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Una pandemia di travestimenti



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Nel travestimento c’è tutto il nostro immaginario. Nella scelta di diventare ciò che non siamo - o almeno di apparire come qualcos’altro - c’è molto di quello che pensiamo, temiamo o che vorremmo essere. E, soprattutto, sono rivelatori i motivi alla base di quelle scelte. Naturalmente, non tutti i travestimenti sono uguali. Non tutti significano le stesse cose. Nel corpus delle leggende metropolitane il filo conduttore del travestimento ricorre in un gran numero di occasioni. Compare ne l’autostoppista col braccio peloso, in cui un malintenzionato travestito da donna o da suora viene riconosciuto perché inavvertitamente mostra un avambraccio troppo villoso; nella leggenda dei rapitori vestiti da assistenti sociali, diffusissima anni fa in Gran Bretagna; in quella del sesso col partner sbagliato, in cui un marito o una moglie a una festa pensano di avere un rapporto col coniuge e invece lo consumano con un perfetto sconosciuto, e in mille altre storie divertenti o terrorizzanti, basate sull’equivoco, sul gioco o sull’inganno diabolico.


Anche la pandemia in corso ha visto un fiorire di travestimenti curiosi un po’ in tutto il mondo. Si tratta di iniziative a carattere fortemente individuale, isolate anche quando sostenute da qualche autorità locale, e che non sembrano aver dato luogo a fenomeni di emulazione, come era invece avvenuto con l’ondata di travestimenti della Samara-mania di fine estate 2019 (potete leggerne qui, qui e qui).


Eppure, anche se meno clamorose di quelle dell’anno scorso, anche quelle attuali fanno vedere come società diversissime fra loro elaborano la crisi dovuta al momento che stiamo attraversando. Per questo, come studiosi di leggendario contemporaneo abbiamo pensato che valesse la pena dargli un’occhiata.


Abbiamo provato a riunire in cinque gruppi omogenei i casi principali che ci sono capitati sotto gli occhi. Non hanno nessuno pretesa di scientificità, ma almeno offrono una prima scrematura e indicano alcuni aspetti macroscopici degli eventi, al punto da essere notati quasi subito.


Classe 1. Gli impauriti. Nel nuovo folklore contemporaneo che la pandemia da Covid-19 sta creando in ogni cultura, si è manifestato un intero gruppo di travestimenti che ha a che fare con l’idea di doversi proteggere, sia contro il virus, sia contro gli altri. Un’idea che riguarda in primo luogo la paura dell’incerto: uno dei sentimenti cognitivi elementari necessari per la nascita del leggendario contemporaneo. Compaiono così le maschere antigas, un simbolo ormai antico di orrore da minacce presenti nell’aria, fin da quando, nel 1916, dal fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale giunsero le foto di migliaia di uomini con i tratti del volto trasformati da quel tremendo mezzo di difesa dall’iprite. Oggi, per noi, caso emblematico è quello verificatosi a Rivarolo (Torino) il 2 aprile: un uomo si è presentato in un ufficio postale con maschera antigas completata da tuta antiradiazioni. I commenti dei presenti sono stati persino sorprendenti: “Ha fatto bene, l'importante è sentirsi sicuri”.


Ben diversa la reazione per quanto avvenuto ad Alessandria, dove il 9 marzo un uomo ha spruzzato un “liquido puzzolente” sui passanti in soprabito rosso e maschera antigas (si trattava di candeggina): era uno dei primi casi, e forse l’idea di una “protezione” così estrema era meno accettata. L’uomo è stato denunciato per procurato allarme. Sulla sua pagina Facebook personale si è giustificato così: “Sei in zona rossa in piena epidemia di un virus devastante. Vivi in casa con i genitori anziani e devi fare la spesa. Prendi ogni precauzione per tutelare te, loro, e il prossimo cioè indossi mascherina, tuta, guanti, e disinfettante, poi esci, ma ecco che arriva una volante della polizia a sirene spiegate poi un'altra e un'altra ancora.” Del tutto ragionevole, per lui, un outfit paranoicamente protettivo come quello: il travestimento come reazione alle notizie sempre più fosche, una risposta paradossale al contagio temuto a ogni istante.


Classe 2. Gli arlecchini. Un secondo nucleo è quello dei travestimenti volti a suscitare un sorriso negli spettatori, a disinnescare il meccanismo del terrore. È Il ruolo tradizionale del buffone in mezzo alla tragedia, del saltimbanco che sa trarre qualcosa di buono anche dalla catastrofe collettiva. Un po’ quello che sono in grado di fare i girovaghi travestiti durante l’epidemia di peste che domina Il settimo sigillo di Bergman (1941).


Ecco dunque il postino inglese che consegna le lettere vestito da ragazza pon pon o da

antico romano, ecco qui a sinistra la donna che negli Stati Uniti porta i cani al guinzaglio mascherata da unicorno, e molti altri. Ed ecco un numero incredibile di dinosauri che hanno fatto capolino in tutto il mondo: in Spagna (a twittarlo, la polizia di Murcia), in Nuova Zelanda, a London (Ontario, Canada), in California… In Italia li abbiamo visti almeno a Santa Maria al Monte (Pisa), in fila paziente per la spesa al supermercato, a Genova-Sturla, uscire di casa per gettare i rifiuti nei cassonetti (come era già successo in Cina a gennaio) e a Gubbio, in Umbria, aggirarsi di notte nelle strade deserte. L’obiettivo dichiarato, quasi sempre, quello di “portare un po’ di allegria”, specie ai più piccoli. Stesso scopo anche per l’Uomo Ragno di Stockport, in Inghilterra, che ha dichiarato di rivolgersi soprattutto ai bambini costretti a stare a lungo in casa: “Non c’è nulla di meglio che aiutare la comunità”, ha raccontato ai giornalisti. E non è stato l’unico Spiderman in circolazione: un altro è stato impersonato in Thailandia da un pompiere impegnato in una sanificazione. In questa categoria di travestimenti-spettacolo si può includere anche quello andato in scena a fine marzo, quando un inglese si è travestito da cespuglio per “cercare di sottrarsi al lockdown senza essere notato”. Ma il video è quasi di certo uno scherzo: il travestimento da uomo-albero è troppo elaborato per una semplice fuga, è l’uomo s’intrattiene troppo a lungo davanti all’obiettivo.

Del tutto voluto, invece, il passaggio in bella vista, dietro una giornalista della BBC in video, di un uomo vestito da medico della peste, in Inghilterra.


Sono tutti in un certo senso travestimenti socialmente approvati, come quelli dei Nasi rossi nei reparti pediatrici e geriatrici degli ospedali (e si inseriscono nel filone degli “intrattenimenti da lockdown” pensati per i più piccoli, come la caccia all’orso o gli gnomi di Oakland, in California). Chi sceglie questa modalità di travestimento sembra voler dire: in questo momento in cui tutte le regole sono sovvertite, anch’io partecipo alla follia collettiva con un’inversione dei ruoli e dell’umore. L’epidemia come un lungo, interminabile carnevale...


Menzione speciale, sempre in questo vasto gruppo, per la donna qui sopra, protagonista di un meme apparso su WhatsApp nella prima metà di aprile, che recitava: “Ha fabbricato lei stessa la sua mascherina ed è andata al supermercato. Un cliente le ha fatto notare che ci sono degli organi riproduttivi maschili disegnati, e allora lei ha risposto: - Se li vede è perché è troppo vicino e non sta rispettando la distanza di un metro. Rispettiamo le distanze, cosicché i cazzi degli altri saranno meno evidenti”. Il Project penis mask esiste sul serio, e le mascherine così disegnate sono l’invenzione di una donna dello Utah, che le vende per finanziare un’associazione benefica. Ma, forse, anche per strappare un sorriso a chi le avvisterà in giro.


Classe 3. Gli sceriffi. Un terzo insieme è costituito da chi agisce per indurre a stare a casa o per controllare che tutto si svolga secondo le nuove norme sociali. Così, abbiamo avuto un Batman-sceriffo in Messico (a destra) che chiedeva a tutti di restare in casa impressionando i passanti.

Un caso di particolare rilievo è quello in cui il travestimento è quello da “uomo comune”, ma messo in atto da un personaggio pubblico o dotato di una qualche autorità. Sebbene se ne possa contare un solo caso, ci è parso significativo a sufficienza da creare un sottogruppo apposito, la classe 3a, Il principe travestito, che rinverdisce un topos folklorico antichissimo, quello del potente che gira in incognito fra il popolo per capire come va il suo regno e cosa si dice di lui (è il motivo N467 dell’indice ATU utilizzato nella classificazione dei racconti popolari, e le cui basi furono gettate dall’etnologo statunitense Stith Thompson). Lo ritroviamo in un gran numero di leggende contemporanee relative a potenti e dittatori di ogni sorta.


In tempi recenti, al cinema, se ne trovano esempi nell’idea del papa che sfugge all’atmosfera claustrofobica del Vaticano per immergersi nella caciara di Roma. È il caso di Anthony Quinn nel film del 1968 The Shoe of the Fisherman (in Italia reso scioccamente come L’uomo venuto dal Kremlino), che dopo il suo viaggio nella realtà fatto da uomo comune dona tutto ai poveri, oppure a versioni più pretenziose, come quella di Nanni Moretti in Habemus Papam (2011), in cui la fuga segreta tra la folla è frutto della crisi esistenziale del vescovo di Roma.


Riappare nell’attuale pandemia in ciò che ha fatto il sindaco di Asti, vantandosene sui social. Indossati maschera e abiti da lavoro, ha provato a verificare il rispetto delle norme per l’utilizzo dei buoni-spesa distribuiti alle persone in difficoltà - in particolare il fatto che venissero usati proprio per generi di prima necessità.


Dubitiamo, ad esser franchi, che nel farlo, il sindaco Maurizio Rasero avesse presenti i racconti su Harun al-Rashid, il califfo abbaside di cui per secoli si narrarono gli incredibili travestimenti con i quali si travisava agli occhi dei sudditi. Più facile, magari, che volesse emulare reality come il format britannico Boss in incognito.


Classe 4. I memento mori. Le motivazioni di coloro che inscenano questo tipo di performance sono simili a quelle degli “sceriffi”, ma con l’aggiunta di personaggi liminari e angoscianti, che hanno a che fare in modo più diretto con la Morte e con la Peste. Per la natura altamente inquietante delle figure, si direbbe anche la tipologia che ha più a che fare con la Samara-mania del 2019.


Vi appartengono il Il Tristo Mietitore (qui a sinistra) che ammonisce la gente al sole perenne della Florida e almeno un paio di persone vestite da icona moderna della malattia, quella del medico della peste rinascimentale: questi ultimi sono comparsi a San Eli, nel Texas, e in una località britannica, Hellesdon (vicino Norwich), dove l’inquietante profilo avrebbe terrorizzato alcuni bambini e sarebbe stato inseguito dalla polizia intenzionata a fargli “un discorsetto”.


Classe 5. I fantasmi e le entità soprannaturali. Questo genere di travestimenti, frequente soprattutto in Asia centrale ed orientale, sembra svolgere due funzioni principali: rimette in servizio il ruolo dell’inesplicabile nell’esperienza umana, lo ritualizza a fini correnti; e, in altri casi, lo usa a fini di controllo, lo “mostra”, ma per una buona causa: la vittoria collettiva sul morbo.


In India, ad esempio, la sera del 5 aprile un uomo ha risposto all’appello del primo ministro Narendra Modi ad accendere candele davanti alle finestre come simbolo di resistenza all’epidemia travestendosi da spettro, e, ancora in India, un uomo ha indotto la gente a ritirarsi in casa indossando la maschera dello psicopatico di “Scream”. A Calcutta è stato invece avvistato Yama, dio induista della morte, che invitava gli abitanti a rimanere in casa. A Indore, sono stati gli stessi poliziotti a travestirsi da fantasmi-scheletri, per accrescere nella popolazione la consapevolezza dei rischi.


Nel sud-est asiatico lo sfruttamento di entità fantasmatiche del folklore è stato persino più marcato che non in India. I casi principali sono tre. La popolarità di certi tipi di entità nelle culture locali (l’anno scorso vi avevamo parlato dell’Orang Minyak malesiano) ne ha permesso senza particolari difficoltà un impiego in apparenza paradossale: l’induzione, attraverso l’apparizione di figure come quelle nei ruoli di babau o di testimonial, di un comportamento razionale, conforme alle indicazioni della medicina preventiva corrente.


Il caso più clamoroso è quello dei Pocong dell’isola indonesiana di Giava, quelli che vedete nell'immagine in evidenza in testa all'articolo: fantasmi completamente avvolti in lenzuola legate all’altezza di collo e piedi, come nelle sepolture tradizionali, e costretti quindi a muoversi saltellando. A inizio aprile questi esseri del folklore locale sono stati impersonati da giovani del posto. Il loro scopo, a quanto hanno dichiarato, non era “spaventare, ma istruire”.


Nel paese di Galang […] i funzionari del posto hanno usato miti e folklore locale per impedire alla gente di uscire di notte.
Un modo per tenerli dentro durante la pandemia è di ricorrere al kating (lo spavento) con un mito del nostro folklore. I nostri antenati erano soliti impaurire i bambini per non farli uscire nelle ore di buio”, ha detto mercoledì al Jakarta Post il capo-villaggio, Marianus Samsung.
“Se le richieste del governo per il distanziamento fisico saranno ignorate”, ha detto, “useremo il kating.

Stavolta, tuttavia, a giudicare dalle fonti sembra essersi prodotto un effetto indesiderato. In un primo momento, l’idea del timore sembra abbia dato buoni risultati: che fosse reale o “mimata”, era constatabile la minor presenza della gente per le strade a causa della paura. In seguito, questa reazione ha lasciato il posto al desiderio di radunarsi per “vedere i fantasmi”, come avvenuto tante volte con gli “spiriti” che si manifestavano in Occidente tra il XIX e il XX secolo. Alla paura era andata affiancandosi, se non sostituendosi, la fascinazione.


Da aggiungere, a margine, che anche a Giava, come in India, la Polizia aveva già fatto ricorso a travestimenti con caschi a forma di coronavirus.


Il ricorso al paranormale nella lotta ai "trasgressori" del distanziamento sociale è stato portato all'ennesima potenza dalla sindaca di un'altra piccola municipalità dell'Indonesia, Sragen: "la Vincenzo de Luca indonesiana" (come l'ha definita l'antropologa Carolina Boldoni) ha punito alcune persone che, per sfuggire al lockdown imposto nella megalopoli capitale, Giacarta, pensavano di andare a passare un po' di ferie in un luogo più tranquillo. Nel farlo, però, violavano la quarantena di 14 giorni imposta ai nuovi arrivati. Ha perciò deciso di farli rinchiudere in una vecchia abitazione generalmente reputata dalle voci sede di infestazione da parte di fantasmi.

Anzi, per chi ha Instagram, consigliamo di seguirla: come antropologa, è esperta di Sud-Est asiatico. Sul suo profilo (@carol.oide) Carolina ha parlato sia di Pocong, sia di una manifestazione "carnevalesca" svoltasi a Venezia prima del lockdown, in cui sono apparsi anche i nostri medici della peste (la trovate nelle sue stories, alla sezione "metodo").


Nel paesino di Kamamam, nel nord-est della Malesia, infine, è apparso un altro fantasma, impersonato stavolta da un anziano con tunicone bianca, capelli e barbone fluenti dello stesso colore.


Lo scopo, anche questa volta, era di contribuire a tenere in casa le persone. Quando ha visto che i bambini erano spaventati, ha temuto di essere arrestato, ma poi si è reso conto con una qualche sorpresa che le autorità approvavano la sua idea in modo esplicito.


Di fatto, il “fantasma” era diventato un funzionario ad honorem di pubblica sicurezza.

Così ha riassunto per noi il quadro della situazione l'antropologo Giovanni Gugg, docente a contratto presso l'Università di Napoli "Federico II", oltre che ricercatore associato all'Université Côte d'Azur di Nizza :


Il fenomeno del travestitismo è così ampio e così diffuso sul pianeta in questa emergenza pandemica che non è semplice fare comparazioni o accostamenti. Tuttavia non si possono non scorgere ricorsi alla dimensione folklorica (un ancorarsi durante la tempesta di incertezza in cui ci troviamo?) o alla pop-culture (i super-eroi hanno forse una funzione apotropaica di allontanamento del male?) o, ancora, all'esasperamento di sentimenti che proviamo tutti, soprattutto ironia (disinnescare la tensione) e spavento (ma solo controllato e controllabile)?
Tutti questi travestimenti, dunque, sono anche la produzione di un doppio, di un sosia, di un alias che è virtuale come tutti gli alter-ego eppure anche concretamente ingannevole: illudo gli altri, ma forse ho voglia di beffare anche quel virus microscopico e spietato. Le maschere e i mascheramenti hanno sempre una valenza duplice: celare da un lato ed esplicitare dall'altro. La maschera e la mascherina camuffano, ma al contempo rivelano e proteggono: indossandole sono un altro, eppure sono sempre io, mi prendo cura di me e di te (sono te) e, dunque, sono più vero di quando sono vero (più vero di quando sono senza maschera/mascherina). Con la maschera mi scelgo infinite identità sovrapposte o intercambiabili, mi libero dei condizionamenti sociali oppure li esalto, inducendo gli altri a rispettarli.
La maschera e la mascherina riducono la tensione legata alla cronaca e mi proiettano in un mondo in cui i ruoli sono più definiti (e non così incerti come nel quotidiano, che è la vera fonte di stress collettivo), per cui, come nel carnevale, sovvertono l'esistente. Se l'esistente è un mondo dominato da un patogeno invisibile, noi sappiamo di doverlo affrontare sul piano medico e scientifico, politico e organizzativo, ma anche simbolico e ludico. E sono tutti piani estremamente seri.

Questo articolo che avete letto è soltanto un rozzo, rapido tentativo che però fa intuire un lato curioso della pandemia: una produzione di folklore vivente di proporzioni immani, che impegnerà gli studiosi e il pubblico generale per lungo tempo. Anche sotto questo profilo, il virus SarsCoV-2 getterà a lungo la sua ombra sulla cultura del XXI secolo.

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