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I Phosphorus Jack, fantasmi luminosi della Nuova Zelanda



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


L’era vittoriana è stata, letteralmente, infestata dai fantasmi. Ma non c’erano solo quelli dei gabinetti spiritici, delle sedute medianiche, dei metapsichisti e dei tavolini a tre gambe. Spettri e altri esseri “soprannaturali”, dalla natura ambigua, si aggiravano per le strade e per le campagne, stupendo i passanti. Davano adito, si accompagnavano e, a volte, erano generati da un intero leggendario contemporaneo la cui forza è giunta intatta sino a noi.


Una delle componenti di questo universo fantasmagorico è costituita dal fatto che, nel loro aspetto, nelle loro performance e nel loro comportamento, parte di questi esseri delle fantasie vittoriane non erano i “classici” fantasmi col lenzuolo. Nell’Ottocento, tempo di progressi rapidissimi della meccanica, della chimica e dell’ingegneria, queste entità spettrali assunsero via via caratteri “tecnologici” e si presentarono con l’uso di gadget, mezzi e strumenti che li resero più adatti a un immaginario nuovo, in cui soprannaturale e tecnica diventavano difficili da distinguere.


Oggi vi racconteremo la breve saga di un fantasma di questo genere.


Giacomino al fosforo, fantasma “moderno”


Per quanto ne sappiamo, il panico di quello che, in italiano, abbiamo reso come Giacomino al fosforo (Phosphorus Jack nell’originale), iniziò nel cuore dell’inverno australe, nell’ultima settimana del luglio 1905. Ne fu teatro all’inizio la maggior città dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, Christchurch, che allora contava novantamila abitanti e rappresentava davvero un pezzo d’Inghilterra vittoriana agli antipodi di Londra.


Il 31 luglio sul quotidiano locale Lyttelton Times apparve una prima lunga cronaca, i cui termini mostrano che la storia doveva circolare già da parecchi giorni. Sembra che agli inizi i racconti, sebbene fossero stati riferiti alla polizia, fossero vaghi: ora, però, era comparsa una serie di testimonianze dirette circa gli avvistamenti di un individuo misterioso al quale il giornale assegnava già un nome proprio, Phosphorus Jack appunto. Vedremo come mai questo “Giacomino” dovesse avere a che fare col fosforo, ma il diminutivo Jack, per indicare un tipo qualunque, o il personaggio di una storiella o di un racconto, è cosa comunissima nella lingua inglese. Non dimentichiamo poi che nella cultura popolare anglofona, sin dal 1837 erano vivissime le storie su uno dei fantasmi britannici per eccellenza: Spring-heeled Jack, “Giacomino-tacchi-a-molla”. Questa figura, in alcuni racconti, saltava siepi, muretti e scendeva giù dai tetti balzando in modo anomalo, perché - si diceva - dotato di un apparato a molle che gli permetteva di sottrarsi agli inseguitori con prestazioni straordinarie. Un personaggio che, in seguito, oltre che ai fantasmi neozelandesi di cui ci occupiamo qui, generò miti simili, come quello del Pérák ceco.


Quelli, tuttavia, furono fenomeni di portata, conseguenze e potenza mitologica in nessun modo paragonabili a quelle del modesto episodio che oggi tocchiamo. Seppur in modo discontinuo, lo Spring-heeled Jack della madrepatria durò per decenni, produsse lasciti nella cultura di massa e nella letteratura - e continua a farlo sino ai giorni nostri.


È chiaro che il nomignolo coniato per il misterioso fantasma neozelandese, Phosphorus Jack, fu ideato sulla scia del suo più famoso antenato, ma ci sfugge da chi.


Quello che colpiva il Lyttelton Times, uno dei più influenti giornali neozelandesi degli inizi del Ventesimo secolo, era il fatto che dalle voci si era passati alle testimonianze dirette, che ormai arrivavano da ogni parte della città. Il resoconto considerato più attendibile arrivava dal sobborgo sud-orientale di Woolston. L’impressione che noi ne abbiamo è che sia stato proprio questo racconto a indurre la stampa a pubblicare i primi articoli su Phosphorus Jack.


Un abitante di Woolston spiegò che, mentre era in casa con altre persone, sentì un colpo alla porta di servizio. Una ragazza uscì per indagare: raccontò di aver visto un viso mascherato che si nascondeva dietro un fumaiolo. Si accorse che era un uomo con un cappotto imbevuto di fosforo che avanzava verso di lei. Terrorizzata tornò in casa e disse a tutti cosa stava succedendo. Uscirono, ma nessun altro riuscì a scorgere nulla.


Altre testimonianze in città

La voce si sparse e comparvero ben presto altri casi. Nel vicino quartiere di Sydenham, quasi in centro, una ragazza che tornava alla sua abitazione fu avvicinata da un uomo che sull’abito aveva una scritta fatta col fosforo che recitava: “sei pronta per morire?” Svenne, e quando si riprese accanto a lei c’era un individuo che si offrì di accompagnarla a casa; quando furono al cancello dell’abitazione, lo sconosciuto aprì di nuovo l’abito facendole vedere di nuovo la scritta. La ragazza svenne di nuovo e - inutile dirlo - stavolta, quando si riprese, non c’era più nessuno.


Di nuovo a Woolston, un giovane che rientrava a casa scorse un individuo con una lampada elettrica sulla parte anteriore del cappotto. Nei pressi c’erano due ragazze: per il Lyttelton Times, erano loro l’obiettivo dell’uomo con la lampadina sul petto. Il giovane lo inseguì, ma senza esito. Giunsero poi testimonianze anche da altre zone di Christchurch, come St Albans.


Questi primi resoconti sono, già da soli, molto importanti. Contengono elementi fondamentali che si ripresenteranno in diversi momenti del ciclo di Giacomino-al-Fosforo: la scritta minacciosa, l’uso di un apparato elettrico, la mancanza di danni reali alle persone o di altre azioni violente da parte di “Jack”, la ripetuta perdita dei sensi da parte delle donne.


Nelle loro edizioni del 1° e soprattutto 4 e del 5 agosto parecchi quotidiani neozelandesi ripresero, praticamente identiche, le informazioni diffuse dal Lyttelton Times. Le novità furono poche per parecchi giorni, ma l’impressione è che la storia, anche in mancanza di copertura da parte della stampa, dilagasse. Il settimanale popolare Free Lance, che usciva a Wellington, se ne occupò una prima volta - ci saranno altre occasioni - nel suo numero della del 12 agosto. Era una piccola nota nella rubrica “Entre nous” (tra di noi), che raccoglieva vicende alla moda, pettegolezzi, dicerie, cose divertenti. Sembrava non soltanto che il numero delle ragazze svenute fosse salito a sei, ma che ormai un certo numero di uomini armati si aggirasse per le vie Christchurch alla ricerca di Phosphorus Jack.


Il 18 agosto, un altro quotidiano di Christchurch, il Press, raccontò che a una festa in maschera un uomo si era travestito da Phosphorus, purtroppo senza ulteriori dettagli; il 26 dello stesso mese, di nuovo il Lyttelton Times scrisse che la polizia era stata informata che Phosphorus Jack era stato visto nella cittadina di Rangiora - fuori dall’abitato di Christchurch, ma sempre nella stessa area geografica.


Per circa un mese e mezzo, per quanto ne sappiamo, la paura di Phosphorus Jack si limitò all’area urbana di Christchurch e al suo circondario (anche se la storia finì sui quotidiani di tutto il Paese). Produsse fenomeni di vigilantismo e una serie di presunti svenimenti tra le donne, alcune reazioni scherzose, e, non ultimo, l’interesse della polizia.


Il panico si estende


Fu soltanto il 13 settembre 1905 che un quotidiano della parte opposta della Nuova Zelanda, l’Otago Witness, riferì che la paura del babau si era estesa all’Isola del Nord e che, anzi, aveva ormai toccato la stessa capitale, Wellington.


Sembrava che da alcune sere “un individuo scriteriato” “giocasse ai fantasmi” saltando addosso a donne e bambini per le strade di Mitchelltown, un sobborgo di Wellington. Uno dei bimbi raccontò che l’individuo recava tracciati, sulla schiena, i contorni di una bara e che, quando apriva il soprabito, il torace appariva ricoperto di fosforo. La polizia stava seguendo la vicenda.


Poi il panico e le voci dilagarono davvero. Il 5 ottobre l’Evening Post, quotidiano di Wellington, abbondava di dicerie e storielle. Quella più clamorosa sosteneva che nella vicina Roseneath un bambino aveva sentito dire che Phosphorus Jack si aggirava nella zona; aveva quindi sottratto la pistola del padre, era uscito di casa gironzolando nei dintorni, finché Phosphorus gli si era parato davanti e aveva aperto il soprabito mostrando il disegno di una bara luminosa. Per tutta risposta, il bambino gli aveva sparato, uccidendolo! Inutile dire che la polizia non ne sapeva nulla. In compenso, la stessa sera, una donna aveva sentito dei colpi alla porta. Terrorizzata, socchiuse l’uscio pensando che Phosphorus fosse arrivato da lei, ma si trovò davanti il vicino che aveva bisogno di un paio di forbici, che voleva in prestito per un attimo.


Fu proprio in quei giorni che si ebbe uno degli sviluppi più divertenti dell’intero ciclo. Un cronista di un giornale che serviva i dintorni di Wellington, lo Hutt and Petone Chronicle, si era messo a indagare su Phosphorus Jack. Ne erano emerse due cose: la prima era che un giovane che tornava a casa la sera tardi nel sobborgo di Korokoro era stato accusato ingiustamente di essere il responsabile delle apparizioni; ma la seconda era senza pari. Il cronista sosteneva che a causare gli avvistamenti era una vecchia mucca che vagava di notte: la pelle dell’animale era bianchissima, la Luna vi si rifletteva sopra e dava l’impressione di un qualcosa di anormale ai passanti che sul conto di Phosphorus Jack ne avevano sentite dire di tutti i colori!


D’altro canto pochi giorni dopo, l’11 ottobre, l’Otago Witness raccontò che sempre a Korokoro, un individuo vestito di bianco era saltato fuori da un boschetto urlando “preparati a incontrare Dio!”; l’assalito però si era armato di pietre da tirargli contro, tanto che il fantasma si era rapidamente dileguato. Le reazioni contro i fantasmi assunsero poi caratteri più violenti, come è caratteristico di queste occasioni.


Punire il fantasma


Il 14 ottobre il quotidiano Hawera and Normanby Star raccontò che una sera della settimana precedente Phosphorus Jack si era presentato nella cittadina di Pahiatua, nell’Isola settentrionale, ma gli era andata male. Aveva cercato di spaventare un abitante, ma quello gli era corso dietro, sia pur invano. In seguito altri giovani della zona avevano cercato di scovare il fantasma, anche stavolta senza risultato.


Avevamo già parlato dell’attenzione che il settimanale umoristico Free Lance aveva dedicato al nostro caso. Nel suo numero del 14 ottobre il periodico raccontò in modo più ampio il suo punto di vista, cercando anche di mettere un punto fermo sulla vicenda. A quanto pare, la Polizia considerava Phosphorus Jack “un matto innocuo”: in questo modo, cercava di sminuire l’ampiezza del fenomeno e di limitare gli atti emulativi. Il responsabile era individuato in un singolo disturbato: non era frutto dell’azione e dei discorsi di un’intera comunità. Visto che ostentava scritte relative al destino, a Dio e alla morte, doveva trattarsi di un “mattoide religioso”. Un fissato, insomma, che però la polizia doveva arrestare al più presto per porre fine alla “indecorosa gazzarra”.


C’erano però anche considerazioni più interessanti. Qualche giorno prima “lo screanzato” aveva spaventato un giovinetto in una zona di passeggio nei pressi di Kilbirnie, un quartiere di Wellington. La polizia aveva reagito mandando di ronda lungo la passeggiata un agente grande e robusto, e Phosphorus Jack si era guardato bene dal ricomparire.


La cosa più rilevante però forse era il fatto che Free Lance collegava in modo diretto Phosphorus Jack alla lunga saga ottocentesca di Spring-heeled Jack, cioè a uno dei personaggi fondamentali del folklore britannico del secolo allora appena trascorso. Addirittura, pretendeva di spiegare com’era andata a finire la saga del “fantasma” inglese:


Questa persona con i tacchi a molle fu ferita con un’arma da fuoco a un braccio dal suo stesso padre, che, a quanto pare, non sapeva chi era il colpevole. Se ne andò all’estero con il suo braccio ferito, e da allora non se ne è più sentito parlare.

Phosphorus Jack un po’ come Giovannino-tacchi-a-molle, dunque. Quasi uno Spring-heeled Jack che dalla sua patria d’origine, l’Inghilterra, si era in qualche modo - simbolicamente - trasferito al capo opposto del mondo, perché in Inghilterra aveva subito una sorte atroce: era stato messo fuori combattimento ed esiliato a opera del suo stesso genitore. Non era detto in modo esplicito, ma l’impressione è che una sorte analoga fosse auspicata per il Phosphorus neozelandese.


A corona della storia, l’illustrazione che vedete in testa a questo articolo: quella di un ciclista innocente, scambiato per Phosphorus Jack, contro il quale era stata indirizzata una fucilata.


Uno spettro “risibile”


A quel punto, però, il grosso della stampa rideva senza più ritegno delle paure circolanti. Il 16 ottobre l’Evening News scrisse che due sere prima, a Newtown, vicino a Wellington, una donna aveva avvicinato un agente dicendogli che aveva appena visto Phosphorus Jack, con un lungo soprabito e una specie di macchia luminosa di fosforo sul davanti. Dall’uomo proveniva un rumore di scintille, forse dovute proprio al fosforo. Il poliziotto si fece indicare dove aveva visto l'individuo, ci andò e si trovò davanti un uomo che aveva in mano una bottiglia di birra su cui si rifletteva la Luna e che aveva nella tasca del soprabito una grossa bottiglia di limonata frizzante, da cui proveniva il rumore delle “scintille”.


Del resto, il Free Lance del 21 ottobre spiegava che non c’era poi da lamentarsi troppo delle incursioni dei fantasmi luminosi e iettatori. Sul Galles, scriveva, e in particolare sulla zona di Llangollen, da qualche tempo era segnalato un grosso maiale volante, nero, dotato di quelli che sembravano piedi palmati. In confronto a quello, scriveva il settimanale, Phosphorus Jack era “una benedizione”.


Veri e propri disordini si verificarono invece la sera di sabato 23 ottobre a New Plymouth, capoluogo della provincia di Taranaki, nell’Isola del nord. Una folla di giovani si radunò davanti a un ufficio nel quale, così si diceva, si trovava l’individuo responsabile delle apparizioni di Phosphorus Jack. I più facinorosi si erano arrampicati su verande e sulle finestre per cercare di vederlo, altri premevano contro la porta d’ingresso. L’entrata di un poliziotto nell’ufficio fece accendere ancor di più gli animi. La storia si sparse in un attimo in tutta la cittadina.


Due giorni dopo il Taranaki Herald spiegò che cosa era successo. Nel corso della giornata, un giovanotto si era messo a chiedere in giro notizie sugli avvistamenti e l’aspetto del “fantasma”. Una donna cominciò ad additarlo in giro come uno che sapeva tutto su Phosphorus Jack e alcuni cominciarono a seguirlo. Quello entrò nell’ufficio, e ben presto le persone radunate lì intorno lo trasformarono da un curioso che voleva capire di più sulla storia nello stesso responsabile delle incursioni del fantasma. Solo l’intervento del poliziotto, alla fine, convinse i giovani di come stavano le cose. Lo stesso giorno, invece, l’Hawera and Normanby Star avvertiva che chiunque avesse incontrato Phosphorus Jack con gli abiti recanti la scritta “Sei pronto a morire?” avrebbe potuto rispondergli di rivolgersi con grande soddisfazione alla lavanderia W. Hawkins & Co.





Il Colonist, da Nelson, il 26 ottobre sottolineava ancora una volta i rischi che correvano gli emulatori del Phosphorus Jack di Wellington. Per due sere della settimana precedente, un individuo che portava sull’abito “un apparato fosforescente” si era presentato all’Orto botanico di Nelson, “saltellando a zigzag”. Gli avevano sparato delle schioppettate a salve, mettendolo in fuga; se fosse tornato, però, i proiettili sarebbero stati veri…


Solo il 31 ottobre s’incontra un altro piccolo cluster di testimonianze preoccupate, quello proveniente da Palmerston, nell’Isola del Nord. Il Manawatu Standard scriveva che un individuo che usava le modalità ormai consuete (scritta fosforescente, soprabito) si era parato davanti a diverse persone, ad esempio davanti a una donna in un sottopassaggio e a un uomo saltando da sopra una staccionata, ma con poco successo. Nel primo caso la donna aveva proseguito come se nulla fosse, nel secondo l’uomo aveva reagito in malo modo, mettendolo in fuga.


Anche in questo caso, ormai, più che di preoccupazione, la reazione del giornale era di fastidio e di compatimento per le azioni di queste persone, giudicate più che altro come indecorose. Del resto, l’interesse per la vicenda ormai andava spegnendosi. Le notizie cominciavano a diradare. Ancora a metà novembre, un uomo scambiato per Phosphorus Jack aveva dovuto liberarsi con la forza da un allevatore di cavalli che, aizzato da un gruppo di ragazzini, si era convinto di trovarsi davanti al “fantasma”. Il 1905 si chiuse, il 29 dicembre, con un'ultima apparizione sul Taranaki Herald: a Eltham, qualche sera prima, quattro donne avevano visto sbucare da una siepe un uomo illuminato al fosforo, che era sparito rapidamente davanti alle poverette terrorizzate.


La scomparsa - e la ricomparsa - di Giacomino


Con la fine dell’anno, per quel che sappiamo l’affare di Phosphorus Jack si acquietò, dopo circa cinque mesi e mezzo di bailamme. In apparenza, l’ultimo cluster della serie si sarebbe avuto nel marzo del 1906 nella regione del Manuwatu, nell’Isola del Nord. Stando ancora al settimanale Free Lance del 17 di quel mese, una signora era svenuta mentre attraversava una strada, pensando di essere stata attaccata dal fantasma. Si trattava in realtà di un grosso pezzo di carta trasportata dal vento. In un’altra occasione, fra la gente che si trovava in mezzo a una via ci sarebbe stato il fuggi-fuggi per un botto e un forte lampo, che però erano stati causati dallo scoppio di una lampada ad acetilene; un’altra donna, infine, aveva preso a bastonate uno spaventapasseri temendo fosse Phosphorus Jack.


Free Lance era lapidario: era bene che Fosforello tirasse le cuoia per conto suo, prima che qualche cacciatore di fantasmi lo facesse secco.


Può darsi che Phosphorus Jack abbia dato ascolto al redattore del periodico, perché da allora si direbbe che i “fantasmi” luminosi con scritte malauguranti abbiano disertato le strade della Nuova Zelanda. In agosto il Taranaki Herald parlò di una nuova caccia ai fantasmi a New Plymouth, ma si direbbe un’altra storia: il giornale parlava di una strada o di una casa infestata da uno spettro, cioè una vicenda più convenzionale e strutturalmente molto diversa da quella del nostro personaggio.


Il modus operandi del “fantasma al fosforo”, tuttavia, sarebbe stato risuscitato un’ultima volta ancora l’anno dopo, il 1907, a Feilding. Il quotidiano Feilding Star dell’11 aprile annunciava che nella zona di Aorangi “un giovane scriteriato” giocava di nuovo ai fantasmi coprendosi il volto di fosforo e avvolgendosi in un lenzuolo bianco. Per il quotidiano, la cosa era talmente puerile da poter spaventare soltanto “i cavalli o qualche pusillanime”. Per il resto, i ragazzi della zona si preparavano, in caso l’avessero individuato, a prenderlo a bastonate.


Poi, più niente. Giacomino-al-fosforo era sparito per sempre.


Due parole, in conclusione


Certo, rispetto a Spring-heeled Jack, quello di Posphorus Jack fu un episodio minore sia per ampiezza, sia per persistenza, ma al tempo stesso fu parte di quello stesso filone folklorico. È possibile che dietro ci fosse un po’ di tutto: gente che giocava a spaventare i passanti, voci, fraintendimenti in buona fede, mascherate. Forse la cosa più interessante, oltre l’utilizzo costante di uno strumento “moderno” come il fosforo - era ormai l’era della luce elettrica anche per la periferica Nuova Zelanda - fu l’atteggiamento dell’opinione pubblica.


Stando alle fonti che abbiamo potuto consultare, mai nessuno, in nessun momento, accreditò un’origine soprannaturale o comunque fantastica delle apparizioni. In diverse occasioni i giornalisti riuscirono ad attribuire la loro vera natura - quella di voci, di dicerie - a diversi episodi. Capirono che era in atto un fenomeno di emulazione e che non c’era da preoccuparsi per quanto stava accadendo. Certo, a volte si pensava a uno squilibrato, ma di norma si capiva che tutto era fatto per scherzo, per passare il tempo, perché la cosa era di moda.


Forse anche per questo si evitarono aggressioni e pestaggi - non contro i testimoni delle incursioni di Giacomino da parte degli spettri, ma contro coloro che, per motivi impossibili da investigare, in quel periodo della storia neozelandese, trovavano divertente e allettante uscire di sera ricoperti di fosforo.


Qualcosa di assai diverso da ciò che accadde a fine estate 2019 in Italia con la Samara-mania, che in poche settimane vide, soprattutto al Sud, molte decine, o forse anche più, episodi di aggressione contro persone che andavano in giro travestite da Samara, la bambina non-morta del film “The Ring”. Nel caso italiano ci furono feriti, contusi, fermi di polizia ed episodi violenti di ogni genere.


La risposta è per definizione quasi impossibile, ma la domanda si pone: gli esiti più discutibili di queste mode passeggere potrebbero essere modulate attraverso una risposta più razionale, riduttiva e “leggera” da parte dei canali di comunicazione?


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