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Il dado Maggi, arma segreta tedesca della Prima Guerra Mondiale



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Il dado era tratto. Agli inizi della Prima guerra mondiale, la conquista tedesca della Francia sarebbe stata immancabilmente guidata da un dado per brodo. Questa paura, che oggi appare bizzarra, era vivissima nella Francia del 1914. Nei primi mesi del conflitto, fu sostenuta da voci rilanciate da giornali e politici, fino a coinvolgere il Ministero dell’Interno.


Al centro di tutto c’era il marchio Maggi, l’industria alimentare fondata nel Diciannovesimo secolo dall’imprenditore svizzero Giulio Maggi. Nel 1907 la ditta, già famosissima per il latte pastorizzato, lanciò il Kub, un dado per brodo costituito da un estratto di carne e verdure. Fu subito un successo e anche una rivoluzione alimentare, segno di una trasformazione dei consumi e dei modi di preparare i pasti che coinvolse un po’ tutti i paesi, Italia compresa. Tuttavia, con la crescita delle tensione fra le potenze europee e il lento scivolamento verso la guerra, sul conto dell’impresa cominciarono ad accumularsi una serie di dicerie: si vociferava che la Maggi - un’azienda criptotedesca - gestisse la rete dello spionaggio in Francia, che dietro ai suoi cartelli pubblicitari si trovassero informazioni in grado di spianare la strada a una futura invasione o che il latte che vendeva fosse avvelenato.


Come si erano originate voci di questo tipo? A partire dagli inizi del secolo, la Maggi si era contraddistinta per un marketing molto aggressivo, tanto che il suo latte pastorizzato era ben presto diventato fra i più venduti in Francia. Nel 1912 il “Syndicat des crémiers” di Parigi (associazione che raggruppava diversi grandi produttori dell’industria latto-casearia) passò al contrattacco: inondò la capitale con manifesti che si appellavano al patriottismo francese e chiedevano ai consumatori di non acquistare prodotti stranieri.


“Parigini, volete conoscere l'esatta nazionalità dei vostri fornitori?”, domandava il manifesto Poi da una parte - sotto la bandiera francese - elencava i produttori locali. Dall’altra, ecco invece l’Allgemeine Maggi Gesellschaft, con i membri del suo consiglio d’amministrazione.


Quelle accuse, in realtà, erano fuori luogo: la Maggi era una multinazionale con filiali in Francia, Inghilterra e Germania. Dava da mangiare - nel senso letterale del termine - ai soldati dell'esercito francese, di cui era uno dei fornitori. Il suo fondatore, Giulio (o meglio, Julius) Maggi (1846-1912) era svizzero (e di origine lombarda, anche se la sua famiglia si era insediata nella parte germanofona del Paese), ma dal 1901 si era trasferito a Parigi. L’azienda, da allora, fu largamente impiantata in Francia, con navi a vapore che facevano i tour della costa francese e - soprattutto - con l’avvio di una moderna catena di distribuzione del latte pastorizzato. Maggi non fece mai attivamente politica, né risulta che avesse alcun rapporto privilegiato con le autorità tedesche.


Eppure, ai nazionalisti più estremi bastavano pochi “indizi”, mentre i quotidiani francesi di estrema destra rilanciarono le accuse. A partire dal dicembre 1912 L'Action française, diretto dal polemista e antisemita Léon Daudet, pubblicò una lunga serie di articoli che accusavano la Maggi di spionaggio a beneficio dell’odiata Germania e dei “suoi compari giudei”. Era un caso - si chiedeva - che i caseifici della ditta si trovassero proprio nelle città-piazzaforte? Nel 1913 la Maggi denunciò il giornale per diffamazione, ma ormai era troppo tardi.


La Francia era particolarmente sensibile al problema delle spie. La sconfitta cocente nella guerra contro la Prussia, nel 1871, il caso Schnaebelé nel 1887 e l’affare Dreyfus (fra il 1894 e il 1906) avevano esacerbato la germanofobia, così come l’antisemitismo e l’antiparlamentarismo. Molti francesi erano convinti che il nemico si fosse ormai infiltrato in tutti i gangli della società. Con l’entrata in guerra contro la Germania, il 3 agosto 1914, iniziarono anche vandalismi e saccheggi contro i negozi “sospetti”. Birrerie e empori con nomi come Zeyer, Zimmer o Wepler (in realtà di origine alsaziana, dunque provenienti da una regione rivendicata dalla Francia) subirono le ire della folla; insieme a essi, furono presi di mira anche i magazzini e i rivenditori dei prodotti Maggi.


A Parigi, correvano voci di ogni genere; si diceva che Giulio Maggi fosse stato arrestato mentre cercava di fuggire a Berlino con 40 milioni di franchi nascosti nelle bottigliette per il latte - il premio tedesco per il suo tradimento. Tutto falso: l’imprenditore svizzero era morto due anni prima. Secondo un’altra diceria, centinaia di bambini francesi erano morti per aver consumato il latte Maggi avvelenato. Anche i cartelli pubblicitari dell’industria, che si reclamizzava - come molti altri marchi dell’epoca - mediante targhe smaltate appese in tutte le città, furono considerate parte del piano d’invasione, e quindi rimosse o vandalizzate. D’altra parte, la K del Kub non era forse una lettera tipicamente germanica? Qualcuno ci vide anche un velato riferimento al Kaiser, oppure al Kriegs Knäckebrot (la razione dei soldati tedeschi).


La Maggi, vedendo avvicinarsi la tempesta, aveva domandato al Ministero del commercio di poter cambiare nome al prodotto, ma invano. Nella fantasia popolare, i cartelli pubblicitari metallici con quelle K in evidenza diventarono in un certo senso l’equivalente tedesco dei “segni dei ladri”: si raccontava che recassero sul retro codici e informazioni utili alle truppe tedesche che avrebbero presto invaso la Francia.


Come spiega lo storico Jean-Yves Le Naour:


Secondo alcuni, questi annunci servivano a guidare il nemico lungo le strade; per altri, miravano a informarlo sulle risorse locali, da requisire per i rifornimenti. Infine, tutti sostenevano che questi cartelli smaltati erano posti in punti strategici, e non a caso.

La Maggi cercò di correre ai ripari facendo stampare le sue pubblicità sulla bandiera francese e sottolineando il proprio carattere patriottico con l’adozione dello slogan produit francaise. Non servì a molto.


Il 4 agosto 1914 - il giorno stesso della controdichiarazione di guerra francese alla Germania - il Ministero dell’Interno decise che era comunque meglio non correre rischi, e mandò un telegramma ai prefetti chiedendo di intervenire:


Estrema urgenza. Si prega di far distruggere completamente le pubblicità del dado Kub affisse lungo le ferrovie e specialmente nei pressi degli edifici di rilievo artistico particolare, dei viadotti e del crocevia.

A questo link è possibile invece vedere un telegramma spedito dal sottoprefetto di Saint-Quentin al sindaco di Villeret (dipartimento dell’Aisne). L’ordine era perentorio: “Distruggere completamente immediatamente pubblicità dado Kub”: dalla richiesta di togliere le affissioni nei luoghi sensibili, si era passati alla rimozione totale, senza eccezioni. I telegrammi, ovviamente, vennero da tutti interpretati come una conferma della realtà delle voci, e da quel momento la diceria prese a circolare anche all’estero.


In Inghilterra, ad esempio (dove nell’estate del 1914 le autorità inglesi stavano facendo i conti con un’analoga psicosi da spie) si raccontava che in occasione dell’invasione del Belgio gli ufficiali tedeschi rimuovevano le targhe pubblicitarie Maggi - probabilmente per ricavare le informazioni nascoste sul retro. Basil Thomson, che nel 1922 pubblicò Queer People, un resoconto sulle sue esperienze nel controspionaggio britannico (e che contiene parecchio materiale per lo studioso del leggendario contemporaneo), ricordò così l’episodio:


Durante l’avanzata tedesca attraverso il Belgio, un ingegnoso corrispondente di guerra diede un’accelerata all’isteria [Thomson si riferisce all’ossessione per le spie, NdR]. Affermò che le targhe in ferro smaltato della “Zuppa Maggi”, che si potevano vedere attaccate a ogni staccionata o stazione del telegrafo, venivano svitate dagli ufficiali tedeschi per leggere le informazioni sulle risorse locali, scritte in tedesco sul retro. Furono tenuti dei “cacciavite-party” nei sobborghi di Londra, Nel distruggere quest’illusione rimossero pure tante antiestetiche pubblicità.

Naturalmente le istruzioni segrete non furono mai trovate; quella semplice operazione, però, doveva tranquillizzare gli animi.


In Italia la storia fu rilanciata da diversi quotidiani. Fra questi, La Stampa del 23 settembre 1914:


Man mano che la guerra procede, alcuni dettagli bizzarri, e pure profondi della organizzazione tedesca contro la Francia vengono in luce. È noto, e fu già pubblicato, per esempio che Casa Maggi, fabbricante di brodo in iscatole era asservita allo Stato Maggiore tedesco per vari usi. Tutte le strade di Francia sono tappezzate, ad esempio, di manifesti indicatori sui quali esistono cifre misteriose. I francesi credono riconoscervi segnali e chilometraggi, e cominciano a distruggerli ovunque ne trovino. È un po' tardi, è vero. Ma esiste una segnalazione della cui autenticità è impossibile dubitare, e che il pubblico ignora in gran parte. Uno dei prodotti della Casa Maggi, è il bouillon Kub, il cui manifesto in latta reca una mano che indica una scatola di brodo in conserva. Ora non si ha che ad osservarla ad ogni crocevia di villaggio per accorgersi che in qualunque punto della Francia ci si trovi la mano indica sempre la via di Parigi. Gli automobilisti francesi se ne erano accorti, e se ne servivano ingenuamente, senza pensare a quale scopo di spionaggio meccanico era destinata questa bizzarra disposizione. Non è che adesso che i francesi cominciano ad accorgersi di questa lenta penetrazione nemica. Ma bisogna aggiungere anche che se infieriscono ora contro i manifesti Maggi e Kub, hanno però perfettamente dimenticato di fare abbattere, al principio dell'invasione, i cartelli indicatori francesi con i chilometraggi, e le pietre miliari che costituiscono la più perfetta e più rapida maniera di dirigersi sulle vie nazionali e rurali francesi.

Il ragionamento dell’inviato, il giornalista Carlo Scarfoglio, era chiaro: se davvero le targhe indicavano ai tedeschi la direzione per Parigi, perché non rimuovere anche le pietre miliari, che svolgevano lo stesso compito, e anche meglio? Nonostante l’assurdità della voce, comunque, il cronista non riusciva a fare a meno di considerare la diceria un’informazione “della cui autenticità è impossibile dubitare”.


Ancora per mesi la stampa nazionalista francese continuò a pubblicare articoli sulla piovra Maggi, al cui interno si celavano le spie. Ancora nel luglio 1915, il senatore Adrien Gaudin de Villaine tenne un lungo discorso in Parlamento riaffermando che la multinazionale era in mani tedesche, e chiedendo la confisca delle sue proprietà. Ma a queste voci stantie aggiungeva anche questa storia, ancor più fantastica ma per noi di particolare interesse:


I chioschi Maggi-Kub, illuminati nella notte, punteggiano il corso della Senna, attraverso la capitale, per rischiarare il volo degli Zeppelin.

Le paure dello spionaggio si fondevano, quindi, con i timori per gli attacchi dal cielo, tragica novità della Prima guerra mondiale. Come spiegò la stessa Maggi - che il 16 agosto 1915 fu costretta a mandare a tutti i giornali una smentita - le cose non stavano come le aveva messe il senatore Gaudin. Il marchio era, sì, pubblicizzato in lungo e in largo lungo il fiume; ma si trattava di normali cartelli affissi, insieme a decine di altri, sulle stazioni di posta della città, dove i parigini potevano ancora noleggiare le loro carrozze a cavalli. Non era la Maggi a provvedere alla loro illuminazione, ma gli stessi agenti municipali!


Durante tutta la durata del conflitto, la Maggi continuò a rifornire l’esercito francese, anche se le sue vendite tra la popolazione civile subirono un tracollo. In molti - fomentati dalla propaganda antitedesca, mai cessata - boicottarono l’industria, per la gioia della concorrente Duval, che vendeva anche lei un prodotto simile al Kub.


Le dicerie si placarono soltanto dopo la fine delle ostilità, nel novembre del 1918. Allora anche gli incassi tornarono quelli di un tempo. Due anni dopo, nel 1920, l’azienda vinse la causa per diffamazione che aveva intentato sette anni prima, e la sua reputazione fu pienamente ristabilita. Ma i danni economici, d’immagine e morali che l’impresa aveva dovuto sostenere rimasero per sempre nella storia sociale e industriale francese, a ricordare che, a volte, anche le leggende metropolitane possono avere conseguenze nefaste.

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