Malesseri in fabbrica a L’Aquila: un caso di panico collettivo?

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo
Ci siamo occupati più volte di alcuni strani episodi di comportamento collettivo. Casi in cui gruppi di persone a volte particolarmente numerosi, spesso caratterizzati dalla rapidità dei fenomeni e da una prossimità fisica, manifestavano sintomi e malesseri di tipo assai diverso, senza che si riuscisse mai a individuare un qualche agente patogeno responsabile per questi “contagi” di massa. In altri termini, disturbi di vario genere, di norma passeggeri e senza conseguenze ulteriori, privi di qualsiasi riscontro in cause organiche.
Dalla fine degli Anni 80 del Novecento, per designarli è invalsa, anche nella letteratura scientifica, l’espressione Mass Psychogenic Illness, in sigla MPI – una scelta dovuta anche al fatto che etichette come “isteria di massa”, che pure continuano ad essere utilizzate, come in questa metanalisi di casi riguardanti bambini e adolescenti, risultano eccessivamente stigmatizzanti.
Qui, qui, qui e qui troverete alcuni esempi concreti dei fenomeni collettivi ai quali ci riferiamo, e la cui collocazione – va detto – dal punto di vista scientifico è ancora oggi assai dibattuto: nella “bibbia” dei disordini mentali, il DSM-5-TR, non è presente come specifica categoria diagnostica. La nostra è dunque la ricostruzione di quanto accadde in uno pochi casi italiani di questa controversa categoria che è stato oggetto d’indagine, anche con l’intento di accennare ai tanti problemi d’approccio che questi episodi (di norma accolti dall'opinione pubblica in toni che vanno dall’allarmistico al “misterioso”) comportano.
Metti, un giovedì in fabbrica…
A partire da giovedì 19 ottobre 1978 e per buona parte del mese successivo, centinaia di lavoratrici impiegate presso lo stabilimento Aq-2 de L’Aquila, parte dell’azienda di telefonia SIT-Siemens, allora componente essenziale del vastissimo gruppo a partecipazione pubblica IRI-STET, sono colpite da strani disturbi.
Prima una ventina di persone, affluite in quel giorno nell’infermeria della fabbrica, poi molte altre – nel giro di tre settimane almeno duecento, in larghissima parte donne – lamentano pruriti e chiazze su tutto il corpo, conati di vomito, svenimenti, tremori, e altro ancora. Lo spavento è immediato, e il timore più immediato è che, in qualche modo, nei locali in cui si lavora siano presenti sostanze nocive per la salute. A ogni modo, la causa di questi disturbi non risulta affatto chiara.
Dopo un minimo di pausa, venerdì 10 e sabato 11 novembre, altre 57 operaie devono abbandonare lo stabilimento: pruriti e svenimenti proseguono malgrado gli impianti di aerazione siano stati appena revisionati. Il professor Arnaldo Liberti (1917-2000) dell’Università La Sapienza di Roma, padre degli studi moderni sull’inquinamento atmosferico, e numerosi specialisti in tossicologia, medicina del lavoro e medicina legale del Policlinico Gemelli sono chiamati a indagare, esaminando sia i locali, sia le macchine utilizzate, sia, soprattutto, le persone colpite. A quel punto, i casi denunciati sono ormai diverse centinaia.
Il 14 novembre, a L’Aquila è convocata un’assemblea nazionale di tutti i sindacati del gruppo Sit-Siemens, che in città occupa tremila persone. Il giorno prima, lunedì 13, scrive l’inviata de La Stampa, nel reparto saldature si sono avuti altri due svenimenti simultanei, mentre una ventina di altre lavoratrici descrivono di nuovo i sintomi delle settimane precedenti: rossori, vomito, prurito intenso su ogni parte del corpo, anche su quelle coperte dagli abiti.
Molte operaie lamentano condizioni di lavoro precarie da sempre e altri casi di malesseri indecifrabili, ma in ogni caso – affermano – attribuite dall’impresa a fattori di vario genere, mai a proprie responsabilità. “Ora, dicono, sappiamo che non era così: adesso quei malesseri hanno assunto una dimensione di massa”. Fra le linee di produzione, adesso sono giunti anche specialisti della Facoltà di ingegneria dell’Università dell’Aquila, che raccolgono e campionano reperti di ogni genere. L’Ispettorato del lavoro appare inefficiente: delega le indagini all’ufficiale sanitario del Comune, dottor Imperiale, che dopo un primo esame parla di “nevrosi collettiva”, suscitando reazioni indignate. Molte lavoratrici, non fidandosi degli accertamenti disposti dall’azienda, si rivolgono direttamente all’ospedale cittadino, chiedendo esami ed accertamenti. Il confronto fra il consiglio di fabbrica e l’azienda è aspro, e non è chiaro se per le donne che accusano i malesseri sarà attivata la cassa integrazione.
Venerdì 17 novembre, le attività si fermano: nei reparti che si sospettano inquinati, le lavoratrici non intendono più entrare. Le cause, scrive La Stampa il giorno dopo, rimangono misteriose, anche se si sospetta che i malesseri siano da imputare a sostanze usate per pulire gli impianti di aerazione, che poi si erano mescolate a quelle usate nel ciclo produttivo. Ai primi di novembre gli impianti erano stati bonificati, ma, ripreso il lavoro, erano comparsi anche svenimenti e altri disturbi.
In attesa di una manifestazione cittadina, la tensione fra azienda e lavoratori rimane alta. La Regione Abruzzo, infine, incarica di un’altra indagine, che si affianca a quella del CNR, il professor Silvio Merli, ordinario di medicina legale presso l’Università Cattolica di Roma. Le competenze ora a disposizione appaiono adeguate all’allarme sociale che, ormai, ha raggiunto livelli altissimi. La SIT-Siemens, dal canto suo, presenta la richiesta di cassa integrazione.
Poi, lentamente, i casi diminuiscono, e, senza chiare motivazioni, la situazione torna gradualmente alla normalità. Alla ripresa delle attività lavorative, gli episodi repertoriati ammonteranno addirittura a 427, in gran parte riguardanti donne. Qualche sporadico episodio isolato viene riportato ancora nei mesi successivi, ma, in sostanza, l’epidemia di malesseri può dirsi conclusa.
Un episodio studiato con cura
Gli eventi verificatisi a L’Aquila nell’autunno del 1978 sarebbero rimasti parte delle cronache giornalistiche e delle polemiche politiche e sindacali se quello che allora era un promettente, giovane ricercatore nell’ambito della medicina del lavoro, il dottor Nicola Magnavita, poi professore universitario associato e direttore della Scuola di specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, non fosse stato coinvolto nelle indagini contemporanee all’esplosione della vicenda abruzzese. Magnavita tirò le somme della vicenda ventidue anni dopo, nel 2000, con un articolo uscito sul British Journal of Medical Psychology (vol. 73, n. 3, pp. 371-75).
Fino a quel punto, scriveva Magnavita, in Italia non era stato descritto nessun episodio di panico collettivo con sintomi psicogeni avvenuto in ambiente industriale. A suo avviso, era plausibile che la gran parte dei medici del lavoro, a causa del fatto che le persone interessate in prima persona – i lavoratori – avrebbero considerato inaccettabile un approccio di quel genere, preferiva usare un’altra espressione, per quegli episodi: Sick Building Syndrome. Come vedremo, non si tratta soltanto di un’etichetta: Magnavita intendeva far vedere come, in eventi come quello de L’Aquila, si sovrappongano fenomeni diversi.
Tutti i sintomi segnalati, nella loro eterogeneità, erano soggettivi: a quelli già menzionati, si aggiungevano difficoltà della respirazione, bruciori agli occhi, cattivo sapore in bocca, fauci secche, tremori, dolori addominali, astenia… Dopo una prima sospensione del lavoro e dopo indagini del tutto negative, le attività erano riprese. Nel giro di poche ore diverse decine di lavoratrici segnalavano di nuovo sintomi analoghi ai precedenti. Anche due ulteriori tentativi di riapertura delle attività erano falliti: i sintomi si ripetevano. Fu allora che furono effettuati prelievi e analisi chimiche di ogni genere in tutta la fabbrica, e questo a opera di enti privati, regionali e nazionali, ognuno al lavoro in maniera indipendente dall’altro, e con contatti limitati. Nessuna sostanza tossica in quantità tale da poter produrre i sintomi fu identificata. I medici dell’impresa rilevarono che l’aria dello stabilimento era di ottima qualità.
Dal canto loro, i sindacati chiesero esami approfonditi sulle lavoratrici colpite, non soltanto sulle strutture industriali coinvolte. Il compito fu assegnato all’Istituto di medicina del lavoro dell’Università del Sacro Cuore – quello in cui lavorava Magnavita. Non fu identificata nessuna patologia organica ricollegabile alle attività di lavoro.
Al contrario, gli approfondimenti di carattere psicologico parlavano chiaro a sufficienza. C’era una quantità altissima di fattori di stress: lavoro ripetitivo, pressioni perché i ritmi lavorativi fossero sempre alti, scarsa coesione e mancanza di rapporti fra le unità di lavoro, cattiva gestione dei rapporti tra lavoratori e dirigenza, ambiente di lavoro sporco, trasandato, rumoroso, e molto altro. Quest’ultimo punto, sottolineava Magnavita nel suo lavoro, era importante. L’ambiente di lavoro era poco sano – non nel senso strettamente tecnico del termine – ma perché, insieme a una somma di fattori psicosociali tutti “cattivi” – polveri, depositi di piccole quantità di metalli pesanti, cattivi odori – aveva insieme generato una vastissima categoria di sintomi psicogeni, ma non mimati o esagerati volutamente dalle lavoratrici.
Quando un accordo per un’assai migliore gestione dei rapporti aziendali fu firmato dall’azienda e dai sindacati, la produzione riprese: alcuni casi isolati continuarono ancora a manifestarsi, ma nel giro di pochi mesi scomparvero del tutto.
Un caso “finito bene”
Ma il lavoro di Magnavita presentava un altro elemento, se possibile d’interesse ancora maggiore di quelli visti finora. Nel periodo 1983-84 si occupò di un secondo episodio italiano di panico collettivo in ambiente industriale, studiandolo, per così dire, “in diretta”. Stavolta si trattava di una struttura aziendale assai più piccola di quella aquilana – un’impresa elettrochimica con novanta dipendenti – della quale, tuttavia, non sono note identità e localizzazione.
Su novanta dipendenti, 19 (17 dei quali donne) denunciarono sintomi compatibili con un episodio di panico collettivo con sintomi psicogeni. Magnavita ebbe modo di osservare il diffondersi del “contagio” da un individuo all’altro, e le modalità di esso. Lo colpì in particolare il fatto che, in molte persone, i sintomi insorgessero nei giorni e nelle ore in cui nella struttura era presente il medico del lavoro.
Ma è qui che compare un altro elemento che, associato a quelli visti, per Magnavita rendeva il caso ancora più interessante. Una serie di analisi ambientali rivelava la presenza di contaminanti fisici e chimici che, sia pur nella gran parte dei casi ben al di sotto dei limiti di legge, agendo in maniera sinergica con alti livelli di stress lavorativo – anche quelli ben documentati – sembravano preludere a una nuova crisi su vasta scala. Magnavita mise in piedi un programma che comprendeva un’accurata decontaminazione degli ambienti insieme a un complesso approccio di tipo psicologico e medico. Alla fine, i sintomi erano scomparsi e, non ultimo, da allora in poi non si presentarono più.
Su entrambi i versanti, si trattava di agire con tempestività, in particolare operando in maniera adeguata sui casi prodromici, i “pazienti zero” di un possibile episodio.
Questo approccio avrebbe favorito l’instaurarsi di un clima di crescente fiducia fra i lavoratori e il gruppo di lavoro medico-psicologico, evitando che l’epidemia raggiungesse un picco violento e riducendo via via numero e gravità dei casi, fino ad azzerarli. Per Magnavita, stabilire che una serie di sintomi collettivi poteva essere ricondotta a un episodio del tipo descritto non significava negare il significato del conflitto sociale. “L’impegno di tempo e di sforzi volto a riconoscere la sofferenza dei lavoratori e la loro partecipazione attiva nella riorganizzazione del lavoro giocarono un ruolo preminente nella nostra azione”, scriveva a proposito del caso “finito bene”, quello del 1983-84.
Sofferenze reali e un quadro di relazioni di lavoro non “neutrale”, dunque, anche se i “veleni” intesi in senso stretto non c’erano. Cause di tipo psico-sociologico, in cui però – e questo sotto il profilo medico Magnavita lo rilevava – piccole o piccolissime quantità di contaminanti potevano contribuire a innescare un processo a cascata.
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