Cerca
  • Redazione

Traffico d’organi e Covid: i significati di una narrazione




articolo di Sofia Lincos


La pandemia è un’invenzione dei “poteri forti” per rapire persone sane e vendere i loro organi. Questa “spiegazione alternativa” al Covid-19 - diffusa in Italia e all’estero - è stata recentemente studiata da due antropologi, Pierpaolo Di Carlo (University of Buffalo, USA) e Lia Giancristofaro (Università di Chieti-Pescara), che ne hanno scritto per EtnoAntropologia, la rivista semestrale della SIAC (Società Italiana di Antropologia Culturale).


L’articolo si intitola Leggende di “sequestro” e di “espianto degli organi” - Uno studio tra Italia e Camerun (EtnoAntropologia, vol.9, n.1, 2021) ed è interessante, perché si muove su due piani: da un lato Lia Giancristofaro, che studia le espressioni del populismo in Italia e Belgio, ha provato ad approfondire i significati di questa narrazione per quanto riguarda l’Italia e il contesto europeo; dall’altra Pierpaolo Di Carlo, che studia culture e linguaggi africani, ne ha invece dato una lettura “afrocentrica”.


Ecco le linee principali della loro riflessione.


Lia Giancristofaro ha sentito questa storia mentre si trovava, in fila alle poste, durante il primo lockdown: “con la scusa del Covid” - le hanno assicurato alcuni dei presenti - “i medici fanno esperimenti sui corpi”. Poi, nel marzo 2020, ha ricevuto un video su un gruppo WhatsApp legato a un lavoro di ricerca in Alto Adige. L’antropologa lo descrive così:


Si vede un uomo di mezza età un po’ pingue, con la barba sfatta; indossa un giaccone e ha la mascherina sanitaria abbassata sotto il mento; inquadra il suo volto tenendo il telefono con la mano (inquadratura selfie); egli racconta, con accento settentrionale e toni rabbiosi, una vicenda di rapimento allo scopo di espianto degli organi. Il racconto si svolge nella nebbia, in un parcheggio nei pressi di un ospedale che l’uomo dice essere il Niguarda di Milano. Nel tempo della registrazione, che è di circa due minuti, si sente la sirena di un’ambulanza che si avvicina. L’uomo racconta di suo padre, risultato positivo al COVID-19 e prelevato dall’ambulanza. L’anziano viene internato in ospedale senza dare notizie. Per i protocolli di sicurezza, i familiari vengono tenuti fuori dal reparto. Dopo due giorni, un’infermiera telefona per annunciare la morte dell’uomo e chiede che qualcuno vada a visionare la salma prima della cremazione. L’uomo si reca all’obitorio e scopre che la cremazione è già avvenuta. «I bastardi han detto che qualcuno ha firmato le carte. Io dico, chi è andato? Chi ha fatto il riconoscimento? Bastardi, bugiardi, assassini!». L’uomo, con toni sarcastici, afferma di non credere alla narrazione dei medici, e ipotizza che il padre sia stato ucciso per essere deprivato degli organi, nonché delle protesi odontoiatriche in oro. L’uomo conclude la performance narrativa invitando «chi vede il video» a non farsi fare il tampone e a non credere ai depistaggi dei medici: «Il virus non esiste! Se vi viene la febbre, non lo dite a nessuno! Un giorno mi ringrazierete: è un complotto, son tutti corrotti. Io ho perso mio padre, l’hanno rapito, ucciso, profanato e bruciato!». Nel crescendo drammatico, l’uomo scoppia in lacrime e interrompe il video.

Giancristofaro ha quindi osservato le reazioni al video, in una sorta di progetto di “etnografia digitale”: molte persone del gruppo hanno confermato la narrazione, contrastando verbalmente chi provava a esprimere un’opinione contraria. Si trattava perlopiù di persone che vivevano di turismo invernale, fortemente danneggiato dal lockdown e dalle intense restrizioni imposte in quel periodo. Alcuni dei presenti hanno “confermato” la storia, aggiungendo ulteriori dettagli sentiti altrove (“È un imbroglio delle Nazioni Unite e dell’Europa, un imbroglio degli ebrei. Mia cugina dice di stare attenti: in ospedale, quando espiantano gli organi, i reni, gli occhi e il cuore, li vendono a diecimila euro. Poi cremano quello che resta e danno l’urna alla tua famiglia, che non saprà mai nulla di ciò che è successo”).


Un elemento ricorrente nei commenti alla storia è il sospetto su quell’insolita “gestione della morte”, dovuta alla necessità di ridurre al minimo i contatti: i malati di Covid vengono tenuti isolati dalle famiglie, il corpo dei morti è toccato solo dal personale sanitario e dagli addetti alle onoranze funebri, solo i parenti stretti possono vedere la salma per pochissimo tempo. Come spiega Giancristofaro:


La nuova e temporanea gestione dei cadaveri segue pedissequamente il determinismo scientifico delle classificazioni dei virologi, che distinguono e separano il corpo infetto da quello sano, e non considera le emozioni di quanti non capiscono (e non approvano) le ragioni di queste precauzioni. Le persone colpite dalla perdita e dal lutto restano colpite dal tecnicismo col quale viene liquidato il corpo del proprio familiare.

L’antropologa ha proseguito l’osservazione su altri gruppi WhatsApp italiani e belgi sui quali circolavano bufale legate all’epidemia (ad esempio. quella che interpretava la sigla Covid come "Certificate Of Vaccination IDentity”, quella secondo cui i tamponi rileverebbero in realtà altri virus o quella delle ambulanze vuote mandate in giro a sirene spiegate per fomentare la paura). In mezzo, commenti che richiamavano la “spiegazione” del traffico d’organi:


«Nessuno muore di influenza, vanno a prendere le persone sane e le portano in ospedale, dove i medici le ammazzano per prendere gli organi. Gli organi li vendono a caro prezzo, e Conte si sta facendo i miliardi, sì, Conte, con quella faccia pulita: mi hanno detto che, vendendo gli organi, quello guadagna 5 milioni al giorno».
«Perché i morti di COVID li chiudono nelle casse e non li fanno vedere ai parenti? Perché li cremano? La spiegazione è semplice: fanno sparire le prove perché… hanno prelevato gli organi! Dopo che a un morto hanno preso gli occhi, i reni, il cuore e il fegato, se lo fanno vedere ai parenti, quelli si insospettiscono. Hai capito che furbi?».
«A Milano è sparita perfino una ragazza incinta. Pare che le hanno tolto il bambino e l’han venduto. Non si fermano davanti a nulla».
«Il COVID-19 è un imbroglio per espiantare gli organi. Te li espiantano quando sei vivo, per non rovinarli. Li vendono a caro prezzo. Un mio amico, uno che ha studiato, un capoccione, mi ha detto che suo fratello lo han fatto sparire. Lo hanno intubato, lo han messo sull’ambulanza e non han saputo più nulla. Sparito. E lui, che è così influente, non è riuscito neanche ad avere indietro il corpo: roba da non crederci! Perciò, quando ho avuto la febbre, non ho mica detto nulla. Mia moglie voleva dirlo al dottore, io le ho detto: guarda che qua ci prendono tutti e due, ci portano in ospedale ammanettati, ci intubano, ci prendono tutto ciò che ci possono prendere, e poi gettano nel fiume ciò che resta. Aprite gli occhi!».
«Non mi fido né dei medici, né degli ospedali, né dei vaccini. A capo di tutto, c’è la lobby dei giudei, degli omosessuali e delle banche. Non hai letto il Protocollo dei Savi? Fate girare, prima che sia troppo tardi».

Quello che ha colpito Giancristofaro è la formazione di una narrazione fortemente polarizzata, che dà assolutamente per scontata l’esistenza della “lobby dei medici” malevola e lontana dalle persone, e di una “scienza ufficiale” a cui si attribuisce una deliberata e sistematica volontà di nuocere alle persone.


Lo stesso sentimento è stato osservato da Pierpaolo Di Carlo in un contesto assai diverso, quello di un Paese dell’Africa centrale, il Camerun. Anche a lui le narrazioni sul traffico d’organi sono arrivate tramite WhatsApp, inviate da alcune studentesse di cui era stato supervisore di tesi (ma ha potuto verificare l’esistenza di messaggi analoghi circolanti sul web sotto forma di video, audio e testi scritti).


Il video analizzato da Di Carlo dura circa tre minuti ed è stato girato nel giugno 2020 da una donna via telefono cellulare. Nel filmato si vedono circa venti persone accorse all’obitorio della città di Douala,la più popolosa del Camerun, dove le autorità avevano disposto il seppellimento di una persona morta di Covid in un cimitero di pertinenza dell’ospedale. Parenti e amici erano accorsi per protestare contro la disposizione. Spiega Di Carlo:


In primo piano, adagiata a terra, sta una bara al cui interno giace il cadavere completamente nudo di un uomo. La donna che registra il video e tutte le persone riprese urlano minacciosamente contro gli addetti dell’obitorio i quali cercano rifugio all’interno dell’edificio. L’interazione si svolge in francese e propongo qui di seguito la traduzione in italiano delle battute più chiaramente udibili: [...]
«(Donna XX): È stato il vostro coronavirus, eh?? [3 ripetizioni] Che tipo di coronavirus??».
«(Uomo XY): Ora vorreste seppellirlo nel cimitero di […], eh??».
«(Uomo XY): Il corpo non si muove da qui! Non va in nessun cimitero!».
«(Uomo XYY): Dove sono gli intestini di mio fratello?? [6 ripetizioni]».
«(Donna XX): Hanno operato il tuo amico, li hanno fatti uscire dall’ano!».
«(Uomo XYY): Noi ce lo portiamo via!».
«(Donna XX): Ha ancora i genitali?».
«(Uomo XY): Sì, i testicoli sono ancora lì, hanno tolto solo gli intestini»

Il filmato allude a un possibile furto di genitali, peraltro una leggenda ricorrente in molte nazioni dell’Africa sub-sahariana.


Al di là del contesto molto diverso, le storie africane e quelle europee sul traffico d’organi “coperto” dalla pandemia presentano più di un’analogia. I due antropologi spiegano di non volersi concentrare sulla verità osulla falsità delle affermazioni, ma di voler indagare su chi ci crede, e perché (nei limiti, ovviamente, del mezzo digitale). Le teorie del complotto non possono essere derubricate a credenze “irrazionali” e “antimoderne”: sono modi alternativi di dare senso al mondo, esprimendo sospetti radicali nei confronti delle Nazioni Unite, dei governi, dei medici, della scienza in generale…


Spiega Giancristofaro:


Possiamo ipotizzare che le teorizzazioni del complotto qui riportate siano deflagrazioni di percezioni e sentimenti popolari preesistenti, che riemergono in circostanze di particolare angoscia e insicurezza. Tali percezioni e sentimenti popolari trovano l’ideale canale espressivo nella leggenda metropolitana (o diceria): una narrazione mitica che oggi si intreccia con la modernità e con la velocizzazione delle comunicazioni, e che si riorganizza come una sorta di passaparola del villaggio. [...] Una guerra, un’epidemia, una carestia, un disastro naturale o un qualsiasi altro segnale di cambiamento negativo, coinvolgendo gruppi consistenti di persone, sollecitano le narrazioni leggendarie sulle cause e sui retroscena della disgrazia. Le cause della sventura sono sempre attribuite al comportamento fraudolento di pochi.

Le leggende sul traffico d’organi “parlano un linguaggio semplice e si rivolgono ad un gruppo sociale culturalmente omogeneo”. Ma soprattutto, vengono raccontate come avvenute a un amico o un parente del narratore, che spesso invita in modo esplicito alla diffusione della notizia (“per favore fate girare, prima che sia troppo tardi”).


Come già avveniva ai tempi del colera, più di uno tende a identificare il “nemico” con il personale sanitario:


La cultura popolare, o folklorica, tende a porsi in modo conflittuale nei confronti dell’establishment medico, perché i messaggi degli esperti sono eccessivamente complessi, forieri di cattive notizie e spesso dichiarano di non assicurare una reale salvezza alle persone che si trovano in difficoltà. [...] L’alleanza dei media ufficiali con la scienza medica ne peggiora la rappresentazione pubblica e avvalora la pericolosità di questo piccolo mondo di specialisti, che nel filone narrativo che esploriamo viene addirittura colpito dalla “diffamazione del sangue”, ovvero dalla medesima accusa che per un millennio ha portato alla persecuzione di ebrei, omosessuali, banchieri, cambiavalute, artisti girovaghi e altre minoranze.

Questo sentimento di sospetto a volte si lega a vere e proprie campagne di diffamazione e a fake news create ad arte, magari riattualizzando una bufala già circolante in passato. Un caso esemplare è quello del “Dottor Morte” che avrebbe ucciso 3000 pazienti malati di Covid: la bufala sfrutta un’immagine di forte impatto (un uomo in manette), ma in realtà si riferisce a un fatto non avvenuto in Italia e precedente la pandemia.


Di Carlo colloca invece la “sua” narrazione di furto d’organi nell’ambito degli studi sugli omicidi rituali in Africa: come notano diversi antropologi, in quel continente voci del genere sembrano moltiplicarsi in periodi di maggior crisi socio-economica e morale. Ad esempio, Todd Sanders aveva documentato l’aumento di voci relative all'occulto in concomitanza con gli adeguamenti strutturali imposti dagli anni Ottanta alla Tanzania dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale: una serie di liberalizzazioni e di privatizzazioni che avevano reso disponibili grandi capitali, ma anche aumentato le disuguaglianze sociali. Tutto ciò si era tradotto in una forte presenza nel discorso pubblico di temi come la stregoneria, gli omicidi e i riti propiziatori cruenti, oppure il ricorso all’occulto da parte di personaggi diventati improvvisamente ricchi.


Da un lato, i media presentavano le riforme economiche come cambiamenti necessari, inevitabili, fatti nell’interesse a lungo termine della comunità intera e privi di qualsivoglia connotazione morale. Dall’altro, il pubblico reagiva alle aumentate disuguaglianze attribuendo ai “nuovi ricchi” il ricorso a stregoni o a riti occulti cruenti, attribuendo così alle loro azioni, un giudizio morale netto.


Come spiega Di Carlo:


Non sono semplicemente i cambiamenti sociali negativi a causare un aumento della circolazione di discorsi e pratiche dell’occulto, ma il fatto che essi siano immersi in una retorica finalizzata a renderli “neutri” a livello morale: è questa apparente “inattaccabilità” (non c’è violenza, non ci sono manifesti interessi di parte in gioco) che crea le condizioni perché la moralità popolare “esploda” in forme radicalmente antagoniste al discorso istituzionale.

Per Di Carlo qualcosa del genere sarebbe avvenuto anche con l’attuale pandemia. Di fronte alla freddezza delle autorità, che presentano le proprie decisioni come necessarie e dettate dall’oggettiva conoscenza scientifica, le persone reagiscono con emotività, rifiutando la rappresentazione istituzionale della realtà e la gestione impersonale dell’emergenza.


È qui, dunque, che nasce la rabbia popolare: dal sospetto (il quale man mano diventa convinzione) che a tutte queste rinunce e perdite nelle loro vite corrispondano guadagni e nuove opportunità per altri, i quali utilizzano la retorica impersonale della pandemia per perseguire “occultamente” i propri esclusivi interessi.
Questa possibilità ermeneutica ci sembra altrettanto rilevante per comprendere i casi italiani. Anche la nostra società è stata oggetto, negli ultimi decenni, di enormi cambiamenti causati dall’adozione da parte dei nostri governi di drastiche misure di gestione della finanza pubblica (ad es. il patto di stabilità per entrare a far parte della zona euro) e di privatizzazioni a tappeto dettate da istituzioni sovranazionali e “sovrumane” (la UE, il WTO [...]), la cui governance risulta avvolta nel mistero ai più, e i cui obiettivi, invariabilmente raccontati in termini di cifre ed altre espressioni letteralmente esoteriche (ad es. rapporto deficit/PIL), vengono vissuti dalla popolazione generale soltanto come continue richieste di sacrifici e rinunce che si materializzano, per molti, in sensibili peggioramenti della propria condizione socio-economica.
Se viste all’interno di questo contesto, le varie teorie del complotto e il loro “successo” durante la pandemia nel nostro Paese si rivelano come dei dispositivi discorsivi moralizzatori, radicati nell’idea che le misure economiche fredde, impersonali e “inevitabili” siano in realtà espressione di interessi particolari - delle classi abbienti, degli ebrei, della lobby dei medici, o del mondo della finanza globale.

In questo senso, le leggende metropolitane rappresentano un sonoro campanello d’allarme, in Italia come in Camerun. Il problema non sono soltanto l’ignoranza o la credulità, ma la percezione di cambiamenti presentati come inevitabili, ma che si traducono in fenomeni di ingiustizia sociale, e di cui le vittime non hanno modo di individuare le cause reali. Il risultato è il ricorso a teorie del complotto antagonistiche alle narrazioni istituzionali, il cui fine è spiegare la realtà: una forma di resistenza popolare mal concepita, e che andrebbe studiata e compresa, per poter agire sulle cause e della popolarità di alcune fake news, e non solo sui loro effetti.


Immagine in evidenza: https://pxhere.com/en/photo/1267292 - Pubblico dominio

1.282 visualizzazioni1 commento

Post recenti

Mostra tutti