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Vittorio Emanuele III e le auto pasticcione


articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo


L’ingenuità secondo la quale le false notizie e la loro viralità sarebbero un prodotto della rete è facilmente smentibile, come ogni appassionato di leggende contemporanee sa. Perché si diffondano in fretta occorreva certo ci fosse un sistema di comunicazione delle notizie di tipo moderno, ma un po’ dopo la metà dell’Ottocento, grazie ai vari tipi di telegrafo, questo problema era risolto.


Un’intera nazione poteva andare nel panico nel giro di poche ore. Fu ciò che accadde un caldo giorno d’estate di centoquattordici anni fa, con epicentro proprio la nostra capitale.


Giovedì 3 agosto del 1905, a Roma si diffonde rapidamente la voce che il re, Vittorio Emanuele III, aveva subito un gravissimo incidente automobilistico a Racconigi, in provincia di Cuneo, dove si trovava una delle più importanti residenze reali, quella rappresentata dal Castello Reale, che era uno dei luoghi preferiti dal sovrano per le sue villeggiature estive. Si parlò persino della morte del re.


Alle 11.30 alla Borsa di Roma “l’impressionante notizia” scosse gli operatori, che la recarono “nei ritrovi della città”. Al Caffè Aragno, uno dei posti alla moda della capitale, in via del Corso, luogo di ritrovo di politici e giornalisti

giunse poco dopo il tocco e produsse forte panico.

Le redazioni dei giornali cominciarono a chiamare il Ministero degli interni, e l’ufficio stampa rispose che non potevano “né escluderlo, né ammetterlo”. Altri giornalisti, intanto, cercavano di capire quale fosse la fonte della storia. Non si trovavano né dispacci d’agenzia, né fonogrammi passati in quelle ore attraverso la Centrale telegrafica di Roma. Alla fine il Ministero della Guerra telegrafò alla Casa Reale, a Sant’Anna di Valdieri, dove Vittorio Emanuele e la regina Elena soggiornarono per un certo periodo, ogni anno, dal 1905 al 1942, ottenendo una formale smentita.


Alle redazioni dei giornali come La Stampa giungevano nel pomeriggio telegrammi preoccupati dal Piemonte, dalla Romagna, da Napoli, a indicare che nel giro di qualche ora al massimo telegrafi e telefoni avevano portato il racconto da un capo all’altro del Paese.


Nella capitale, scriveva La Stampa il giorno dopo, le voci erano continuate almeno sino alle 16. Alcuni deputati telefonarono alla direzione centrale di Pubblica Sicurezza chiedendo “se si trattasse di ferita grave”, visto che si diceva che l’auto fosse esplosa. Ovviamente quelli risposero che non ne sapevano nulla.


Il pandemonio dovette durare, da quello che si capisce, più o meno sino alle 16 o le 17, quando le smentite cominciarono a fare il loro effetto. Alle 17 uscirono a Roma edizioni straordinarie de Il Giornale d’Italia e de La Patria che smentivano seccamente, e la cosa finalmente si spense, anche se dire il vero sembra che il primo a cercare di risalire verso il luogo dei fatti fosse un deputato saluzzese, Ignazio Marsengo-Bastia, che alle 13, dopo aver chiesto informazioni al prefetto di Torino, aveva ricevuto quasi subito rassicurazioni.


Alle 15.45 la stessa agenzia Stefani, che era un po’ un organo informativo semi-ufficiale, trasmise un dispaccio per smentire la diceria, usando il sistema sempre valido di non menzionarne il contenuto:

Contrariamente alle voci corse, S. M. il Re non ha fatto alcuna gita in automobile e non ha lasciato oggi Sant’Anna di Valdieri, donde partirà stasera per recarsi alle cacce di Valsavaranche, in Valle d’Aosta.

Per ricostruire meglio i dettagli: quel 3 agosto 1905, Vittorio Emanuele, dopo aver cenato a Sant’Anna di Valdieri, sulle Alpi cuneesi, dove soggiornava dal 31 luglio, alle 22.55 partì per Borgo San Dalmazzo. Da qui un treno speciale lo condusse ad Aosta, dove sarebbe giunto transitando da Torino all’alba del giorno dopo per recarsi alla caccia allo stambecco. Tutte le disposizioni di sorveglianza della linea ferroviaria furono confermate e attuate, a indicare che niente d’insolito era accaduto in quelle ore.


Ma poco prima era successo davvero di tutto: un importante ufficio di cambiavalute del centro di Roma, scrisse il Corriere della Sera del giorno 4, solito affiggere in vetrina i dispacci Stefani, nel primo pomeriggio fu assediato a lungo da una piccola folla, “come nei giorni delle grandi battaglie della guerra russo-giapponese”, che allora era finita da poco.


La sera del 3 agosto il Ministero degli interni aprì “una severissima inchiesta”. Il presidente del Consiglio, Alessandro Fortis, che si trovava a Rimini fu tenuto informato della cosa.


Poi cominciarono i tentativi di spiegare come poteva essere nata la diceria. Un’edizione serale de La Tribuna di Roma annunciò che la voce era stata portata in Borsa “da un giovane reporter di un giornale cittadino” e che l’eccitazione aveva subito travolto tutti, dilagando nei negozi e nei caffè. Mentre i funzionari delle pubbliche amministrazioni verificavano, il reporter indicato come causa del pandemonio sarebbe tornato una seconda volta in Borsa per rettificare e dichiarare infondato quanto aveva detto.

Scriveva ancora La Stampa:

...come qualificare l’operato di chi, valendosi dei più nervosi e delicati ordigni della civiltà moderna, quali il giornalismo e la Borsa, aveva gettato un così forte allarme nella capitale del Regno, facendo palpitare di incredibile ansia per la incolumità del Sovrano benamato e sinceramente popolare?

Un commissario interrogò diverse persone presenti in Borsa (sembra che la prima voce fosse giunta tre minuti prima della chiusura delle operazioni), e per La Patria ne fu messo al corrente lo stesso papa, Pio X, che ne fu “dolorosamente impressionato”.


Ma, insomma, di chi era la “colpa”? Perché per l’opinione pubblica e le autorità si trattava di individuare, isolare e punire un individuo, giacché l’idea sottostante era proprio quella: che l’infezione dilagata avesse un punto d’origine fisso, individuale e, se non una volontà malvagia, una leggerezza imperdonabile. Se non si trattava di dolo, doveva essere grave colpa.


Il Corriere della Sera del 4 agosto era assai più sfumato e ambiguo.

Un’inchiesta fatta dall’autorità ha potuto assodare chi fu il primo a portare la notizia in Borsa e questo ha potuto provare luminosamente che egli ebbe la notizia da un altro. Fu trovato quest’altro, e così, risalendo, si si arrivò fino a una persona superiore a ogni sospetto, e che occupa una carica ufficiale. Qui pare si siano arenate le ricerche delle autorità.

Niente “giovane reporter”, quello de La Tribuna, ma una persona altolocata, giunti al quale le indagini “si arenano”.


Dopo l’indicazione del punto zero della voce nel giovane giornalista e nel personaggio di alto rango, ecco comparire il terzo modello interpretativo: quello del processo collettivo. Un’edizione serale del 3 agosto del Giornale d’Italia la metteva così:

dalla inchiesta fatta dall’autorità è risultato che la notizia della triste invenzione cominciò a circolare verso le 10 del mattino. Un tramviere a quell’ora, mentre transitava sul ponte Margherita in una vettura elettrica avrebbe accennato con qualche persona che si trovava nel carrozzone, al falso incidente del Re. Nel centro di Roma, un’ora dopo, la notizia cominciava a circolare nei caffè e nei pubblici ritrovi.

Alla fine un capro espiatorio fu trovato. I dettagli fanno pensare che, per convincersi di aver trovato una soluzione e che fosse possibile controllare questo genere di fenomeni, non si sia fatto altro che concentrare l’attenzione su un solo elemento dei mille che composero quell’effimera costellazione che visse per sei-sette ore.


Il 7 agosto La Stampa scrisse che un commesso di una delle prime associazioni di mutuo soccorso, la Società Generale degli operai, Adolfo Morelli, era stato denunciato come “supposto autore” della falsa notizia. Lui però si difendeva: non ne era l’origine, ma solo uno dei tanti ad averla riportata. Scrisse subito ai giornali romani per spiegare che

apprese la notizia da un tale, che a sua volta l’aveva udita in tranvia, ed il cui nome egli fece noto al delegato Grazioli, che lo interrogò. Verso l’una, poi, entrò in Borsa e domandò ad una persona conoscente se era vera la voce che correva e che era già vecchia di parecchie ore ed aveva formato tema di un caloroso discorso nella redazione di un giornale cittadino.

Al contempo, vari giornali romani asserirono che era questo Morelli ad esser stato scambiato per il “giovane redattore” di un quotidiano locale, che fu identificato ne La Capitale. Il giornale smentì decisamente tutto. Morelli gli era del tutto sconosciuto, non collaborava con loro e non aveva mai messo piede nei loro uffici.


Semplicemente, il “giovane redattore” era introvabile, e tutto si risolse nella denuncia di un malcapitato commesso.


Una voce classica, in apparenza: la salute del sovrano, le incertezze della Borsa, i caffè pieni di chiacchiere sulla vita dei potenti. Però in questa brevissima vicenda fa la sua comparsa uno dei “luoghi” più importanti dell’immaginario contemporaneo. Un mito che allora era davvero ai suoi albori: l’automobile.


Quando vi avevamo raccontato il mito delle automobili nere che durante la Rivoluzione russa del 1917 si diceva sparassero sulla folla, vi avevamo detto anche quanto l’opinione pubblica fu colpita dalle prime immagini dello zar non più su un cavallo bianco, ma a bordo di una grande automobile nera.


Non ci è chiaro quando i membri di Casa Savoia cominciarono ad utilizzare l’automobile, ma di certo Vittorio Emanuele III, salito al trono a trentun anni, alla fine di luglio del 1900, in seguito all’uccisione del padre, ne fu un utilizzatore e testimonial precoce. Non sappiamo quante automobili in Italia ci fossero, nel 1905. Nel 1912 erano appena 15.000, nel 1904 la produzione fu di 3.080 esemplari.


Non sorprendono troppo, perciò, nemmeno altri aneddoti sul piccolo re e le auto, come quello che vi offriamo per chiudere. Non ne abbiamo traccia sulla stampa italiana, sulla quale comparve di certo, e la conosciamo soltanto grazie a periodici anglosassoni disponibili in rete, il più antico dei quali è l’Express and Telegraph australiano del 25 luglio 1908.


Sembrava che qualche tempo prima, mentre il sindaco, il segretario comunale e un assessore del paese di Comunanza, in provincia di Ascoli Piceno, procedevano a piedi lungo una strada, quando una grande automobile di lusso era sbucata all’improvviso procedendo ad alta velocità. Si erano buttati a terra, inveendo e sfuggendo per un pelo alle ruote. Dietro l’auto pedalavano due uomini dall’aspetto imponente, in abiti civili ma in atteggiamento da militari, che li aiutarono a rimettersi in piedi, mentre “un signore di breve statura” seduto nell’auto chiedeva se qualcuno si era fatto male. Mentre i tre minacciavano conseguenze legali, giunse un carro, sul quale salirono. L’auto investitrice riprese anche quella la sua strada.


Al primo paese si presentarono dal sindaco per denunciare gli automobilisti, ma ben presto, ripartiti, si trovarono alle spalle “il capo della polizia” (si potrebbe pensare al comandante della locale stazione dei Carabinieri) che gridava:

Ma l’automobilista era sua maestà il re! Ho appena appreso la notizia per telefono!

Ma la denuncia ormai era partita! Morale della favola:

Di certo il re risolverà la cosa in modo soddisfacente, pagando per il passaggio sul carretto o creando cavaliere l’irascibile sindaco.

Possibile che il fatto si sia verificato davvero. Non abbiamo modo di verificarlo, per ora. Ma quello che c’interessa di più è la mitologia in costruzione del capo di stato sul mostro meccanico, che passa ad alta velocità, separato dalla folla e che, senza volerlo, causa danni.


Qui i toni non sono quelli da commedia delle storie del principe generoso, il vip che dopo un piccolo incidente con la sua auto di lusso fa trovare una vettura nuova fiammante al common man di turno, ma noi crediamo vada tenuto conto della fonte e del pubblico cui era rivolto.


La morale è ironica, la generosità del sovrano italiano è da operetta, come si addice ai guitti dell’Europa del sud: il rimborso del passaggio, e magari uno dei cavalierati di derivazione spagnolesca, o pontificia.


Bellissimi e inutili, come l’Italia.



Immagine in evidenza: Vittorio Emanuele III si reca in automobile ad osservare manovre di artiglieria: è il 7 luglio 1907 (foto di pubblico dominio).

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