - cosa che a noi interessa molto - a farne la patria stessa del leggendario contemporaneo più nero.

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