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Il nemico è in mezzo a noi: voci e dicerie inglesi nella Grande Guerra



Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


Immaginate di tornare ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Siete un civile, vivete in una città europea, magari in Italia settentrionale. Certo, avete paura che il vostro Paese sia invaso dai nemici, che rompano il fronte e che vi arrivino in casa.


Ma questa ormai è una guerra moderna: carri armati, gas, mitragliatrici, navi colossali con artiglierie a lunghissima portata... E poi, soprattutto, il nuovo terrore: l’aviazione. A causa dell’invenzione più recente, l’aeroplano, e al perfezionamento dei grandi mezzi volanti di fine Ottocento, i dirigibili, il fronte lo avete in casa. Il quadro psicologico è completamente nuovo, rivoluzionario.


Durante il primo conflitto mondiale sono sorte leggende, voci e fantasie di ogni tipo, anche le più incredibili. Noi ne abbiamo scritto in diverse occasioni: il mito del tedesco riconoscente, le auto nere nella Rivoluzione russa del 1917, le caramelle avvelenate lanciate dal cielo, le profezie sulla fine della guerra, quelle sulla dama bianca o pronunciate dai più svariati veggenti (vecchine sui tram, sant’Antonio); oppure, ancora, la presenza di velivoli misteriosi nei cieli delle città italiane...


Brett Holman, uno storico militare australiano che si occupa della Prima Guerra Mondiale e del periodo immediatamente successivo, da anni ha adottato un approccio antropologico e psicosociale per i suoi studi. Facendo così, è riuscito a integrare al meglio le sue competenze sul piano bellico con quelle relative alla storia delle idee, della mentalità e delle emozioni collettive. Era inevitabile che studiasse anche le leggende contemporanee del tempo.


Nel libro The Next War in the Air, (2014), Holman discute le paure e le esagerazioni sui possibili bombardamenti aerei che attendevano la Gran Bretagna e i modi in cui condussero a scelte politiche e strategiche di grandi conseguenze. Alcune di queste scelte furono influenzate proprio da leggende metropolitane.


Oggi vi presentiamo uno studio condotto da Holman e uscito nel 2017 sul British Journal of MIlitary History. Lo storico ha ricostruito le voci che circolarono in Gran Bretagna fra l’agosto e il novembre del 1914: al centro delle dicerie, c’era la presenza di basi aeree, dirigibili e batterie di cannoni tedeschi a lunga gittata… sullo stesso territorio britannico, ben camuffate!


I documenti prodotti da Holman sono moltissimi. Provengono sia da un controllo sistematico della stampa del tempo, sia dall’accesso ad una gran quantità di documenti militari provenienti dai National Archives britannici, prodotti dal Ministero della Guerra, dal governo centrale e da altri organismi.


Il panorama che ne emerge è impressionante. Per quattro mesi, civili e militari britannici percepirono la presenza di soldati, mezzi bellici, spie e apparati vari (antenne radio, lampade per segnalazioni, tunnel misteriosi…) un po’ dappertutto.


Il panico del Buckinghamshire


Tra i vari episodi descritti da Holman, soffermiamoci su uno dei più interessanti: un vero e proprio panico di massa che intorno al 18 ottobre 1914 colpì la cittadina di Great Missenden, nella contea meridionale del Buckinghamshire.


Quello che interessa di più Holman è il fatto che, al contrario di altri, questo episodio giunse alla stampa britannica, e suscitò clamore su scala nazionale. Gran parte degli incidenti precedenti, invece, rimasero ignoti al grande pubblico, o perché menzionati solo da fonti locali, o perché non pubblicizzati affatto. Li conosciamo grazie agli archivi storici e a qualche periodico minore.


Holman ricostruisce con cura il contesto locale di Great Missenden: la mobilitazione delle coscienze nei primi mesi di guerra, i segni visibili del fatto che il Paese era interamente chiamato a partecipare allo sforzo bellico, le norme stringenti contro sabotaggi e spionaggio e, infine, la comparsa delle prime voci visionarie nella zona.


Il 29 agosto il Daily Mail riferì che la Polizia i soldati stavano cercando due motociclisti che avevano attaccato un sorvegliante a Northchurch nelle prime ore del giorno precedente, e anche un altro motociclista che aveva “sparato a un poliziotto nelle strade di Hitchin circa un’ora e mezzo dopo”. Sebbene entrambi i paesi si trovino nella contea dell’Hertfordshire, Hitchin è ad appena 40 chilometri da Great Missenden, e Northchurch appena a 11, e, stando alle notizie, la polizia della contea del Buckinghamshire fu impegnata nelle ricerche dalla sua parte del confine. Comunque, sulla base delle indagini, la storia andò in pezzi. Un dottore visitò il guardiano di Northchurch e concluse che era stato colpito da “un crollo nervoso e che non era stato affatto assalito”. Allo stesso modo, l’agente di Hitchin non era stato fatto segno di colpi di arma da fuoco: trovandosi in una condizione di stress nervoso, aveva scambiato uno scoppio improvviso prodotto dal motore di una motocicletta per un colpo di pistola. Appena prima di entrare in servizio aveva letto un articolo di giornale circa un “capo scout, si suppone immaginario, che andrebbe in giro su una motocicletta offrendo dolci avvelenati alle sentinelle e sparando con un revolver contro la polizia”.

Noi per l’Italia avevamo discusso le voci su caramelle e confetti lanciati dagli aerei nel 1916-17; ma, come si vede, nel Buckinghamshire già a fine agosto 1914 si favoleggiava di un motociclista che offriva dolci mortiferi e sparava alle sentinelle.


Fu dopo questi due episodi che iniziò il panico in varie parti della contea. A inizio settembre, sia la Polizia locale sia gruppi di civili ispezionarono un’area nei pressi di Great Missenden in cui in passato era attiva un’impresa tedesca, specializzata nel commercio di carbone fossile. Ricerche a vuoto su più vasta scala furono messe in atto a partire dal 18 ottobre, suscitate dalle notizie di irruzioni delle forze dell’ordine a Londra e a Manchester in uffici e ditte di proprietà o in rapporti con la Germania. La voce era che in una piccola località nei pressi di Great Missenden fosse stata nascosta una base di rifornimento per i dirigibili tedeschi; in altre occasioni, si parlò invece di piazzole per cannoni. Sullo sfondo, l’avanzata tedesca sulla costa franco-belga, e soprattutto, lo shock della caduta del porto di Anversa, proprio sulle sponde di fronte all’Inghilterra meridionale, cui si aggiunsero misure di oscuramento che, a quanto pare, preoccuparono molto gli abitanti di quella zona. Come ciliegina sulla torta, ci fu l’arrivo in città di due famiglie di rifugiati proprio dalla zona di Anversa, con i loro racconti sulle colossali sagome dei dirigibili nei cieli della città.


Come succede spesso in questi casi, i timori si estinsero rapidamente, con la stessa velocità con cui erano sorti. Intorno a Great Missenden, come nel resto del Paese, non furono mai trovate piazzole per cannoni, artiglieria ferroviaria o punti di rifornimento per aerei o dirigibili nemici.


Il declino delle voci


Nelle sue conclusioni Holman descrive a lungo i motivi per i quali, tra la fine del 1914 e gli inizi del 1915, le storie di cui abbiamo parlato diventarono più sporadiche. A ridurne la portata fu il mutare del conflitto. Mano a mano che la guerra si trasformava nella tremenda lotta di posizione tragicamente famosa, la plausibilità di un colpo di mano tedesco contro il territorio metropolitano britannico o addirittura di un’invasione diminuì sino a diventare mera teoria.


Sebbene si potessero ancora immaginare raid aerei distruttivi di ogni tipo – e impossibili per le tecnologie del tempo – l’Home Front (il “fronte interno”, quello metropolitano) perdeva le caratteristiche di vicinanza psicologica alle trincee. La linea del fuoco, che era diventata spaventosamente vicina attraverso le voci di aerei misteriosi, basi segrete, sabotatori in motocicletta e spie con i loro apparati radiotelegrafici in ogni scantinato tornava ad allontanarsi. La lotta vera si svolgeva quasi interamente nel nord della Francia o nel sud del Belgio, oppure nelle acque del Mare del Nord.


Questo non vuol dire che voci di ogni genere non abbiano continuato a proliferare. Il laboratorio antropologico che fu la Prima Guerra Mondiale continuò a macinare miti a pieno regime. Ma quei miti mutarono. In Gran Bretagna, ad esempio, dopo le storie di cui ci siamo occupati, si cominciò a raccontare che alcuni alti esponenti governativi con cognomi di origine tedesca erano dei traditori, oppure della presenza di automobili che, di notte, circolavano per le campagne usando i fari per indicare, tramite un codice di segnalazioni, le rotte che i dirigibili provenienti dalla Germania attraverso il mare del Nord dovevano seguire per i loro bombardamenti.


I caratteri della leggenda del “nemico in mezzo a noi” per Holman erano cambiati, perché il pubblico si era reso conto che il “nemico in mezzo a noi”, quello immaginato nei primi mesi del conflitto, era un mito: i velivoli nemici venivano da fuori, non dall’interno. C’erano sì i raid aerei, ma partivano dal continente, non dalla stessa Gran Bretagna: non esistevano le basi segrete per dirigibili sul patrio suolo di cui si era raccontato nell’estate-autunno 1914. Non c’erano nemmeno tedeschi che gironzolavano di notte per le campagne inglesi per sparacchiare ai soldati.


Secondo Holman il fatto che sul territorio potessero esserci alcuni inglesi venduti al nemico è secondario. Le narrazioni dell’estate-autunno 1914 sulla presenza del “nemico interno” ebbero carattere estremamente instabile e volatile; il loro contenuto cambiò quando mutarono le sorti del fronte occidentale, cioè quello “vero”, quello franco-belga. Mano a mano che il fronte europeo si stabilizzava e diventava statico, le voci che abbiamo discusso cedevano il posto ad altre, in parte di tipo più tradizionale (ad esempio, a quelle sulle spie nel senso classico del termine, magari nascoste nelle sfere dell’alta società).


Come fu possibile tutto ciò?


Il paradigma per le voci sullo spionaggio tedesco in Gran Bretagna prima delle guerra fu quello dell’individuo sinistro, al limite del diabolico, dotato di tecnica e di malvagità superiori alla media.


Però, ad un certo punto, la comparsa degli aerei e soprattutto la capacità dei grandi dirigibili di penetrare di notte, nel silenzio, qualsiasi difesa delle isole britanniche diventò un potente complemento per il paradigma di cui abbiamo detto. Il “pericolo dai cieli” si presentò in maniera massiccia con il grande panico dei dirigibili spia tedeschi e di tutte le storie intorno ad essi che avvolsero il Regno Unito a cavallo fra il 1912 e il 1913. Holman si è occupato a fondo di quel panico, unendo l’interesse per le emozioni collettive del tempo al rigore dello storico militare nel suo lavoro del 2016 The Airship panic of 1913, uscito sul Journal of British Studies.


Lo storico australiano ritiene che quanto accadde nell’estate-autunno 1914 sia inquadrabile in un concetto su cui lo storico americano Jay WInter ha lavorato a lungo. Questo concetto è ben riassunto in un saggio del 2003: lo ha chiamato mobilization of imagination, ossia la mobilitazione dell’immaginazione, o dell’immaginario, quella verificatasi con le guerre totali del Ventesimo secolo.


Quando, dopo una primissima fase, l’opinione pubblica europea capì che da un conflitto rapido si stava passando a una lunga e sfiancante guerra d’attrito, per giustificare il massacro in corso si dovette ricorrere a nuovi riferimenti culturali. Questo cambiamento non fu dovuto tanto a uno sforzo propagandistico dei governi o ai loro piani comunicativi, ma a prodotti generati in modo spontaneo dalla stessa società.


Ciò avvenne non solo in Gran Bretagna, ma un po’ tutti i Paesi - Italia compresa, con fenomeni ancora poco studiati. Sappiamo, ad esempio, che fra la fine di maggio e il settembre 1915 un gran numero di religiosi cattolici fu sospettato di essere in combutta con gli austriaci. Ci furono arresti, processi, circolarono voci e fantasie di ogni genere.

L’anno prima, nel 1914 e in un contesto del tutto diverso dal nostro, in Gran Bretagna la breve fase delle voci sugli aerodromi immaginari e sui cannoni nascosti secondo Jay Winter funse da cerniera psicologica: sarebbe stata proprio quella fase a collegare le prime settimane della guerra, in cui si sperava tutto finisse presto, e le successive notizie sulle terribili, colossali battaglie tra fanterie nel nord della Francia e nelle Fiandre belghe, subito impantanatesi fra distese di crateri e campi di filo spinato. Grazie alle voci di cui ci siamo occupati, la home, la “casa” sicura degli inglesi diventava un più precario home front, un fronte interno. Questa idea permise ai cittadini, pur restando civili, di assumersi almeno in parte il carico psicologico della mentalità propria del combattente della prima linea. Pur rimanendo in patria, a casa propria, si era parte della guerra, della trincea. Il nemico era - letteralmente - in mezzo a noi.


Per Holman la vittoria richiese anche questo prezzo: creare un immaginario fantasmatico nelle proprie campagne, e in ultima istanza, accedere a un’ideazione dai tratti paranoidi: le storie di visioni di dirigibili, aerei, segnali luminosi, piazzole, automobili e motociclette misteriose, spie intabarrate, erano necessarie perché la psiche fosse mobilitata e raggiungesse chi soffriva e moriva nella trincee.


Qualcosa del genere, d’altro canto, stava già accadendo sul fronte opposto, quello austro-tedesco: fra l’agosto e il settembre del 1914, i soldati tedeschi che stavano occupando il Belgio credettero di essere sottoposti di continuo ad attacchi da parte di misteriosi cecchini che operavano dietro le linee, in abiti civili. Queste voci visionarie ebbero per conseguenza azioni disordinate e confuse da parte dei tedeschi, che giunsero sino a massacri di civili belgi e francesi del tutto innocenti. Ed è proprio di questo che si sono occupati due storici americani, John Horne e Alan Kramer (German Atrocities, 1914: A History of Denial, Yale University Press, 2001, pp. 89-93).


In quegli stessi giorni, in Gran Bretagna si stava mettendo in azione quello che Holman chiama il “complesso mitico del nemico in mezzo a noi”. La sua forza raggiunse il culmine nell’ottobre del 1914, quando i tedeschi occuparono il grande porto belga di Anversa, sulla Manica, appena a un tiro di schioppo dalla costa inglese. Questo complesso mitico non avrebbe comunque potuto assumere una forza visionaria così grande se non fosse stato preceduto, per parecchi anni, da una lunga e complessa serie di altre leggende e dicerie. Non nascevano come funghi. Spie, gruppi di cittadini tedeschi pronti ad entrare in azione come quinta colonna al momento dell’avvio delle ostilità, armi nascoste, rumori strani sulla Manica, come se i tedeschi stessero scavando un tunnel sotterraneo... Le stesse autorità britanniche vi davano credito.


Poi, nei primi giorni di guerra, tra fine luglio e metà agosto, si susseguirono le perquisizioni, gli arresti, le voci prese per buone sul fatto che davvero lavoratori, funzionari e cittadini tedeschi gestissero depositi di armi o basi segrete per cannoni a lunga gittata.


C’è comunque dell’altro. Per Holman i timori per le basi dei dirigibili sul territorio inglese non si possono spiegare fino in fondo senza ricordare le due grandi psicosi degli Zeppelin-spia che colpirono la Gran Bretagna ancor prima del conflitto, nella primavera del 1909 e soprattutto a cavallo fra il 1912 e il 1913. Gli ufologi, se non altro, con le loro raccolte certosine, hanno avuto il merito di attirare l’attenzione su storie bizzarre come quelle delle “ondate delle aeronavi fantasma”, come le hanno chiamate. Certo, molti di loro hanno creduto in bizzarre teorie occulte sull’origine di quegli strani avvistamenti; solo una minoranza, a partire dagli anni ‘70, intuì che quelle ondate di “fenomeni strani” erano la spia di dinamiche culturali ancora da esplorare.


Gli avvistamenti di immaginari velivoli e dirigibili tedeschi proseguirono anche nel periodo in cui avevano corso le voci che abbiamo riassunto oggi, ossia nell’estate-autunno del 1914. I militari se ne occuparono, concludendo sempre che si trattava di voci senza riscontro e di errori di ogni genere.


Per spiegare meglio ciò che accadde, insomma, è necessario tenere insieme il complesso di cui Holman, con i suoi lavori, ha chiarito parecchi aspetti da dieci anni a questa parte. Così si chiude il suo lavoro:


Che le voci sulle basi degli Zeppelin e sulle piazzole per cannoni oggi appaiano letteralmente incredibili è ovvio. Il loro valore come fonti storiche risiede nella loro improvvisa, seppur effimera, plausibilità, perché essa rivela fino a che punto la violenza bellica stava dilatando l’immaginazione già nei primi mesi di guerra. I britannici potevano immaginare la loro stessa distruzione attraverso bombardamenti aerei e di artiglieria, invece che indulgere in fantasie più vaghe e in sostanza più innocue sulle spie e sulle paure per i dirigibili. La “mobilitazione dell’immaginazione” di cui ha parlato lo storico Jay Winter con la conseguente trasformazione della casa nell’home front è quella che ci è possibile scorgere nella Gran Bretagna dell’estate e dell’autunno del 1914 – prima ancora che dal cielo piovesse una sola bomba.

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