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La fantasma al ballo: da Buzzati alle cronache cantate


La fantasma al ballo. Immagine, copyright CeRaVoLC - Paolo Toselli.


articolo di Paolo Toselli


Si è concluso da poco il 2022, anno che, tra le tante cose, ha visto la celebrazione, a cinquant’anni dalla morte, di un talento italiano come lo scrittore, giornalista e pittore Dino Buzzati. Buzzati si è destreggiato molto col fantastico, l’immaginario e il mistero. Un suo breve racconto ci ha particolarmente incuriosito. Si tratta dell’ultimo episodio, “La sosia”, di una novella intitolata Tre storie del Veneto, pubblicata in origine sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1967 e successivamente ripresa in varie raccolte antologiche. Secondo Buzzati, la fonte sarebbe stata un suo amico di Vicenza.


Racconta di un certo Luigi (nome inventato), “un bravo giovanotto, di buona famiglia, unico figlio, orfano”, fidanzato con una bellissima ragazza, Màrion. Lei però muore, forse di peritonite. Al che lui, per la disperazione, si chiude in casa e rifiuta ogni contatto con l’esterno. Inutili le insistenze degli amici, finché, dopo ben due anni, dei vecchi amici riescono a farsi aprire. Per tirarlo su, organizzano una festa in suo onore, con belle ragazze, champagne e musica.


Quella sera, Luigi - o Gino, come lo chiamavano gli amici - sembra tornato come un tempo, brillante e spiritoso. Ad un certo punto, lui si apparta con una bionda.


«Chi è quella bionda»? uno domanda. Rispondono: «Non so, deve essere forestiera, da queste parti non si è mai vista». Rispondono: «Pare che sia una amica della Sandra Bortolin». Dicono: «Comunque, lasciamolo in pace, Dio voglia che questa bionda gli faccia passare le paturnie». Dicono: «Si vede proprio che è il suo tipo. Mica per niente, ve ne siete accorti? ha gli stessi occhi della povera Màrion». «È vero, è vero, accidenti come le assomiglia».

La festa finisce e Gino si offre di accompagnare la ragazza a casa con la sua macchina. Uscendo, lei ha un brivido, così lui le mette sulle spalle il suo pullover.


«Dove l’accompagno, signorina»? «Da quella parte» risponde lei facendo segno. «Ma in che via precisamente»? «Non importa, non importa, le dirò io dove fermarsi, magari i miei sono ancora svegli ad aspettarmi, non vorrei che ci vedessero insieme».
Vanno, vanno, per le strade deserte. Ormai sono alla periferia.
«Ecco» fa la ragazza a un certo punto. «Adesso siamo arrivati. No, non si disturbi a scendere. Grazie di tutto. E arrivederci».
«Ma il suo indirizzo? Il suo telefono? Ci potremo rivedere, no»?
Lei, già scesa di macchina, sorride: «Eh, dovrò pur restituirle il pullover»! Ora fa un cenno d’addio con la mano, è già scomparsa dietro l’angolo.
Un po’ frastornato lui riparte, avviandosi in direzione di casa, quando gli viene un dubbio strano: «Ma dove l’ho accompagnata? Che posto era»?
Torna indietro, ritrova il luogo, svolta l’angolo dove lei è scomparsa. C’è una strada buia, non si vede niente. Lui accende i fari. Laggiù in fondo una cancellata.
Si avvicina. Il suo pullover pende da una delle aste di ferro. E’ il recinto del cimitero dove Màrion è sepolta.

È sorprendente come questo racconto ricalchi un episodio all’epoca riferito come realmente accaduto, ripreso dallo storico Cesare Bermani nel suo libro Il bambino è servito. Leggende metropolitane in Italia (Edizioni Dedalo, 1991).


“Questo fatto è stato pubblicato sui giornali ed è avvenuto a Pavia. Muore una ragazza di vent’anni e il suo fidanzato cade in uno stato di profonda depressione. La sera dell’ultimo dell’anno riescono a convincerlo ad andare a ballare. Questo ragazzo va al veglione, gli pare di riconoscere la fidanzata in una ragazza che ha un vestito lungo, bianco. Balla con questa ragazza e passa tutta la sera con lei. Vanno al bar a prendere il caffè e un urtone di un invitato fa cadere di mano alla ragazza la tazza del caffè che le produce una larga macchia. Cercano di farla andare via in qualche maniera ma la macchia rimane. A un certo momento la ragazza vuole andarsene. Il giovane dice: “T’accompagno”. Lei dice: “No, no, no…” “Sì, ti accompagno”. Scene con lei e rimane colpito dal fatto che è senza soprabito. Le dà il suo paletot, glielo mette sulle spalle. Vanno in macchina. Quando è sul viale che va al cimitero la ragazza insiste e scende. L’indomani si trova il paletot del giovane appeso alle sbarre del cimitero. Il giovane, preso come matto, si rivolge al professor Cazzamalli, che l’ha visitato e si è immediatamente interessato alla cosa. Con la sua autorità riesce a convincere a riesumare il cadavere della fidanzata. Aprono la bara: la ragazza era stata seppellita con un vestito bianco e aveva la macchia di caffè davanti. Questa cosa, constatata dal professor Cazzamalli non più di una ventina di anni fa, lascia interdetti”.

Questa narrazione si deve al professor Folco Polidori di Milano. che espose il caso nel corso della conferenza “Lo Spiritismo”, tenuta all’Università popolare di Novara il 9 febbraio 1968, cioè un anno dopo la pubblicazione del testo di Buzzati. L’episodio dovrebbe risalire al 1948-49. Il professor Cazzamalli citato con molta probabilità non era altri che Ferdinando Cazzamalli, medico psichiatra, morto nel 1958 a Como. Nel 1937 fu tra i fondatori, assieme a Emilio Servadio, della “Società Italiana di Metapsichica”, la prima organizzazione italiana sorta con la pretese di studiare scientificamente i fenomeni paranormali, compresa l’eventuale sopravvivenza alla morte.


Dopo queste due versioni che localizzano l’episodio in una non meglio precisata località del Veneto e a Pavia, ecco apparire (è proprio il caso di dirlo) Palermo, dove nel 1948 è ambientata una storia di cronaca riportata da vari quotidiani il 14 maggio, e tra questi Il Mattino dell’Italia Centrale, La Stampa e Stampa Sera, poi ripresa il 30 maggio dal settimanale torinese Illustrazione del Popolo con un bel disegno a tutta pagina di Mario D’Antona.


In sintesi: a una festa nuziale, una misteriosa ragazza con un vestito di seta bianco invita a ballare un soldato residente a Catania. Il soldato poi l’accompagna e le presta il suo cappotto. Si fermano davanti al cancello del cimitero e lei si allontana. Il giorno dopo, il soldato vede arrivare uno dei becchini col cappotto sul braccio. Ma le sorprese non sono finite lì. In una tasca del soprabito il soldato trova il biglietto: Arrivederci tra 15 giorni.


Recatosi presso la tomba, il militare riconosce la foto della ragazza con cui aveva ballato la sera prima. Il soldato ora è a letto - conclude il giornalista del Mattino dell’Italia centrale - con la febbre, e man mano che passano i giorni, vede avvicinarsi con molta preoccupazione il misterioso appuntamento. Egli si augura che sia la fanciulla a venire da lui sulla terra e non viceversa.


Di storie simili, del genere autostoppisti fantasma, ne abbiamo più volte scritto, ad esempio qui, qui, qui e qui nella versione fantasma al ballo.


Tra aggiunte o sottrazioni di particolari, la costante di queste narrazioni che attraversano i più svariati generi, dai racconti popolari alle esperienze paranormali, dalle notizie di cronaca ai fattoidi, oltre allo spazio e il tempo (storie simili si trovano ambientate un po’ in tutto il mondo), resta sempre la scoperta perturbante della natura soprannaturale della giovane compagna di una notte, sia essa l’amata che ritorna dal regno dei morti sia essa una perfetta sconosciuta.


Da rimarcare inoltre, come ricordato da Cesare Bermani, che il tema è ben radicato anche nel repertorio dei cantastorie siciliani. La storia rimanda infatti non soltanto a un foglio volante intitolato La fantasma e il bersagliere ma anche a un cartellone illustrato composto da diciotto quadri. E proprio il cantastorie Paolo Garofalo di Paternò, Catania, ne incise una versione alla fine degli anni ’60 del Novecento nel disco Il soldato e la fantasma.


In questo caso i protagonisti sono Carmelo e Rita, la sua fidanzata. Il padre di quest’ultima ha impedito il loro amore e la famiglia si è trasferita a Milano. Per il dolore, purtroppo, la ragazza è morta. Anche Carmelo tuttavia è stato trasferito a Milano, ma per fare il servizio militare. Non avendo più notizie di Rita, l’ha cercata scoprendo che è morta. Poco tempo dopo, un amico lo invita a una festa da ballo, dove incontra una sconosciuta con un abito bianco - una sconosciuta assai somigliante a Rita. La invita a ballare. Stanno assieme fin quasi a mezzanotte. Lui si offre di riportarla indietro, ma lei è titubante. Alla fine, il giovane l’accompagna e le presta il suo cappotto. Camminano finché non giungono nei pressi del cimitero. Il giorno dopo, tornato sul posto, incontra il custode che non sa nulla e che dice di non avere nemmeno figli. Facendo un giro per il cimitero, il militare scopre una tomba su cui è riposto il suo cappotto.


La tomba era proprio quella della sua fidanzata di un tempo, Rita. In una tasca c’è uno strano biglietto:


Caro amore ti ho tanto amato, viva e morta non t’ho mai scordato, qui t’aspetto vicino al mio lato, l’anima mia così pace avrà.

Fu così che Carmelo si ammalò e non potendo sopportare il dolore, morì.

L’episodio è tuttora radicato nella memoria collettiva dei siciliani, tant’è che dal 2015 è disponibile su YouTube un video in cui Salvo Campisano interpreta un cunto su di esso insegnatogli da suo nonno Giovanni Caponnetto.


Quest’ultima versione è un mix tra il racconto presente nelle cronache giornalistiche del 1948 e la narrazione di Paolo Garofalo. Narra un fatto “realmente accaduto”, che ha come protagonista un giovane militare di Catania di leva a Palermo. In quella città incontra una ragazza di cui s’innamora. Poi lei non dà più notizie, finché un giorno, a una festa da ballo lui s’imbatte in una ragazza che somiglia alla sua amata. La trama è poi la stessa, però con l’inserimento del particolare del vestito macchiato di caffè, che ritroviamo anche nell’episodio ambientato a Pavia.


La vicenda si conclude con l’arcano appuntamento convocato su un foglietto. In questo caso però, viene resa palese la morale della storia: Genitori, non impedite ai vostri figli di amare la persona di cui sono innamorati, perché li uccidereste.


E alla fine del brano il nonno Giovanni sentenzia:


I due erano veramente innamorati. Ma questa è una finzione.

Insomma, come ci saremo resi conto, storie di questo tipo vanno ben oltre la mera finzione, sempre in bilico tra fantasia e realtà. E, di sicuro, sarebbe estremamente restrittivo considerarle soltanto leggende metropolitane oppure storie “contemporanee”.


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