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Segni segreti e fabbriche di sigari


Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


I segni dei malfattori… Ne avete sentito parlare anche voi, vero? Bande di ladri e girovaghi traccerebbero sulle abitazioni codici e simboli segreti, per trasmettersi ogni informazione utile sugli occupanti: “donna sola in casa”, “cane da guardia”, “lasciar perdere”, “meglio agire al mattino”...


L’origine di questo mito si perde nella notte dei tempi: nelle sue forme moderne, risale probabilmente alla seconda metà dell’Ottocento e al dilagare di idealizzazioni romantiche sulla vita dei vagabondi, dei bohemiens e dei wanderers (per non dire delle fantasie sugli “estranei perturbanti” per eccellenza, i gipsies). Noi ce ne eravamo occupati per quanto riguarda la loro comparsa in Italia e in Piemonte; ma, ancora prima, avevamo scritto del codice segreto degli incendiari, di cui si vociferava in Germania fra il Sedicesimo e il Diciottesimo secolo. Ma il mito è tuttora vivo in tutto il mondo: quest’anno, ad esempio, in Gran Bretagna si è parlato molto di un cifrario a base di fascette di plastica, usato dai ladri di cani per scambiarsi informazioni. Mentre negli Stati Uniti alcune lettere tracciate nella neve sono state interpretate come un codice usato dai trafficanti di donne e bambini!


Bande di ladri o di rapitori, mossi da intenti criminali: è questo il filone più ampio e rappresentativo della leggenda dei segni segreti dei malfattori. Ma, oltre a questo nucleo di racconti, ne esistono varianti meno diffuse e più marginali, ma non per questo meno curiose. Oggi ve ne presentiamo una interessante: un vero e proprio equivoco che in grado di generare voci e supposizioni, sullo sfondo della… manifattura di sigari.


Prossimamente 506 morti in città!


È il 4 luglio del 1896. Un settimanale del Minnesota, The Labor World, racconta di due incomprensibili sigle apparse sin dal giovedì precedente lungo i marciapiedi di Duluth e Superior, due aree portuali “gemelle” poste all’ingresso del Lago Superiore. Sono tracciate con il gesso e recitano: B.L. 294 e B.L. 211. Sono forse un “segnale di avvertimento”, come recita il titolo dell’articolo?


Il giornale che ne parlò, The Labor World, era un periodico che tutelava gli interessi degli industriali. E che, se da un lato contestava gli sfaccendati che avevano messo in atto lo scherzo (era questa, la prima spiegazione del cronista), dall’altro se la prendeva ancora di più con coloro che avevano provato a decodificarlo: donne “di vivida immaginazione”, pronte a raccontare di bande di incappucciati del Ku Klux Klan, di fantasmi, di incursioni di Jack lo Squartatore e altro ancora.


Le interpretazioni bizzarre, in effetti, non mancavano. Qualcuno, in quelle “mistiche lettere”, ci aveva visto la firma di una banda criminale, e leggeva “294 Bloody Life takers” (assassini di 294) e “Before Long 212” (prossimamente, 212). Unite, le due frasi avrebbero composto il messaggio “before long 506 lives will be demanded at our hands” (tra non molto, 506 vite verranno prese per mano nostra). Insomma, i criminali avrebbero voluto annunciare a tutti di essere pronti a entrare in città per uccidere 506 persone (294+212)!


Il giornalista concludeva l’articolo con un appello: dal momento che per ora nessuna interpretazione era completamente soddisfacente, chiedeva a chiunque fosse in possesso del segreto di farsi avanti - per la tranquillità di tutti quei “cercatori di significati”, ma soprattutto dei loro “parenti sofferenti”.


Ma la soluzione non si fece attendere. Fu lo stesso Labor World a chiarire l’enigma, in quella stessa edizione del giornale: dopo aver impaginato l’articolo, come succedeva sovente a quei tempi, era giunto un aggiornamento, riportato subito in coda al primo pezzo. I “sensazionalisti” erano destinati a rimanere delusi:


[...] “B.L. 294 e B.L. 211” con tutto il suo promettente mistero, si è rivelato essere il più comune dei segni. Le lettere significano “Blue Label” e le cifre rappresentano i numeri delle sezioni sindacali degli addetti ai sigarifici di Duluth e Superior. Le lettere sono state piazzate in tutta la città per suscitare l’interesse degli uomini (in questo hanno avuto successo, com’è noto) e per persuaderli ad usare soltanto sigari Blue Label fatti da iscritti ai sindacati […] Il fine è di scoraggiare il lavoro dei carcerati e degli indigenti per proteggere quello onesto e legittimo.

Insomma, tutto andava a scapito dei sottoproletari della zona e dei detenuti che in carcere traevano qualche spicciolo per il loro sostentamento arrotolando sigari. Le misteriose sigle indicavano i cosiddetti Union Shop: all’epoca, era abbastanza comune che i contratti di lavoro prevedessero l’adesione a un particolare sindacato “convenzionato”, magari deciso dalla direzione stessa. Erano quelli che qui da noi venivano chiamati sindacati gialli: organizzazioni sostenute e finanziate dai datori di lavoro, il cui scopo ultimo era quello di inquadrare gli operai, fare loro concessioni minime e contenere gli eventuali conflitti su più vasta scala in un perimetro ben preciso.


L’articolo del Labor World proseguiva con appello alla tutela della salute dei consumatori: facevano bene, i sindacati, a promuovere l'acquisto dei loro prodotti; i sigari degli Union Shop erano fatti con le materie prime migliori, in luoghi puliti, e non si rischiava di fumare merce uscita da qualche “fumisteria di oppio”, in cui le malattie abbondavano (qui si fa riferimento agli Union Shop come a luoghi fisici; è possibile quindi che i sigari confezionati dai lavoratori aderenti ai sindacati finissero per essere venduti in particolari negozi, facilmente identificabili dal consumatore); ad ogni modo, lo slogan era quello portato avanti da molte associazioni ancor oggi: fare attenzione alle etichette, acquistare solo articoli provenienti dalla “filiera controllata”, diffidare delle imitazioni. Un messaggio che, in tempi più recenti, vedrà i “sani” sigari contrapposti alle più moderne sigarette, prodotte in luoghi insalubri, magari da lebbrosi. All’epoca, invece, gli avversari erano probabilmente gli enti caritatevoli che raggranellavano qualche soldo facendo lavorare carcerati e indigenti alla manifattura dei sigari (e che le industrie del settore consideravano concorrenza sleale).


Insomma, una guerra fra poveri e poverissimi: i più sfortunati contro i lavoratori sostenuti dai sindacati padronali, che evidentemente temevano uno schiacciamento delle retribuzioni verso il basso. E in cui i proprietari delle imprese, per convenienza, si schieravano al fianco degli operai “regolari” e della loro lotta con qualsiasi mezzo - anche con quelle pubblicità tracciate col gesso, e che qualcuno poteva scambiare per messaggi segreti della malavita.


Era “una buona causa” quella promossa in quel modo “misterioso”, concludeva The Labor World, interessato a difendere la lotta filo-padronale. Certo, scriveva ancora il periodico, si era trattato di un modo un po’ forzato per attirare l’attenzione sul problema del lavoro, ma non c’era dubbio che “B. L. 294 e B. L. 211 avessero compiuto la loro missione”, ossia tutelare interessi, salari e profitti della gente del luogo. Le dicerie inquietanti evocati da quelle sigle, tutto sommato, erano valse la pena.


Gli equivoci fra simboli, annotazioni commerciali e codici segreti di ladri e malviventi - se non addirittura di malvagi satanisti - sono stati e sono tuttora frequentissimi. Però, fino ad ora non conoscevamo altri esempi come questo: un caso in cui i “segni misteriosi”, al centro di congetture e illazioni, erano vettori di un conflitto sociale.


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