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Quattro chiacchiere sui Covid party



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo



Si è parlato molto di Covid party (o di Corona party), ultimamente, sui social e sui giornali. Chi ne scrive, in genere, può intendere almeno tre cose differenti. Ecco una mini-tipologia:


  • Una festa cui si va per divertirsi, in cui non c’è distanziamento sociale, la gente si assembra e va in giro senza mascherine, e che ha per conseguenza la libera circolazione del virus. Non ci si va con l’obiettivo di infettarsi, ma questa ne è spesso la conseguenza.

  • Una festa “a tema”, in cui ci sono decorazioni aventi per oggetto il virus e l’epidemia, travestimenti vari e che funge, in qualche modo, da esorcismo contro la paura, ma messo in opera con modalità povere di sensibilità e di empatia verso i veri malati, le vittime o le loro famiglie.

  • Una festa cui si prende parte con il preciso scopo di infettarsi: è invitata una persona malata, il cui stato è noto agli altri partecipanti. L’obiettivo dichiarato è quello di “aumentare il numero dei contagiati per favorire l’immunità di gregge”, oppure quello di dimostrare che il virus in realtà non esiste.


Se i raduni del primo tipo sono esperienza comune e quelli del secondo tipo, più frequenti nelle prime fasi dell’epidemia, sono comunque documentabili senza ombra di dubbio, ampi punti interrogativi gravano su quelli del terzo tipo, le cui caratteristiche ne fanno sospettare la natura leggendaria.


San Antonio, Texas: morto per un Covid party?


Prendiamo la storia più eclatante, quella che tutti i giornali (italiani e stranieri) hanno iniziato a rilanciare a metà luglio:


Ha partecipato a uno dei «Covid Party» organizzati negli Stati Uniti, convinto che il virus fosse una bufala, ma poi lo ha contratto ed è morto (Il Messaggero)


Il fattaccio sarebbe avvenuto a San Antonio, in Texas. Il giovane - sulla trentina - avrebbe confessato lo “sbaglio” sul letto di morte a un’infermiera. La storia ha avuto immediato risalto in tutto il mondo, è stata rilanciata anche dall’autorevole New York Times, e giornalisti e blogger normalmente propensi al fact-checking si sono affrettati a dichiararla autentica (lo ha fatto, da noi, anche un sito come bufale.net). Eppure a vedere la fonte primaria qualche dubbio dovrebbe venire. Tutto nasce, infatti, da un video avente per protagonista la dottoressa Jane Appleby, di un ospedale, il Methodist Healthcare. Questa la trascrizione del passaggio che fa suonare un campanello d’allarme:


Non voglio essere allarmista, e stiamo solo cercando di condividere alcuni esempi dal mondo reale per aiutare la comunità a rendersi conto che il virus è molto pericoloso e che può diffondersi facilmente. Ho sentito una storia che spezza il cuore, questa settimana: ci siamo occupati di un paziente di trent’anni, al Methodist Hospital: ha raccontato alla sua infermiera che era stato a un Covid party. Si tratta di una festa tenuta da qualcuno a cui è stato diagnosticato il Covid, e l’idea è che la gente gli stia insieme e veda se il virus esiste davvero e se qualcuno si infetta. Appena prima che il paziente morisse, ha guardato l’infermiera e ha detto: “Penso di aver fatto un errore. Credevo che tutto questo fosse una bufala, ma non lo è”. È solo uno degli esempi di morti potenzialmente evitabili fra i membri della nostra comunità, e non posso immaginare la perdita per la famiglia.

Siamo dunque in presenza di una fonte di terza mano: un anonimo paziente, che lo avrebbe raccontato a un’anonima infermiera, che a sua volta lo avrebbe riferito alla dottoressa. Le generalità dei protagonisti sono sconosciute, i fatti non sono verificabili in alcun modo. La “confessione sul letto di morte” (tratto comune a molte leggende!) è sottolineata esplicitamente per lanciare un messaggio, come avvertimento per gli sprovveduti di cui è portatore il giovane pentito... Una cautionary tale che dovrebbe mettere in guardia chi sottostima la gravità del virus.


Per queste ragioni, diversi quotidiani hanno avanzato dubbi sul reale svolgimento dei fatti: si può leggere, ad esempio, questo articolo di Wired USA o quest’altro dello scettico Ben Radford.

Lo stesso New York Times, una volta pubblicato l’articolo sulla vicenda, ha aggiunto questa nota:


Il Times non ha potuto verificare il resoconto della dottoressa Appleby in modo indipendente. Lunedì, il Dipartimento per la salute di San Antonio ha affermato che i contact tracers non hanno alcuna informazione “che possa confermare o negare” che un evento di questo tipo sia veramente accaduto.


L’esordio in Germania


L’idea dei Covid party non è però certo nata in Texas a luglio. Intorno a metà marzo era già dilagata in Germania: a Norimberga, a Neuruppin, a Berlino, a Monaco e in altre città, si erano diffuse le prime, ma insistenti voci sullo svolgimento di queste feste. In Europa la pandemia era entrata nella sua fase peggiore, i casi si accumulavano, e anche se in quel momento in Germania la situazione era meno grave che altrove la tensione era palpabile.


Le storie fioccavano sui quotidiani, ma in realtà la Polizia era prudente - al contrario di molte fonti di stampa, come il tabloid Tag24. Di nuovo, nessuna prova decisiva: molti casi di Covid party sembravano in realtà riconducibili a normali feste di fine semestre scolastico, alle vacanze universitarie e alle serate alcoliche di Carnevale, tutte occasioni assai vive in Germania. Insomma, tutti raduni “del primo tipo” che vi abbiamo descritto, ma nessuna prova di partecipanti andati lì con il proposito di contagiarsi volontariamente.


L’esordio della storia, dunque, sembra europeo, non americano.


Lo sbarco in America


Questo dubbio privilegio del nostro continente, però, era destinato a durare poco. Il 24 marzo il governatore del Kentucky, Andy Beshear, annunciava che in un cluster di 39 casi appena scoperti, almeno uno era dovuto allo svolgimento dei parties, sulla cui realtà non sembrava avere dubbi. Aveva saputo che c’era stata almeno un’iniziativa di quel genere, cui avevano partecipato, in maniera “irresponsabile”, circa venti persone. Anche qui, però, nessun’altra fonte giungeva a corroborare il racconto.


Uno dei casi che hanno ricevuto maggior pubblicità è stato quello esploso a inizio maggio nella città di Walla Walla (Stato di Washington), in seguito a un tweet in cui le autorità sanitarie usavano toni apocalittici:


Abbiamo ricevuto notizie di “coronavirus parties” dove persone non infetti si mescolano a individui positivi al #Covid19 per cercare intenzionalmente di contrarre il virus. Pessima idea! E’ pericoloso e mette a rischio di finire in ospedale o anche morire


La marcia indietro seguirà nel giro di poche ore: per le autorità di Polizia le feste, se davvero avvenute, non avevano comportato “una diffusione intenzionale” del virus. In particolare, gli accertamenti svolti dai giornalisti di Rolling Stone presso le autorità dello Stato di Washington, già il 7 maggio avevano fatto capire che tutto si riduceva a voci, o a iniziative ludiche da parte di giovani che volevano, magari in modo non troppo responsabile, divertirsi, ma senza che dietro ci fosse nessun piano da “auto-untori”.


Meno di dieci giorni dopo, le voci si erano estese anche al Messico, ma con una variante importante: in rete si parlava di un vero e proprio sistema di inviti alle feste. Per parteciparvi (e ottenere l’immunità!) bisognava sborsare 1500 pesos (circa 100 euro). La stessa governatrice di Città del Messico, però, al contrario dei suoi colleghi statunitensi, era stata categorica: si trattava di mere falsità.


Una lotteria pro-virus?


Vi ricordate i “varicella party” degli antivaccinisti? Ora si sta facendo di peggio. In Alabama alcuni studenti hanno messo in piedi una gara davvero originale: hanno organizzato una festa, hanno invitato persone con COVID-19, ognuno ha messo una posta e chi riesce a infettarsi vince tutto il denaro. So cosa state pensando: è impossibile, ed è la stessa cosa che ho pensato io. Invece è vero.


Così raccontava il 2 luglio agli italiani, con evidente convinzione, il virologo Roberto Burioni sul suo sito MedicalFacts. Gli facevano eco diversi quotidiani, che parlavano addirittura di una moda in corso tra i giovani americani.


Cos’era successo, in realtà? Il giorno prima, una consigliera comunale della città di Tuscaloosa (Alabama), aveva affermato durante una seduta dell’assemblea l’esistenza di feste di quel genere, che erano in corso, a suo dire, in maniera massiccia. Parlando della situazione davanti al Consiglio, anche il comandante dei Vigili del Fuoco di Tuscaloosa aveva confermato di avere informazioni certe su quelle azioni criminali. I dettagli erano da brivido: si raccontava addirittura di una lotteria, in cui i partecipanti mettevano dei soldi in un contenitore, e il primo ad ammalarsi avrebbe vinto tutto il denaro.


L’edificio, già pericolante, cominciava a scricchiolare già del giorno 3. Il maggior centro di aggregazione dei giovani di Tuscaloosa, il campus dell’Università dell’Alabama, rendeva noto che “da settimane” l’amministrazione era al corrente di quelle dicerie ma che, per quanti sforzi fossero stati fatti, non era stata in grado di risalire all’identità di alcun protagonista di quei discutibili raduni di massa.


Il 7 luglio, Wired aveva ormai del tutto chiara la dinamica della storia: voci, racconti di bocca in bocca, ripetuti anche da funzionari pubblici di Tuscaloosa, ma in realtà fusi insieme e “abbelliti” dalla stampa locale, che in quel modo aveva dato notorietà mondiale alla tranquilla cittadina del profondo sud degli States. Le autorità, interrogate dalla rivista, si erano rifiutate di fornire maggiori dettagli sulle loro fonti. In realtà, un buon debunking era arrivato su Twitter già lo stesso 2 luglio, da parte del giornalista Steven Thrasher.


Di nuovo: un conto sono le feste a cui alcuni ragazzi avevano partecipato, sicuramente in modo irresponsabile; un altro sono quelle messe in piedi con il preciso scopo di diffondere il contagio. Questa ambiguità tra i due modi di usare l’espressione Covid party è evidente nella vicenda di una diciassettenne immunodepressa, tragicamente morta per il virus: la madre, complottista e antivaccinista, l’aveva portata a una festicciola convinta che l’epidemia fosse esagerata dai media.


Uno dei panici morali più recenti, infine, è quello che si è sviluppato ad Asceola (Florida) intorno al 16 luglio, con conseguente intervento dello sceriffo volto a mettere in guardia da “certe cose”. Ma, anche qui, le prove di una diffusione intenzionale scarseggiano.


Dall’influenza suina alle sex roulette


Ci sono comunque diversi precedenti “leggendari” che rafforzano l’impressione che, anche stavolta, si possa essere di fronte a un panico morale e a una leggenda contemporanea, e non a un pericolo reale, almeno per come è stato raccontato. Nella primavera del 2009, durante l’epidemia (e la paura) da influenza suina, si diffuse la storia dell’esistenza di veri e propri flu party, sulla cui natura fantastica uscì un lavoro dettagliato sulle pagine del British Medical Journal, intitolato non a caso Influenza suina party? Ma quali party? In tempi più recenti (2016), Snopes si è occupato delle voci rimbalzate su parecchi tabloid circa i casi di sex roulette, occasioni in cui verrebbe praticato il sesso di gruppo e in cui uno dei partecipanti sarebbe positivo all’HIV. Anche in quel caso: molte voci, poche prove.


Perché questa storia piace?


Dunque, riassumendo: le evidenze dei Covid party che all’inizio abbiamo chiamato “del terzo tipo” scarseggiano, eppure tutti ne parlano. Certo, non è detto che cose del genere non possano accadere: come ammetteva lo stesso scettico Ben Radford, è possibile che presto qualche prova emerga, che prima o poi un vero caso di diffusione intenzionale del contagio tramite feste emerga. Eppure, siamo ben lontani dall’esistenza di una moda giovanile, come alcuni quotidiani vorrebbero far credere.


Le leggende metropolitane non sono necessariamente storie false. Di norma, anzi, sono storie indefinite, di cui non abbiamo le prove ma sulla cui verità saremmo disposti a giurare. In questo caso abbiamo una narrazione forte, persistente, che ci parla di ragazzi scapestrati e di feste criminali dagli oscuri intenti. Per sostenere questa idea, siamo disposti a dar credito a evidenze traballanti, a storie di terza mano e a testimoni anonimi. E, curiosamente, a cadere nel tranello sono in qualche caso anche persone che, se si parlasse di altro - di pseudoscienze o di testimonianze di presunti fenomeni straordinari - bollerebbero il tutto in quattro e quattr’otto come rumors non confermati.


Allora, forse più che se i Covid party sono reali o no, forse dovremmo chiederci cosa ce li fa sembrare veri, ossia, perché l’idea ci affascina così tanto. Fra i motivi, probabilmente,anche questi:


  • Prima di tutto, l’idea dei Covid party si confonde con racconti analoghi della cui realtà è difficile dubitare: morbillo e varicella party esistono, le prove in loro supporto sono solide, si tratta di (pessime) idee che alcuni genitori hanno veramente messo in pratica.

  • In secondo luogo, i protagonisti sono i giovani, sempre bistrattati dalla stampa, che spesso etichetta come “mode giovanili” comportamenti tenuti in realtà da pochissime persone, o visionate in un paio di clip su Youtube. Basta pensare al condom snorting, o ai tamponi alla vodka: comportamenti limitatissimi, a volte soltanto presunti, con cui un’intera generazione viene tacciata di stupidità.

  • Terzo, le storie sui Covid party hanno un indubbio intento morale. Sono cautionary tales, ci ammoniscono a non sottovalutare il virus, a non comportarci con imprudenza. Chi le condivide vuol comunicare che l’epidemia c’è, che esiste, e che può farci molto male: chi la sottovaluta va incontro al contagio, magari alla morte. Non per nulla i maggiori locutori risultano i politici o gli agenti delle forze dell’ordine che maggiormente sentono l’esigenza di indirizzare i propri concittadini verso un comportamento responsabile.

  • Quarto, si tratta di racconti che fanno leva sull’indignazione. Se tutto il mondo cerca di stare a casa, di diminuire le occasioni di contagio, di far calare il numero degli infetti, l’idea che qualcuno “remi contro” risulta agghiacciante. È l’elemento dissonante della sinfonia, il comportamento contrario al vivere comune, che come tale va isolato e additato al pubblico.


Forse quest’ultimo elemento che ci colpisce di più. Le leggende metropolitane spingono spesso verso la conformità e al “sentire comune”. Chi non si adegua è fuori dal coro, genera paura e indignazione. È lo stesso sentimento che portava i francesi a inorridire dei bals des victimes, le feste clandestine che ai tempi del Terrore rivoluzionario (1795 circa) radunavano i parenti dei ghigliottinati - nobili, religiosi o sospettati di tramare per il ritorno dell’Ancien régime. O almeno, questo raccontava la leggenda, illustrata qui da Stefano Dalla Casa. L’idea che in quel turbine di violenza qualcuno potesse divertirsi, sorridere, danzare era qualcosa di spaventoso, che scatenava sdegno e indignazione.


Lo stesso si può dire, probabilmente, di un party durante un’epidemia. Insomma, è la stessa idea di festa in tempi così difficili a non piacere, e forse è per questo che la si carica di tinte ancor più cupe, di propositi ancora più foschi. È la Morte stessa che attraversa le sfarzose sale del principe Prospero, durante la grande festa da lui organizzata, mentre al di fuori infuria l’epidemia: La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe aveva già detto tutto, di questo clima. E non è un caso: secondo alcune ricostruzioni, l’ispirazione per quel racconto gli sarebbe giunta proprio grazie a un trafiletto di cronaca, in cui si narrava di un ballo in maschera tenuto al Théatre des Varietés di Parigi durante l’epidemia di colera del 1832 (in cui lo stesso Poe si ammalò, e guarì). In un resoconto pubblicato il 2 giugno 1832 sul New York Mirror, si raccontava di un ospite arrivato a mezzanotte, vestito proprio come la personificazione del morbo, con tanto di busto scheletrico e occhi iniettati di sangue. Se questo sia veramente accaduto o se si tratti solo di una leggenda metropolitana d’antan, è difficile esprimersi.


Nel frattempo, comunque, a confermare quanto l’idea dei Covid party abbia colpito l’immaginazione del mondo moderno, su Wikipedia (versione inglese) è comparsa una voce dedicata in modo esplicito all’argomento. Cosa che dovrebbe assicurare alla nostra storia fama imperitura. A prescindere dal fatto che queste feste siano reali o meno.


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